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Chiacchiera
10 Agosto - 5.228 visualizzazioni La morte, in fondo, è l'unica cosa certa della vita… ed è anche l'unica che arriva senza avvisare e senza nemmeno chiedere se abbiamo già finito il dolce.
Per questo, quando arriverà il mio momento, non voglio facce tristi, lacrime a comando o silenzi da film drammatico. Vorrei essere ricordato per le risate, per le stupidaggini dette al momento giusto, per le serate finite troppo tardi e per tutte quelle piccole cose che, quando ero vivo, sembravano insignificanti ma che magari adesso vi faranno sorridere.
Non piangete perché non ci sono più: ridete perché, almeno per un po', ci sono stato.
E se proprio dovete versare una lacrima, fatelo pure… ma poi asciugatela, ordinate qualcosa da bere e raccontate una storia su di me. Possibilmente una divertente. E possibilmente una in cui faccio una bella figura, visto che non potrò più difendermi.
Perché, se la vita è un viaggio, la morte sarà pure la destinazione finale… ma io preferirei che il mio ricordo restasse come una bella serata: con qualche risata, qualche brindisi e la sensazione che, dopotutto, ne sia valsa la pena.
Vaccata
12 Luglio - 4.886 visualizzazioni Per oggi è l'ultima, giuro non vi tedio più 😁
Una piccola fiaba con una piccola morale.
Spero di riempire il tempo di pochi minuti con una lettura, a chi non può trascorrere una domenica d'estate nel fresco di un ombrellone in spiaggia o al fresco di una località montana 🤗
Nella notte in cui la luna sembrava galleggiare sull'oceano, un giovane uccellino dal petto color dell'alba vide qualcosa brillare tra le onde. Era una piccola pesciolina dalle scaglie d'argento, che ogni sera risaliva verso la superficie per osservare le stelle.
L'uccellino, incuriosito, le chiese:
«Com'è il tuo cielo?»
La pesciolina sorrise.
«Io non conosco il cielo. Vedo solo il suo riflesso sull'acqua. Raccontamelo tu.»
Così, ogni tramonto, lui scendeva fino a sfiorare il mare con le ali e lei saliva fin quasi a rompere la superficie. Restavano sospesi tra due mondi: lui con le piume sfiorate dagli spruzzi, lei con le pinne illuminate dall'aria.
L'uccello raccontava di nuvole leggere, di venti che portavano profumo di montagne e di albe nate sopra gli alberi. La pesciolina parlava di foreste di corallo, di balene che cantavano nel buio e di correnti che custodivano antichi segreti.
Col tempo si innamorarono.
Pensarono che l'amore fosse abbastanza forte da cancellare ogni distanza.
L'uccellino tentò di immergersi sempre più in profondità. Ogni volta le sue ali diventavano pesanti, incapaci di sostenerlo. La pesciolina provò a restare più a lungo fuori dall'acqua. Ogni respiro le costava fatica e il suo corpo si indeboliva.
Allora decisero di vivere sulla superficie.
Là dove il mare baciava il cielo.
Per un po' sembrò il luogo perfetto. Si incontravano ogni giorno, ridevano, sognavano un domani che appartenesse a entrambi. Ma la superficie era inquieta: le onde non smettevano mai di muoversi, il vento non conosceva riposo.
L'uccellino non poteva spiegare davvero le ali senza lasciare sola la pesciolina.
La pesciolina non poteva scendere nelle profondità senza spezzare quel fragile equilibrio.
La superficie non era una casa.
Era soltanto un ponte sospeso tra due universi.
E i ponti, per quanto magnifici, non sono fatti per essere abitati.
Un mattino si guardarono in silenzio. Non c'erano rabbia, colpa o rimpianto. C'era solo la dolce tristezza di chi comprende che amare non significa trattenere.
L'uccellino si alzò nel cielo.
La pesciolina tornò nel mare.
Ogni sera, però, quando il sole si tuffava nell'orizzonte, lui continuava a volare sopra l'acqua e lei continuava a risalire verso la luce. Per un istante i loro sguardi si incontravano ancora, e quel momento bastava a ricordare che alcuni amori non sono destinati a durare per sempre, ma a cambiare per sempre chi li ha vissuti.
L'amore più autentico non sempre è quello che riesce a costruire una vita insieme. A volte è quello che insegna a due anime quanto possano sfiorarsi senza appartenersi. Perché ci sono incontri che non nascono per essere una casa, ma per diventare una luce che accompagnerà il cammino di entrambi, anche quando le loro strade torneranno a seguire cieli e mari diversi.
Ecco cosa sono alcune storie d'amore.
Non false.
Non prive di significato.
Semplicemente impossibili da costruire interiormente senza che una persona affoghi d'aria o l'altra perda le aliLeggi tutto...
Vaccata
18 Luglio - 4.844 visualizzazioni Aurelio spense il motore della sua vecchia utilitaria proprio davanti al cartello: "Saracinesco".
Per qualche istante rimase immobile, con le mani ancora strette sul volante. Il silenzio della montagna era diverso da quello della città. Non era vuoto: era fatto di vento, del canto lontano di un merlo e del rintocco lento delle campane che arrivava dal centro del paese.
Era tornato.
Sessantasette anni, appena andato in pensione dopo oltre quarant'anni di lavoro come impiegato comunale a Roma. Una vita trascorsa a rincorrere orari, bollette, scadenze e responsabilità. Quando aveva immaginato quel momento, anni prima, pensava a viaggi con sua moglie, passeggiate mano nella mano e finalmente il tempo per vivere.
La vita, però, aveva scritto un finale diverso.
Lucia, sua moglie, era morta cinque mesi prima. Un tumore aggressivo, scoperto troppo tardi, l'aveva consumata in meno di un anno. Aurelio ricordava ancora il suo ultimo sorriso, stanco ma sereno, mentre gli stringeva la mano nel reparto di oncologia.
«Non restare chiuso in casa quando io non ci sarò.»
Era stata quella la sua ultima richiesta.
Ma come si poteva uscire da una casa che era diventata un museo di ricordi?
Ogni stanza parlava di lei. Il grembiule ancora appeso dietro la porta della cucina. Gli occhiali lasciati sul comodino. Il libro che non avrebbe mai finito.
E sopra ogni dolore, ce n'era uno ancora più antico.
Anna.
La loro unica figlia.
Ventidue anni.
Un sabato sera di luglio aveva detto: «Papà, torno presto.»
Non era più tornata.
Un ragazzo ubriaco aveva imboccato una strada provinciale a velocità folle. Lo schianto era stato devastante. Tre giovani morti sul colpo.
Da allora, il sabato sera aveva smesso di esistere.
Per Aurelio era rimasto solo un giorno da attraversare in silenzio.
Quando anche Lucia se n'era andata, il peso dei ricordi era diventato insopportabile.
Così aveva venduto l'appartamento di Roma.
Aveva conservato soltanto poche scatole, qualche fotografia e la vecchia credenza costruita da suo padre.
Il resto era rimasto indietro.
L'unico luogo dove sentiva di poter respirare era Saracinesco.
Il paese dove era nato.
Arroccato sui monti Simbruini, sembrava sospeso tra il cielo e la pietra. Le case antiche si stringevano una all'altra come per proteggersi dal tempo. Le stradine erano strette, consumate dai passi di generazioni ormai dimenticate.
Lì ogni angolo aveva un ricordo.
La fontana dove da bambino riempiva i secchi con sua madre.
La piazzetta dove aveva dato il primo bacio a Lucia durante una festa patronale.
Il vicolo in cui correva con gli amici fino al tramonto.
Molti di quei volti non esistevano più.
Chi era morto.
Chi si era trasferito.
Chi era semplicemente diventato vecchio.
La casa dei suoi genitori era rimasta chiusa per quasi trent'anni.
Le imposte scolorite.
L'intonaco screpolato.
Le tegole invase dal muschio.
Quando aprì il vecchio portone, il profumo del legno stagionato e della pietra umida lo investì come un abbraccio.
La polvere danzava nei raggi di sole che filtravano dalle finestre.
Ogni mobile era esattamente dov'era stato l'ultima volta.
L'orologio a pendolo fermo.
Il tavolo della cucina.
La credenza.
Le fotografie in bianco e nero.
Persino la sedia dove suo padre si sedeva ogni sera sembrava aspettare qualcuno.
Aurelio appoggiò la valigia sul pavimento.
Guardò lentamente ogni stanza.
Poi si sedette.
Per la prima volta dopo mesi, pianse senza trattenersi.
Non erano soltanto lacrime di dolore.
Erano lacrime di ritorno.
Di un uomo che aveva perso quasi tutto, ma che cercava ancora un posto nel mondo.
Fuori il sole iniziava a scendere dietro le montagne.
Le ombre si allungavano sulle mura del piccolo borgo.
Dal campanile arrivarono sette rintocchi.
Aurelio si asciugò il volto.
«Sono tornato...» sussurrò.
Non sapeva ancora che quel paese, apparentemente immobile e dimenticato, custodiva segreti antichi quanto le sue rocce.
E che il suo ritorno non era stato un caso.
Era soltanto l'inizio......Leggi tutto...
Vaccata
11 Luglio - 4.804 visualizzazioni Iniziamo.
Ciao, mi presento sono un cantastorie 
Vaccata
11 Luglio - 4.664 visualizzazioni

Animazione Peso Moderato (0.95 Mb)
Vaccata
12 Luglio - 4.450 visualizzazioni Ok partiamo
Prima puntata domenicale, la dedico ad un grande attore che non c'è piu Angelo Infanti, con una leggera rivisitazione del suo monologo, recitato nell'appartamento dove viveva realmente Moana Pozzi presente in questo film, nella scena del nudo integrale.
A casa eravamo sei fratelli.
L'unica femmina morì a otto mesi.
Poverina, che disgrazia!
Poi c'era la guerra, la fame nera.
Mio padre fu ucciso dai tedeschi.
E' morto così, tra le mie braccia.
E fu allora che mia madre per sfamarci scese sul marciapiede.
Che donna!
Mi cacciarono da scuola perché menavo a tutti.
C'è sempre stato come un seme di violenza dentro me.
Non ho mai capito il perché.
Allora ero bello come il sole.
Pure adesso, però, solo che non sapevo che fare, che inventare.
E così optai per il mare.
E così un giorno me ne uscì da casa, me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo che batteva bandiera liberiana.
Che cosa trasportasse quel cargo non l'ho mai capito.
In quei due anni ho fatto di tutto.
Mi sono drogato.
Sono stato con le donne.
Con gli uomini.
Tutto.
Eh, la gente che ho visto morire.
A profusione, proprio.
Mi ricordo che per le strade di Bombay contavano più morti che vivi.
Tornato in Italia volevo riprendere gli studi, ma ormai era troppo tardi e fu allora che dissi... Manuel, fatti da solo.
E così andai a Parigi a fare il cameriere.
Lì chi ti incontro?
Una donna... bella, ricca, importante con personalità.
Insomma, ci sposammo. E per un po' fui anche felice. Solo che lei aveva il vizio di bere.
Beveva, beveva, beveva. Lei è quell'altro amico suo, lì quel Richard Burton che a me è sempre stato qua.
Facevano a gara a chi beveva di più.
Poi una sera, Burton mi vomita sulla moquette del salotto e quella fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Non ci ho visto più.
L'ho preso e l'ho buttato fuori di casa.
Ma certo che la vita mia è stata veramente un'odissea.
Vi ho raccontato un sacco di fregnacce.
😂😂😂😂😂
Forse qualcosa di vero c'è.
Vi chiederete perché vi ho raccontato tutte queste cazzate?
Così...
perché mi annoio
e allora invento,
sogno,
divago.Leggi tutto...
Chiacchiera
2 Agosto - 4.429 visualizzazioni "Ho accettato di fingere di essere la figlia di un uomo malato terminale che avevo conosciuto mentre facevo volontariato in un ospizio."
Ma dopo il suo funerale, il suo avvocato mi ha messo in mano una bara di legno e mi ha detto:
"Sei entrata direttamente nel piano che aveva creato per te".
Due anni dopo la morte di mia madre, ho iniziato a fare volontariato in un tranquillo ospizio fuori città.
Lì ho conosciuto Nathan.
Aveva cinquantanove anni e non riceveva visite, non aveva contatti di emergenza né foto di famiglia accanto al letto. Mentre gli altri pazienti ricevevano fiori e visite regolari, Nathan trascorreva la maggior parte delle sue giornate da solo.
All'inizio, passavo a trovarlo solo occasionalmente.
Poi ho iniziato a portargli il caffè, a sedermi accanto a lui dopo i miei turni e ad ascoltarlo mentre parlava delle occasioni perdute e degli anni che avrebbe voluto poter recuperare.
In poco tempo, sono diventata la persona che non vedeva l'ora di vedere.
Una sera di pioggia, Nathan si è sporto sul letto e mi ha preso la mano.
"Ho un'ultima richiesta", ha detto.
"Voglio che tu finga di essere mia figlia finché non me ne sarò andato."
Lo fissai, certa di aver frainteso.
Lui guardò verso la finestra.
"So che sembra strano. Ma ho perso la mia bambina prima ancora che nascesse. La vita ci ha separati e non ho mai avuto la possibilità di conoscerla."
La sua confessione toccò una ferita che mi portavo dentro da tutta la vita.
Mia madre mi aveva cresciuta da sola. Mio padre era scomparso prima che nascessi e lei non mi aveva mai detto il suo nome. Non avevo fotografie, lettere o ricordi di lui.
Avrei dovuto mettere in discussione la richiesta di Nathan.
Invece, provai compassione per un uomo morente che desiderava vivere l'esperienza della paternità prima che fosse troppo tardi.
Sforzai un sorriso.
"Bene, allora... ciao, papà."
Nathan rise così forte che iniziò a tossire.
Per le sei settimane successive, diventammo praticamente inseparabili.
Spingevo la sua sedia a rotelle attraverso il giardino dell'ospizio e lo ascoltavo mentre si lamentava dei fiori. Lo portai al suo ristorante preferito, dove il personale sembrava conoscerlo insolitamente bene. Condividemmo fette di torta di mele in un angolo appartato.
L'ospizio approvò persino una gita al mare.
Aiutai Nathan a camminare sulla sabbia in modo che potesse sentire l'oceano sotto i piedi un'ultima volta.
Ogni volta che degli estranei pensavano fossi sua figlia, Nathan non li correggeva mai.
"Lo è", diceva con orgoglio.
Sapevo che il nostro rapporto si basava su un accordo.
Ma per la prima volta dopo anni, mi sentii scelta.
Dopo aver passato così tanto tempo a prendermi cura di mia madre e poi tornare ogni sera in una casa vuota, finalmente avevo qualcuno ad aspettarmi.
Nathan si indeboliva con il passare dei giorni.
Durante la mia ultima visita, faceva fatica a tenere gli occhi aperti.
"Sono stato convincente?" sussurrò.
"Come padre?"
Mi rivolse un sorriso stanco.
"Come qualcuno che vale la pena ricordare."
Gli strinsi la mano.
"Eri esigente, testardo e impossibile."
"Sembra sincero."
"E io ti ricorderò."
Nathan morì serenamente la mattina seguente.
Al suo funerale, riconobbi diversi operatori dell'ospizio e dipendenti della mensa. Un uomo dall'aria seria, di nome Eric, se ne stava in disparte, in fondo alla sala, mentre deponevo un fiore sulla bara di Nathan.
Non mi si avvicinò mai.
Il pomeriggio seguente, Eric mi chiamò e mi chiese di incontrarlo.
Quando arrivai al suo ufficio, non mi porse le condoglianze né fece una conversazione di cortesia.
Invece, posò una scatola di legno sul tavolo della sala riunioni e mi guardò dritto negli occhi.
"Sei caduta dritta nella trappola di Nathan", disse.
Mi si gelò il sangue nelle vene.
"Di cosa stai parlando?"
Mi spinse la scatola verso di me.
«Nathan non ti ha incontrato per caso. Ha scelto quell'ospizio perché sapeva che ci facevi volontariato.»....................
ContinuaLeggi tutto...
Vaccata
17 Luglio - 4.424 visualizzazioni Vista l'ora vi pubblico una cosa col finale a sorpresa....
È tardo pomeriggio quando due vicini del terzo piano chiamano i carabinieri.
La voce, al telefono, trema.
Hanno visto qualcosa che li ha paralizzati.
L'appartamento interno 13 è chiuso e disabitato da anni. O almeno, così credono tutti nel palazzo.
Eppure, pochi istanti prima, la porta-finestra del balcone si è aperta di qualche centimetro.
Dietro il vetro è comparso un volto.
Pallido. Scavato. Immobile.
Per un interminabile istante è rimasto lì, con gli occhi infossati e la pelle tesa sulle ossa. Sembrava il volto di qualcuno che stesse cercando disperatamente di chiedere aiuto... senza più avere la forza di parlare.
Non era un riflesso.
Non era un'ombra.
Era un essere umano.
Quando i carabinieri arrivano sul posto, trovano la porta d'ingresso chiusa a chiave.
La sfondano.
Un odore acre li investe immediatamente. Chimico. Pesante. Quasi ospedaliero. Un odore che impregna le pareti e rende difficile perfino respirare.
L'appartamento è immerso nel silenzio.
Poi, in fondo al corridoio, una porta socchiusa.
Entrano.
Sul letto c'è un uomo.
È immobilizzato con cinghie da contenzione fissate ai quattro angoli del materasso.
I militari si bloccano.
È ancora vivo.
Pesa poco più di trenta chili. La pelle, violacea e sottile come carta, lascia affiorare ogni vena. I capelli, unti, sono incollati al cranio. Le labbra sono screpolate fino a sanguinare.
Dal braccio penzola una flebo collegata a una sacca ormai vuota, appesa a un gancio improvvisato.
Ai polsi e alle caviglie le cinghie hanno scavato solchi profondi nella carne.
Sul comodino ci sono garze pulite, un flacone di disinfettante e una bottiglia d'acqua mezza piena.
Qualcuno è stato lì.
Qualcuno lo ha tenuto in vita.
Ma di quella persona non c'è traccia.
Nessun segno di effrazione.
Nessuna impronta evidente.
Nessun indizio.
Solo quell'uomo, legato, consumato lentamente, come se qualcuno avesse calcolato con precisione il limite tra la vita e la morte.
Respira a fatica.
Quando i carabinieri provano a liberarlo, il suo corpo si irrigidisce.
Dalla gola esce un suono gutturale.
Poi, appena percettibile, una frase.
«Non era umano.»
Dopo quelle parole, non parlerà più.
Durante il trasporto in ambulanza rimane immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto.
Il referto medico parla di grave denutrizione, disidratazione avanzata e immobilizzazione prolungata.
Le forze dell'ordine aprono immediatamente un'indagine per sequestro di persona e lesioni gravissime.
Secondo alcune fonti interne, gli investigatori seguirebbero già una pista precisa.
Ma nessun dettaglio viene reso pubblico.
Resta soltanto una certezza.
Quell'uomo non avrebbe mai potuto legarsi da solo.
E, soprattutto, non sarebbe sopravvissuto così a lungo senza qualcuno che, giorno dopo giorno, lo avesse nutrito, medicato... e mantenuto in vita.
Quel tanto che bastava per impedirgli di morire........
Adesso tocca a voi continuare il racconto 😨
Buonanotte😴Leggi tutto...
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non esiste tempo così come
non esistono (in assoluto)
anime care o attajanati,
ma acquisizione di consapevolezza avviene solo con esperienza di prima mano (nessuno può avvalersi di quella di qualcun altro), e quando avviene si inizia a comprendere l'inutilità di essersi voluti creare riferimenti apparentemente certi di cui non abbiamo bisogno
convinto che tu possa arrivarci da solo !
Anche se conosco persone che non riescono ad uscirne.
Però devo dire che da un po’ di tempo mi accorgo di essere cambiato proprio su questo. Cerco di soffermarmi di più sui momenti, anche quelli apparentemente insignificanti. Una conversazione, una risata, una cena, un abbraccio, il tempo passato con qualcuno… cerco di non viverli più sempre con la testa già proiettata a quello che viene dopo.
Non ci riesco sempre, naturalmente, e anch’io torno spesso a perdermi nelle solite cose. Però forse la consapevolezza sta proprio nel riuscire, ogni tanto, a fermarsi e ricordarsi cosa conta davvero.
Perché alla fine credo che non sia necessario vivere pensando continuamente alla morte o al rischio di perdere qualcuno. Basta imparare, quando possibile, a non dare per scontato il tempo che abbiamo con le persone che amiamo.