Primi post di FantoniManuel
Vaccata
11 Luglio - 4.804 visualizzazioni Iniziamo.
Ciao, mi presento sono un cantastorie 
Vaccata
11 Luglio - 4.664 visualizzazioni

Animazione Peso Moderato (0.95 Mb)
Vaccata
12 Luglio - 4.450 visualizzazioni Ok partiamo
Prima puntata domenicale, la dedico ad un grande attore che non c'è piu Angelo Infanti, con una leggera rivisitazione del suo monologo, recitato nell'appartamento dove viveva realmente Moana Pozzi presente in questo film, nella scena del nudo integrale.
A casa eravamo sei fratelli.
L'unica femmina morì a otto mesi.
Poverina, che disgrazia!
Poi c'era la guerra, la fame nera.
Mio padre fu ucciso dai tedeschi.
E' morto così, tra le mie braccia.
E fu allora che mia madre per sfamarci scese sul marciapiede.
Che donna!
Mi cacciarono da scuola perché menavo a tutti.
C'è sempre stato come un seme di violenza dentro me.
Non ho mai capito il perché.
Allora ero bello come il sole.
Pure adesso, però, solo che non sapevo che fare, che inventare.
E così optai per il mare.
E così un giorno me ne uscì da casa, me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo che batteva bandiera liberiana.
Che cosa trasportasse quel cargo non l'ho mai capito.
In quei due anni ho fatto di tutto.
Mi sono drogato.
Sono stato con le donne.
Con gli uomini.
Tutto.
Eh, la gente che ho visto morire.
A profusione, proprio.
Mi ricordo che per le strade di Bombay contavano più morti che vivi.
Tornato in Italia volevo riprendere gli studi, ma ormai era troppo tardi e fu allora che dissi... Manuel, fatti da solo.
E così andai a Parigi a fare il cameriere.
Lì chi ti incontro?
Una donna... bella, ricca, importante con personalità.
Insomma, ci sposammo. E per un po' fui anche felice. Solo che lei aveva il vizio di bere.
Beveva, beveva, beveva. Lei è quell'altro amico suo, lì quel Richard Burton che a me è sempre stato qua.
Facevano a gara a chi beveva di più.
Poi una sera, Burton mi vomita sulla moquette del salotto e quella fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Non ci ho visto più.
L'ho preso e l'ho buttato fuori di casa.
Ma certo che la vita mia è stata veramente un'odissea.
Vi ho raccontato un sacco di fregnacce.
😂😂😂😂😂
Forse qualcosa di vero c'è.
Vi chiederete perché vi ho raccontato tutte queste cazzate?
Così...
perché mi annoio
e allora invento,
sogno,
divago.Leggi tutto...
Vaccata
12 Luglio - 4.886 visualizzazioni Per oggi è l'ultima, giuro non vi tedio più 😁
Una piccola fiaba con una piccola morale.
Spero di riempire il tempo di pochi minuti con una lettura, a chi non può trascorrere una domenica d'estate nel fresco di un ombrellone in spiaggia o al fresco di una località montana 🤗
Nella notte in cui la luna sembrava galleggiare sull'oceano, un giovane uccellino dal petto color dell'alba vide qualcosa brillare tra le onde. Era una piccola pesciolina dalle scaglie d'argento, che ogni sera risaliva verso la superficie per osservare le stelle.
L'uccellino, incuriosito, le chiese:
«Com'è il tuo cielo?»
La pesciolina sorrise.
«Io non conosco il cielo. Vedo solo il suo riflesso sull'acqua. Raccontamelo tu.»
Così, ogni tramonto, lui scendeva fino a sfiorare il mare con le ali e lei saliva fin quasi a rompere la superficie. Restavano sospesi tra due mondi: lui con le piume sfiorate dagli spruzzi, lei con le pinne illuminate dall'aria.
L'uccello raccontava di nuvole leggere, di venti che portavano profumo di montagne e di albe nate sopra gli alberi. La pesciolina parlava di foreste di corallo, di balene che cantavano nel buio e di correnti che custodivano antichi segreti.
Col tempo si innamorarono.
Pensarono che l'amore fosse abbastanza forte da cancellare ogni distanza.
L'uccellino tentò di immergersi sempre più in profondità. Ogni volta le sue ali diventavano pesanti, incapaci di sostenerlo. La pesciolina provò a restare più a lungo fuori dall'acqua. Ogni respiro le costava fatica e il suo corpo si indeboliva.
Allora decisero di vivere sulla superficie.
Là dove il mare baciava il cielo.
Per un po' sembrò il luogo perfetto. Si incontravano ogni giorno, ridevano, sognavano un domani che appartenesse a entrambi. Ma la superficie era inquieta: le onde non smettevano mai di muoversi, il vento non conosceva riposo.
L'uccellino non poteva spiegare davvero le ali senza lasciare sola la pesciolina.
La pesciolina non poteva scendere nelle profondità senza spezzare quel fragile equilibrio.
La superficie non era una casa.
Era soltanto un ponte sospeso tra due universi.
E i ponti, per quanto magnifici, non sono fatti per essere abitati.
Un mattino si guardarono in silenzio. Non c'erano rabbia, colpa o rimpianto. C'era solo la dolce tristezza di chi comprende che amare non significa trattenere.
L'uccellino si alzò nel cielo.
La pesciolina tornò nel mare.
Ogni sera, però, quando il sole si tuffava nell'orizzonte, lui continuava a volare sopra l'acqua e lei continuava a risalire verso la luce. Per un istante i loro sguardi si incontravano ancora, e quel momento bastava a ricordare che alcuni amori non sono destinati a durare per sempre, ma a cambiare per sempre chi li ha vissuti.
L'amore più autentico non sempre è quello che riesce a costruire una vita insieme. A volte è quello che insegna a due anime quanto possano sfiorarsi senza appartenersi. Perché ci sono incontri che non nascono per essere una casa, ma per diventare una luce che accompagnerà il cammino di entrambi, anche quando le loro strade torneranno a seguire cieli e mari diversi.
Ecco cosa sono alcune storie d'amore.
Non false.
Non prive di significato.
Semplicemente impossibili da costruire interiormente senza che una persona affoghi d'aria o l'altra perda le aliLeggi tutto...
Vaccata
14 Luglio - 3.944 visualizzazioni Oggi sono ispirato da un racconto indiretto di Franz Kafka, misto tra legenda e fatto reale, riportato dalla compagna di allora Dora Diamant.
Berlino. 1923
Un giorno qualunque in un parco.
Una bambina piange disperata.
Ha perso la sua bambola preferita.
Cerca ovunque… tra gli alberi, sotto le panchine.
Ma non c'è più.
Per lei è una piccola tragedia.
Un uomo si avvicina.
Magro, con uno sguardo serio ma profondo.
Avrebbe potuto ignorarla.
Dirle: “Passerà… te ne compreranno un'altra”.
E fece qualcosa di diverso.
“Non piangere” le disse con dolcezza.
“La tua bambola non è persa… è partita per un viaggio.”
La bambina lo guardò, sorpresa.
“E tu come lo sai?”
“Perché mi ha lasciato una lettera per te.”
Il giorno dopo tornò.
Con una lettera.
“Cara amica, non piangere per me. Sto viaggiando per il mondo. Ti scriverò le mie avventure.”
E così iniziò tutto.
Ogni giorno, la bambina tornava al parco.
E ogni giorno lui era lì.
Con una nuova lettera.
La bambola raccontava di montagne lontane, di mari luminosi, di città piene di vita.
E piano piano… il dolore cambiò.
Diventò meraviglia.
Passarono le settimane.
Finché un giorno l'uomo arrivò con una bambola nuova.
“La tua bambola è tornata.”
La bambina la guardò.
Esitò.
“Non è la mia…”
L'uomo le porse un'ultima lettera.
“I viaggi mi hanno cambiata. Ora sono diversa… ma sono sempre io.”
La bambina sorrise.
E la strinse forte.
Aveva capito qualcosa che molti non capiscono nemmeno da adulti:
tutto cambia…
ma l'amore resta.
Anche quando prende un'altra forma.
Un anno dopo, l'uomo morì.
Passò il tempo.
La bambina crebbe.
E un giorno, dentro quella bambola, trovò una lettera nascosta.
Un ultimo messaggio:
“Tutto ciò che ami, prima o poi lo perderai…
ma alla fine, l'amore tornerà. In un altro modo.”
E in quel momento…
capì che era vero.
Quell'uomo era Frank Kafka.Leggi tutto...
Vaccata
15 Luglio - 3.746 visualizzazioni Nella casa al civico 17 di via dei Platani il silenzio aveva preso residenza stabile. Non era un silenzio vuoto, ma denso, come polvere che si deposita sugli oggetti quando nessuno li tocca più. Andrea viveva lì da anni, solo, dopo che le persone avevano smesso di restare e lui aveva smesso di chiedere.
Le giornate scorrevano uguali. Lavoro, rientro, cena davanti a una finestra che dava su un cortile senza alberi. Parlava poco, quasi solo per necessità. Ma nella sua mente il rumore non cessava mai.
All'inizio fu una voce. Non una voce estranea, piuttosto una sfumatura del suo stesso pensiero. Arrivava nei momenti di stanchezza, quando la sera lo schiacciava sul divano. Commentava le cose con ironia, con una leggerezza che Andrea non aveva mai posseduto.
Sei troppo serio, diceva.
Andrea sorrideva, senza sapere perché.
Col tempo la voce prese un nome: Elena. Non lo scelse lui, gli sembrò di ricordarlo. O forse lo inventò così bene da convincersi del contrario. Elena non era solo parole: aveva opinioni, gusti musicali, un modo preciso di ridere che Andrea “sentiva” senza udirlo davvero.
Poi arrivarono le immagini.
Andrea iniziò a ricordare Elena come se fosse stata parte della sua vita da sempre. La vedeva seduta al tavolo della cucina, con i piedi nudi sul pavimento freddo. Rammentava una cicatrice sul suo ginocchio sinistro — caduta da bambina, gli aveva raccontato. Ricordava discussioni mai avvenute, vacanze mai fatte, silenzi condivisi su panchine che non aveva mai visitato.
I ricordi erano vividi, intrusivi. Non sembravano costruiti: avevano l'imprecisione autentica del passato. Odori, temperature, dettagli inutili. Elena che si lamentava del caffè troppo amaro. Elena che piangeva per un film che Andrea non ricordava di aver visto.
Quando Andrea si rese conto che quei ricordi non potevano essere reali, era già troppo tardi. Elena aveva una storia più coerente della sua.
Lei lo rimproverava quando cercava di ignorarla.
Mi stai cancellando, diceva con calma. Eppure sono l'unica che ti conosce davvero.
Andrea iniziò a parlarle ad alta voce. Prima solo in casa, poi anche per strada, muovendo le labbra senza suono. Nessuno se ne accorse. La solitudine è un ottimo nascondiglio.
Elena non era una fuga: era una presenza. Occupava spazio nella sua mente, prendeva decisioni. A volte Andrea si sorprendeva a scegliere vestiti che piacevano a lei, a cucinare piatti che lei ricordava di amare. Alcuni ricordi cominciarono a sovrapporsi. Non sapeva più distinguere quali emozioni fossero sue.
Una notte, davanti allo specchio del bagno, Andrea vide qualcosa di diverso. Non un'allucinazione, non un volto al posto del suo. Vide nei propri occhi uno sguardo che non riconosceva: più sicuro, più vivo.
Non devi aver paura, disse Elena. Io sono nata perché tu potessi restare.
Andrea capì allora. Elena non era un'intrusa. Era il risultato di anni di silenzio, di parole non dette, di carezze mai ricevute. Era tutto ciò che aveva dovuto diventare per sopravvivere.
Col passare dei mesi, i confini si assottigliarono. Andrea ricordava l'infanzia di Elena meglio della propria. I suoi sogni avevano il suo punto di vista. Quando qualcuno gli chiedeva “Come stai?”, la risposta arrivava con una voce che non era più solo la sua.
Nella casa di via dei Platani il silenzio non se ne andò. Ma ora non era più vuoto.
Era abitato.Leggi tutto...
Vaccata
17 Luglio - 4.424 visualizzazioni Vista l'ora vi pubblico una cosa col finale a sorpresa....
È tardo pomeriggio quando due vicini del terzo piano chiamano i carabinieri.
La voce, al telefono, trema.
Hanno visto qualcosa che li ha paralizzati.
L'appartamento interno 13 è chiuso e disabitato da anni. O almeno, così credono tutti nel palazzo.
Eppure, pochi istanti prima, la porta-finestra del balcone si è aperta di qualche centimetro.
Dietro il vetro è comparso un volto.
Pallido. Scavato. Immobile.
Per un interminabile istante è rimasto lì, con gli occhi infossati e la pelle tesa sulle ossa. Sembrava il volto di qualcuno che stesse cercando disperatamente di chiedere aiuto... senza più avere la forza di parlare.
Non era un riflesso.
Non era un'ombra.
Era un essere umano.
Quando i carabinieri arrivano sul posto, trovano la porta d'ingresso chiusa a chiave.
La sfondano.
Un odore acre li investe immediatamente. Chimico. Pesante. Quasi ospedaliero. Un odore che impregna le pareti e rende difficile perfino respirare.
L'appartamento è immerso nel silenzio.
Poi, in fondo al corridoio, una porta socchiusa.
Entrano.
Sul letto c'è un uomo.
È immobilizzato con cinghie da contenzione fissate ai quattro angoli del materasso.
I militari si bloccano.
È ancora vivo.
Pesa poco più di trenta chili. La pelle, violacea e sottile come carta, lascia affiorare ogni vena. I capelli, unti, sono incollati al cranio. Le labbra sono screpolate fino a sanguinare.
Dal braccio penzola una flebo collegata a una sacca ormai vuota, appesa a un gancio improvvisato.
Ai polsi e alle caviglie le cinghie hanno scavato solchi profondi nella carne.
Sul comodino ci sono garze pulite, un flacone di disinfettante e una bottiglia d'acqua mezza piena.
Qualcuno è stato lì.
Qualcuno lo ha tenuto in vita.
Ma di quella persona non c'è traccia.
Nessun segno di effrazione.
Nessuna impronta evidente.
Nessun indizio.
Solo quell'uomo, legato, consumato lentamente, come se qualcuno avesse calcolato con precisione il limite tra la vita e la morte.
Respira a fatica.
Quando i carabinieri provano a liberarlo, il suo corpo si irrigidisce.
Dalla gola esce un suono gutturale.
Poi, appena percettibile, una frase.
«Non era umano.»
Dopo quelle parole, non parlerà più.
Durante il trasporto in ambulanza rimane immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto.
Il referto medico parla di grave denutrizione, disidratazione avanzata e immobilizzazione prolungata.
Le forze dell'ordine aprono immediatamente un'indagine per sequestro di persona e lesioni gravissime.
Secondo alcune fonti interne, gli investigatori seguirebbero già una pista precisa.
Ma nessun dettaglio viene reso pubblico.
Resta soltanto una certezza.
Quell'uomo non avrebbe mai potuto legarsi da solo.
E, soprattutto, non sarebbe sopravvissuto così a lungo senza qualcuno che, giorno dopo giorno, lo avesse nutrito, medicato... e mantenuto in vita.
Quel tanto che bastava per impedirgli di morire........
Adesso tocca a voi continuare il racconto 😨
Buonanotte😴Leggi tutto...
Vaccata
18 Luglio - 4.386 visualizzazioni Sono Massimo, ho 47 anni.
Martedì scorso ho caricato mia madre e mio padre in macchina, li ho portati in una RSA a venti chilometri da casa, ho firmato due scartoffie e li ho letteralmente abbandonati lì.
Da quattro giorni non dormo, non mangio e non riesco a guardarmi allo specchio. Mi sento un pezzo di merda. La persona più schifosa, vile e vigliacca che cammini su questa terra.
Se ne parli in giro, la gente fa finta di capirti, ma nei loro occhi vedi il giudizio. Vedi la solita frase fatta che gli frulla in testa: "Loro ti hanno pulito il culo quando eri piccolo, ti hanno cresciuto, e tu adesso li sbatti in un ospizio".
È vero. Hanno ragione. Loro hanno fatto i salti mortali per me. E io, nel momento del bisogno, li ho parcheggiati in una stanza che puzza di minestrina e disinfettante per togliermeli dalle scatole.
Ma la gente non sa un cazzo. Non sanno cosa significa davvero "tenerli a casa".
Mio padre ha ottant'anni ed è bloccato a letto dopo un ictus. Pesa ottantacinque chili.
Mia madre ne ha settantotto e ha l'Alzheimer.
Per tre anni io e mia moglie abbiamo vissuto all'inferno. Un inferno fatto di pannoloni per adulti stracolmi da cambiare alle tre di notte. Di piaghe da decubito da medicare. Di urla improvvise di mia madre che non mi riconosceva più e cercava di scappare di casa in camicia da notte perché diceva che doveva "andare a prendere i bambini a scuola".
La mia casa era diventata un lazzaretto.
L'odore di urina stagnante si era infilato nei mobili, nei divani, nei miei stessi vestiti.
Andavo a lavoro e mi sentivo sporco. La sera tornavo ed entravo in trincea. Mia moglie, a furia di sollevare mio padre, si è distrutta la schiena. Non facevamo più l'amore, non andavamo più a mangiare una pizza, i nostri figli adolescenti si chiudevano in camera per non vedere lo scempio o per non sentire mia madre che imprecava contro i muri.
Stavamo crollando. Tutti.
La settimana scorsa c'è stato il punto di rottura. Torno dal lavoro stravolto. Trovo mio padre che era riuscito a scivolare dal letto, incastrato sul pavimento, coperto dei suoi stessi escrementi, che piangeva per la vergogna. E mia madre seduta in cucina, al buio, che aveva messo una pentola di plastica vuota sul fuoco acceso. Se fossi arrivato dieci minuti dopo, la casa sarebbe saltata in aria.
Lì ho capito che non potevo più fare l'eroe. Che se non li avessi messi dentro, ci avrebbero tirato a fondo con loro.
Il giorno che li ho lasciati in quella clinica è stato il giorno più buio della mia vita. Mio padre non parlava, mi guardava solo con quegli occhi lucidi e rassegnati, di chi sa che da lì uscirà solo dentro una cassa di legno.
Mia madre, invece, sorrideva. Credeva fossimo in albergo.
Mentre uscivo, ho sentito la porta del reparto chiudersi alle mie spalle con uno scatto metallico. Sono arrivato in macchina, ho appoggiato la testa sul volante e ho pianto
(Fonte: Diario di un ipocondriaco)Leggi tutto...
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Perfetto, devi avere un pò di coraggio e pazienza, sicuramente avrai modo di conoscere persone eccezionali ed altre un pò meno...
in ogni caso avrai molto
materiale per le tue storie.
👋👋