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Vaccata
18 Luglio - 4.386 visualizzazioni Sono Massimo, ho 47 anni.
Martedì scorso ho caricato mia madre e mio padre in macchina, li ho portati in una RSA a venti chilometri da casa, ho firmato due scartoffie e li ho letteralmente abbandonati lì.
Da quattro giorni non dormo, non mangio e non riesco a guardarmi allo specchio. Mi sento un pezzo di merda. La persona più schifosa, vile e vigliacca che cammini su questa terra.
Se ne parli in giro, la gente fa finta di capirti, ma nei loro occhi vedi il giudizio. Vedi la solita frase fatta che gli frulla in testa: "Loro ti hanno pulito il culo quando eri piccolo, ti hanno cresciuto, e tu adesso li sbatti in un ospizio".
È vero. Hanno ragione. Loro hanno fatto i salti mortali per me. E io, nel momento del bisogno, li ho parcheggiati in una stanza che puzza di minestrina e disinfettante per togliermeli dalle scatole.
Ma la gente non sa un cazzo. Non sanno cosa significa davvero "tenerli a casa".
Mio padre ha ottant'anni ed è bloccato a letto dopo un ictus. Pesa ottantacinque chili.
Mia madre ne ha settantotto e ha l'Alzheimer.
Per tre anni io e mia moglie abbiamo vissuto all'inferno. Un inferno fatto di pannoloni per adulti stracolmi da cambiare alle tre di notte. Di piaghe da decubito da medicare. Di urla improvvise di mia madre che non mi riconosceva più e cercava di scappare di casa in camicia da notte perché diceva che doveva "andare a prendere i bambini a scuola".
La mia casa era diventata un lazzaretto.
L'odore di urina stagnante si era infilato nei mobili, nei divani, nei miei stessi vestiti.
Andavo a lavoro e mi sentivo sporco. La sera tornavo ed entravo in trincea. Mia moglie, a furia di sollevare mio padre, si è distrutta la schiena. Non facevamo più l'amore, non andavamo più a mangiare una pizza, i nostri figli adolescenti si chiudevano in camera per non vedere lo scempio o per non sentire mia madre che imprecava contro i muri.
Stavamo crollando. Tutti.
La settimana scorsa c'è stato il punto di rottura. Torno dal lavoro stravolto. Trovo mio padre che era riuscito a scivolare dal letto, incastrato sul pavimento, coperto dei suoi stessi escrementi, che piangeva per la vergogna. E mia madre seduta in cucina, al buio, che aveva messo una pentola di plastica vuota sul fuoco acceso. Se fossi arrivato dieci minuti dopo, la casa sarebbe saltata in aria.
Lì ho capito che non potevo più fare l'eroe. Che se non li avessi messi dentro, ci avrebbero tirato a fondo con loro.
Il giorno che li ho lasciati in quella clinica è stato il giorno più buio della mia vita. Mio padre non parlava, mi guardava solo con quegli occhi lucidi e rassegnati, di chi sa che da lì uscirà solo dentro una cassa di legno.
Mia madre, invece, sorrideva. Credeva fossimo in albergo.
Mentre uscivo, ho sentito la porta del reparto chiudersi alle mie spalle con uno scatto metallico. Sono arrivato in macchina, ho appoggiato la testa sul volante e ho pianto
(Fonte: Diario di un ipocondriaco)Leggi tutto...
Chiacchiera
13 Agosto - 3.683 visualizzazioni Mi chiamo Giovanna. Ho 41 anni.
Il momento in cui capisci di aver toccato il fondo, quello vero, non è quando il tuo capo ti chiama in ufficio un giovedì mattina per dirti che l'azienda chiude il reparto e tu sei fuori.
Il fondo lo tocchi tre mesi dopo, alla cassa del supermercato, quando il totale fa 42 euro e 50 centesimi e tu, nel portafoglio, tra monete e banconote stropicciate, ne hai solo 38.
E con la fila di persone dietro che sbuffa, devi guardare la cassiera negli occhi e dirle:
«Mi scusi, tolga i biscotti dei bambini e il pezzo di formaggio.»
Esci da lì con le guance che ti bruciano di vergogna, stringendo i manici di plastica di quelle due buste mezze vuote, sapendo che per i successivi quattro giorni dovrai inventarti la cena per i tuoi figli con un pacco di pasta e una scatola di pelati.
Quando mi hanno licenziata, ero già separata da tre anni.
Il mio ex marito è uno di quelli che versa il mantenimento quando se lo ricorda e poi sparisce.
E io ero sola.
Sola con Matteo, che aveva 11 anni, e Sofia, che ne aveva 8.
La gente dice sempre:
«Meno male che nei momenti di crisi c'è la famiglia. Ci sono i nonni.»
Una favola bellissima.
Peccato che non sia la mia.
I miei genitori stanno bene. Hanno due pensioni statali, una casa di proprietà senza mutuo e zero debiti. Non sono ricchi, ma non hanno mai dovuto contare gli spiccioli per arrivare a fine mese.
Un mese dopo aver perso il lavoro, quando ho capito che non sarei riuscita a pagare l'affitto e che il proprietario mi avrebbe mandato lo sfratto, ho ingoiato tutta la mia dignità.
Mi faceva schifo anche solo l'idea, ma l'ho fatto per i miei figli.
Sono andata a casa dei miei.
Eravamo seduti nel loro salotto buono, quello con i centrini immacolati e l'odore di cera per pavimenti.
Ho pianto.
Ho spiegato la situazione, ho mostrato l'estratto conto in rosso.
Ho chiesto loro in prestito 1.500 euro.
Solo per respirare due mesi. Il tempo di trovare anche solo un posto da lavapiatti o da donna delle pulizie.
Ho giurato che glieli avrei restituiti fino all'ultimo centesimo.
Mio padre mi ha guardata.
Si è schiarito la voce, ha incrociato le braccia al petto e ha pronunciato la frase che mi ha uccisa:
«Giovanna, noi i nostri sacrifici li abbiamo già fatti ai nostri tempi. Ti avevamo detto che separarti era una cazzata, ma tu hai voluto fare di testa tua. Hai voluto l'indipendenza? Ora devi imparare a cavartela. Non siamo il tuo bancomat.»
Mi sono voltata verso mia madre, cercando aiuto.
Lei ha abbassato gli occhi sulle sue mani e ha sussurrato:
«Tuo padre ha ragione. Non possiamo intaccare i risparmi per i tuoi errori.»
In quel preciso istante, seduta su quel divano di velluto, io sono diventata orfana.
Avere i genitori vivi e a dieci chilometri di distanza, sapere che preferirebbero vederti finire in mezzo a una strada con i loro nipoti piuttosto che rinunciare al loro orgoglio e darti una mano, è un dolore che ti gela il sangue.
Ti toglie la pelle.
Sono uscita da quella casa e non ci sono mai più rientrata.
Ho fatto la fame.
Quella vera.
Ho iniziato a pulire le scale dei condomini in nero, svegliandomi alle quattro del mattino. Ho lavato i cessi dei bar per cinque euro l'ora.
C'erano sere in cui preparavo due uova al tegamino per i miei figli e io mi sedevo a tavola con un bicchiere d'acqua, dicendo loro con il sorriso stampato in faccia:
«Mamma ha già mangiato un panino enorme al lavoro. Scoppio. Mangiate tutto voi.»
E intanto lo stomaco mi si torceva per i crampi della fame.
Ma li guardavo mangiare e mi sentivo una leonessa.
Mi chiamo Giovanna.
Ho 41 anni.
Oggi ho un contratto a tempo indeterminato come cassiera in un supermercato.
Non navigo nell'oro, ma l'affitto è pagato e nel frigorifero c'è sempre qualcosa.
I miei figli sono puliti, sani e hanno tutto quello che serve.
Ce l'ho fatta da sola.
Mi sono strappata dal fondo con le mie stesse unghie, spezzandomele una per una.
I miei genitori, da qualche mese, provano a farsi sentire.
Mandano messaggi per le feste. Mi chiedono di portare i ragazzi la domenica pomeriggio, perché adesso stanno invecchiando e la solitudine comincia a fargli paura.
Ma io non rispondo.
Visualizzo e cancello.
Perché puoi perdonare uno sgarbo. Puoi persino perdonare una litigata furiosa.
Ma quando stai annegando e la persona che ti ha messo al mondo ti guarda annaspare tenendo le mani in tasca, qualcosa si rompe per sempre.
E non c'è colla, non c'è sangue, non c'è legame di parentela al mondo che possa mai riattaccarlo.
Dal WebLeggi tutto...
Chiacchiera
10 Agosto - 5.228 visualizzazioni La morte, in fondo, è l'unica cosa certa della vita… ed è anche l'unica che arriva senza avvisare e senza nemmeno chiedere se abbiamo già finito il dolce.
Per questo, quando arriverà il mio momento, non voglio facce tristi, lacrime a comando o silenzi da film drammatico. Vorrei essere ricordato per le risate, per le stupidaggini dette al momento giusto, per le serate finite troppo tardi e per tutte quelle piccole cose che, quando ero vivo, sembravano insignificanti ma che magari adesso vi faranno sorridere.
Non piangete perché non ci sono più: ridete perché, almeno per un po', ci sono stato.
E se proprio dovete versare una lacrima, fatelo pure… ma poi asciugatela, ordinate qualcosa da bere e raccontate una storia su di me. Possibilmente una divertente. E possibilmente una in cui faccio una bella figura, visto che non potrò più difendermi.
Perché, se la vita è un viaggio, la morte sarà pure la destinazione finale… ma io preferirei che il mio ricordo restasse come una bella serata: con qualche risata, qualche brindisi e la sensazione che, dopotutto, ne sia valsa la pena.
Vaccata
12 Luglio - 4.886 visualizzazioni Per oggi è l'ultima, giuro non vi tedio più 😁
Una piccola fiaba con una piccola morale.
Spero di riempire il tempo di pochi minuti con una lettura, a chi non può trascorrere una domenica d'estate nel fresco di un ombrellone in spiaggia o al fresco di una località montana 🤗
Nella notte in cui la luna sembrava galleggiare sull'oceano, un giovane uccellino dal petto color dell'alba vide qualcosa brillare tra le onde. Era una piccola pesciolina dalle scaglie d'argento, che ogni sera risaliva verso la superficie per osservare le stelle.
L'uccellino, incuriosito, le chiese:
«Com'è il tuo cielo?»
La pesciolina sorrise.
«Io non conosco il cielo. Vedo solo il suo riflesso sull'acqua. Raccontamelo tu.»
Così, ogni tramonto, lui scendeva fino a sfiorare il mare con le ali e lei saliva fin quasi a rompere la superficie. Restavano sospesi tra due mondi: lui con le piume sfiorate dagli spruzzi, lei con le pinne illuminate dall'aria.
L'uccello raccontava di nuvole leggere, di venti che portavano profumo di montagne e di albe nate sopra gli alberi. La pesciolina parlava di foreste di corallo, di balene che cantavano nel buio e di correnti che custodivano antichi segreti.
Col tempo si innamorarono.
Pensarono che l'amore fosse abbastanza forte da cancellare ogni distanza.
L'uccellino tentò di immergersi sempre più in profondità. Ogni volta le sue ali diventavano pesanti, incapaci di sostenerlo. La pesciolina provò a restare più a lungo fuori dall'acqua. Ogni respiro le costava fatica e il suo corpo si indeboliva.
Allora decisero di vivere sulla superficie.
Là dove il mare baciava il cielo.
Per un po' sembrò il luogo perfetto. Si incontravano ogni giorno, ridevano, sognavano un domani che appartenesse a entrambi. Ma la superficie era inquieta: le onde non smettevano mai di muoversi, il vento non conosceva riposo.
L'uccellino non poteva spiegare davvero le ali senza lasciare sola la pesciolina.
La pesciolina non poteva scendere nelle profondità senza spezzare quel fragile equilibrio.
La superficie non era una casa.
Era soltanto un ponte sospeso tra due universi.
E i ponti, per quanto magnifici, non sono fatti per essere abitati.
Un mattino si guardarono in silenzio. Non c'erano rabbia, colpa o rimpianto. C'era solo la dolce tristezza di chi comprende che amare non significa trattenere.
L'uccellino si alzò nel cielo.
La pesciolina tornò nel mare.
Ogni sera, però, quando il sole si tuffava nell'orizzonte, lui continuava a volare sopra l'acqua e lei continuava a risalire verso la luce. Per un istante i loro sguardi si incontravano ancora, e quel momento bastava a ricordare che alcuni amori non sono destinati a durare per sempre, ma a cambiare per sempre chi li ha vissuti.
L'amore più autentico non sempre è quello che riesce a costruire una vita insieme. A volte è quello che insegna a due anime quanto possano sfiorarsi senza appartenersi. Perché ci sono incontri che non nascono per essere una casa, ma per diventare una luce che accompagnerà il cammino di entrambi, anche quando le loro strade torneranno a seguire cieli e mari diversi.
Ecco cosa sono alcune storie d'amore.
Non false.
Non prive di significato.
Semplicemente impossibili da costruire interiormente senza che una persona affoghi d'aria o l'altra perda le aliLeggi tutto...
Vaccata
11 Luglio - 4.804 visualizzazioni Iniziamo.
Ciao, mi presento sono un cantastorie 
Chiacchiera
2 Agosto - 4.429 visualizzazioni "Ho accettato di fingere di essere la figlia di un uomo malato terminale che avevo conosciuto mentre facevo volontariato in un ospizio."
Ma dopo il suo funerale, il suo avvocato mi ha messo in mano una bara di legno e mi ha detto:
"Sei entrata direttamente nel piano che aveva creato per te".
Due anni dopo la morte di mia madre, ho iniziato a fare volontariato in un tranquillo ospizio fuori città.
Lì ho conosciuto Nathan.
Aveva cinquantanove anni e non riceveva visite, non aveva contatti di emergenza né foto di famiglia accanto al letto. Mentre gli altri pazienti ricevevano fiori e visite regolari, Nathan trascorreva la maggior parte delle sue giornate da solo.
All'inizio, passavo a trovarlo solo occasionalmente.
Poi ho iniziato a portargli il caffè, a sedermi accanto a lui dopo i miei turni e ad ascoltarlo mentre parlava delle occasioni perdute e degli anni che avrebbe voluto poter recuperare.
In poco tempo, sono diventata la persona che non vedeva l'ora di vedere.
Una sera di pioggia, Nathan si è sporto sul letto e mi ha preso la mano.
"Ho un'ultima richiesta", ha detto.
"Voglio che tu finga di essere mia figlia finché non me ne sarò andato."
Lo fissai, certa di aver frainteso.
Lui guardò verso la finestra.
"So che sembra strano. Ma ho perso la mia bambina prima ancora che nascesse. La vita ci ha separati e non ho mai avuto la possibilità di conoscerla."
La sua confessione toccò una ferita che mi portavo dentro da tutta la vita.
Mia madre mi aveva cresciuta da sola. Mio padre era scomparso prima che nascessi e lei non mi aveva mai detto il suo nome. Non avevo fotografie, lettere o ricordi di lui.
Avrei dovuto mettere in discussione la richiesta di Nathan.
Invece, provai compassione per un uomo morente che desiderava vivere l'esperienza della paternità prima che fosse troppo tardi.
Sforzai un sorriso.
"Bene, allora... ciao, papà."
Nathan rise così forte che iniziò a tossire.
Per le sei settimane successive, diventammo praticamente inseparabili.
Spingevo la sua sedia a rotelle attraverso il giardino dell'ospizio e lo ascoltavo mentre si lamentava dei fiori. Lo portai al suo ristorante preferito, dove il personale sembrava conoscerlo insolitamente bene. Condividemmo fette di torta di mele in un angolo appartato.
L'ospizio approvò persino una gita al mare.
Aiutai Nathan a camminare sulla sabbia in modo che potesse sentire l'oceano sotto i piedi un'ultima volta.
Ogni volta che degli estranei pensavano fossi sua figlia, Nathan non li correggeva mai.
"Lo è", diceva con orgoglio.
Sapevo che il nostro rapporto si basava su un accordo.
Ma per la prima volta dopo anni, mi sentii scelta.
Dopo aver passato così tanto tempo a prendermi cura di mia madre e poi tornare ogni sera in una casa vuota, finalmente avevo qualcuno ad aspettarmi.
Nathan si indeboliva con il passare dei giorni.
Durante la mia ultima visita, faceva fatica a tenere gli occhi aperti.
"Sono stato convincente?" sussurrò.
"Come padre?"
Mi rivolse un sorriso stanco.
"Come qualcuno che vale la pena ricordare."
Gli strinsi la mano.
"Eri esigente, testardo e impossibile."
"Sembra sincero."
"E io ti ricorderò."
Nathan morì serenamente la mattina seguente.
Al suo funerale, riconobbi diversi operatori dell'ospizio e dipendenti della mensa. Un uomo dall'aria seria, di nome Eric, se ne stava in disparte, in fondo alla sala, mentre deponevo un fiore sulla bara di Nathan.
Non mi si avvicinò mai.
Il pomeriggio seguente, Eric mi chiamò e mi chiese di incontrarlo.
Quando arrivai al suo ufficio, non mi porse le condoglianze né fece una conversazione di cortesia.
Invece, posò una scatola di legno sul tavolo della sala riunioni e mi guardò dritto negli occhi.
"Sei caduta dritta nella trappola di Nathan", disse.
Mi si gelò il sangue nelle vene.
"Di cosa stai parlando?"
Mi spinse la scatola verso di me.
«Nathan non ti ha incontrato per caso. Ha scelto quell'ospizio perché sapeva che ci facevi volontariato.»....................
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Chiacchiera
2 Agosto - 3.721 visualizzazioni .........
Il cuore iniziò a battermi così forte che per un istante ebbi paura di svenire.
«Che cosa significa... mi ha scelta?»
Eric rimase in silenzio qualche secondo.
Sembrava cercare le parole meno dolorose.
«Nathan era un uomo molto metodico. Negli ultimi anni della sua vita ha assunto un investigatore privato.»
Sentii il respiro spezzarsi.
«Per trovare sua figlia?»
Eric abbassò lentamente lo sguardo.
«Per trovare la donna che aveva amato.»
Le dita mi si irrigidirono attorno alla scatola di legno.
«Tua madre.»
Il mondo sembrò fermarsi.
Le pareti dell'ufficio svanirono.
Il ticchettio dell'orologio diventò assordante.
«No...»
Fu l'unica parola che riuscii a pronunciare.
Eric annuì.
«Nathan scoprì che la donna che aveva amato era morta da anni. Scoprì anche che aveva avuto una figlia... te.»
Le lacrime iniziarono a scendere senza che riuscissi a trattenerle.
«Perché non me l'ha detto?»
«Perché non era sicuro di meritarsi quel diritto.»
Eric aprì lentamente un fascicolo.
«Quando tua madre rimase incinta, Nathan era un ragazzo immaturo. Fuggì. Aveva paura della responsabilità. Cercò di tornare mesi dopo, ma tua madre era sparita. Per quarant'anni provò a ritrovarla. Quando finalmente ci riuscì... era troppo tardi.»
Sentii un dolore sordo attraversarmi il petto.
Quarant'anni.
Quarant'anni di rimpianti.
Quarant'anni a rincorrere una possibilità perduta.
«Quando scoprì che facevi volontariato in quell'ospizio...» continuò Eric, «capì di avere davanti due strade. Presentarsi dicendo "Sono tuo padre", oppure conquistarsi il diritto di esserlo.»
«E ha scelto la seconda.»
Eric sorrise appena.
«Disse una frase che non dimenticherò mai.»
Aprì una busta.
Lesse lentamente.
«"Se lei riuscirà a volermi bene senza sapere chi sono, allora forse, per qualche settimana, saprò cosa significa essere davvero un padre."»
Le lacrime ormai mi impedivano perfino di vedere.
Eric mi porse la scatola.
«Aprila.»
Sollevai il coperchio con mani tremanti.
Dentro c'era una vecchia fotografia.
Una ragazza sorridente.
La riconobbi subito.
Mia madre.
Accanto a lei un giovane Nathan, con gli stessi occhi buoni che avevo imparato a conoscere.
Sotto la fotografia c'era una lettera.
La aprii.
"Cara Emma,"
"Se stai leggendo queste parole significa che non ho avuto il coraggio di dirti la verità guardandoti negli occhi."
"Perdonami."
"Ho passato una vita intera cercando di rimediare all'unico errore che non potevo cancellare."
"Non avevo il diritto di chiederti di chiamarmi papà."
"Così ho sperato che fossi tu, liberamente, a scegliere se concedermi quel privilegio."
"Quando hai pronunciato quelle due parole — 'Ciao, papà' — ho ricevuto il regalo più grande della mia vita."
"Anche se erano soltanto parte di un gioco."
Le lettere iniziarono a confondersi.
Una goccia cadde sul foglio.
Poi un'altra.
"In quelle sei settimane non hai recitato soltanto il ruolo di una figlia."
"Mi hai insegnato che nessuno è definito per sempre dai propri errori."
"L'amore non cancella il passato."
"Gli dà un significato."
"Se un giorno sentirai la mancanza di un padre, guarda il mare."
"Ricordi quando ci siamo tolti le scarpe?"
"Ti dissi che le onde non smettono mai di tornare a riva."
"Le persone che si amano fanno lo stesso."
"Tornano."
"In un ricordo."
"In una carezza."
"In un insegnamento."
"Perfino in un silenzio."
"Con amore..."
"Papà."
Per la prima volta nella mia vita lessi quella parola sapendo che era rivolta a me.
Chiusi gli occhi.
E piansi come non avevo mai pianto.
Non per la perdita.
Ma per il tempo ritrovato.
───
Passarono alcuni mesi.
Continuai a fare volontariato nello stesso ospizio.
Un pomeriggio arrivò una ragazza poco più che ventenne.
Restava seduta sempre da sola nella sala d'attesa.
Lo sguardo basso.
Le mani strette tra loro.
Mi ricordava terribilmente me.
Mi sedetti accanto a lei.
«Aspetti qualcuno?»
Scosse la testa.
«No.»
«Allora perché sei qui?»
Esitò.
«Perché fuori non c'è nessuno che mi aspetta.»
Quelle parole mi trafissero.
Le sorrisi.
Lo stesso sorriso che Nathan aveva regalato a me il primo giorno.
«Allora resta.»
«Perché?»
«Perché da oggi qualcuno ti aspetta.»
La ragazza iniziò a piangere.
Istintivamente la abbracciai.
In quell'istante compresi davvero l'ultimo insegnamento di Nathan.
L'amore non appartiene al sangue.
Appartiene alle scelte.
E le persone che ci salvano raramente sono quelle che ci hanno dato la vita.
Sono quelle che decidono di camminare accanto a noi quando avrebbero mille motivi per voltarsi dall'altra parte.
Uscendo dall'ospizio, alzai gli occhi verso il cielo.
Il vento portava con sé l'odore del mare.
Sorrisi.
«Ciao, papà.»
Per un attimo mi sembrò di sentire una risata.
La sua.
Quella di un uomo che aveva trascorso un'intera esistenza inseguendo il perdono e che, alla fine, aveva scoperto che la speranza non nasce dall'avere una seconda possibilità.
Nasce dal coraggio di donare a qualcun altro la prima.
E da quel giorno capii che nessuna storia è davvero finita finché esiste qualcuno disposto a scriverne un nuovo capitolo con il proprio cuore.Leggi tutto...
Chiacchiera
26 Luglio - 3.350 visualizzazioni Doveva essere una serata come tante.
Ero seduto a un tavolo all'aperto di un pub, una birra davanti a me e il brusio della gente che riempiva l'aria. Ogni tanto alzavo lo sguardo, osservando distrattamente ciò che mi circondava.
A pochi metri da me c'era una coppia. All'inizio sembravano semplicemente discutere, ma qualcosa non mi convinceva. Lui parlava con un tono autoritario, quasi di comando. Lei, invece, teneva lo sguardo basso, rispondeva appena e sembrava sempre più intimorita.
Continuavo a osservarli con la coda dell'occhio. Non volevo essere invadente, ma sentivo che c'era qualcosa di profondamente sbagliato.
Poi è successo.
L'uomo ha afferrato la donna per i capelli con una violenza che ancora adesso faccio fatica a dimenticare. Li ha tirati con forza, come se stesse trascinando una corda in un tiro alla fune, costringendola ad alzarsi dalla sedia. Nel frattempo pronunciava frasi che, pur senza essere esplicite, lasciavano intendere minacce gravissime.
Non ho esitato.
Ho preso il telefono e ho chiamato il 113. Ho comunicato con calma le mie generalità, il luogo in cui mi trovavo e ho riferito che era in corso una violenta aggressione ai danni di una donna, aggiungendo che avevo sentito anche minacce velate che facevano temere per la sua incolumità.
Terminata la chiamata, mi sono avvicinato.
Non ho urlato.
Non ho insultato nessuno.
L'ho guardato negli occhi e, con voce ferma, gli ho detto:
" La forza non ti rende un uomo. Ti rende solo qualcuno che se la prende con chi non si può difendere. Fermati adesso e pensa a quello che stai facendo. Ogni secondo che continui peggiora soltanto la tua situazione, di questi tempi chi maltratta una donna se lo bevono "
Per un istante il tempo sembrò fermarsi.
Lui lasciò la presa. La donna riuscì a fare un passo indietro.
Poi rivolse tutta la sua rabbia verso di me.
"Fatti i cazzi tuoi!" urlò, avvicinandosi con aria minacciosa.
Sono rimasto immobile, senza abbassare lo sguardo.
"I cazzi miei finiscono nel momento in cui qualcuno usa la violenza contro un'altra persona più debole. Da qui in poi sono cazzi di tutti"
L'atmosfera era tesa. Bastavano pochi secondi perché tutto degenerasse.
Fu proprio in quel momento che arrivò una pattuglia della Polizia. Gli agenti intervennero immediatamente, separarono l'uomo dalla donna e iniziarono gli accertamenti, raccogliendo anche la mia testimonianza.
Ieri sera ho capito una cosa.
La violenza prospera soprattutto quando chi la vede decide di voltarsi dall'altra parte.Leggi tutto...
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