Vaccata
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15 Luglio - 3.747 visualizzazioni
Nella casa al civico 17 di via dei Platani il silenzio aveva preso residenza stabile. Non era un silenzio vuoto, ma denso, come polvere che si deposita sugli oggetti quando nessuno li tocca più. Andrea viveva lì da anni, solo, dopo che le persone avevano smesso di restare e lui aveva smesso di chiedere.
Le giornate scorrevano uguali. Lavoro, rientro, cena davanti a una finestra che dava su un cortile senza alberi. Parlava poco, quasi solo per necessità. Ma nella sua mente il rumore non cessava mai.
All'inizio fu una voce. Non una voce estranea, piuttosto una sfumatura del suo stesso pensiero. Arrivava nei momenti di stanchezza, quando la sera lo schiacciava sul divano. Commentava le cose con ironia, con una leggerezza che Andrea non aveva mai posseduto.
Sei troppo serio, diceva.
Andrea sorrideva, senza sapere perché.
Col tempo la voce prese un nome: Elena. Non lo scelse lui, gli sembrò di ricordarlo. O forse lo inventò così bene da convincersi del contrario. Elena non era solo parole: aveva opinioni, gusti musicali, un modo preciso di ridere che Andrea “sentiva” senza udirlo davvero.
Poi arrivarono le immagini.
Andrea iniziò a ricordare Elena come se fosse stata parte della sua vita da sempre. La vedeva seduta al tavolo della cucina, con i piedi nudi sul pavimento freddo. Rammentava una cicatrice sul suo ginocchio sinistro
— caduta da bambina, gli aveva raccontato. Ricordava discussioni mai avvenute, vacanze mai fatte, silenzi condivisi su panchine che non aveva mai visitato.
I ricordi erano vividi, intrusivi. Non sembravano costruiti: avevano l'imprecisione autentica del passato. Odori, temperature, dettagli inutili. Elena che si lamentava del caffè troppo amaro. Elena che piangeva per un film che Andrea non ricordava di aver visto.
Quando Andrea si rese conto che quei ricordi non potevano essere reali, era già troppo tardi. Elena aveva una storia più coerente della sua.
Lei lo rimproverava quando cercava di ignorarla.
Mi stai cancellando, diceva con calma. Eppure sono l'unica che ti conosce davvero.
Andrea iniziò a parlarle ad alta voce. Prima solo in casa, poi anche per strada, muovendo le labbra senza suono. Nessuno se ne accorse. La solitudine è un ottimo nascondiglio.
Elena non era una fuga: era una presenza. Occupava spazio nella sua mente, prendeva decisioni. A volte Andrea si sorprendeva a scegliere vestiti che piacevano a lei, a cucinare piatti che lei ricordava di amare. Alcuni ricordi cominciarono a sovrapporsi. Non sapeva più distinguere quali emozioni fossero sue.
Una notte, davanti allo specchio del bagno, Andrea vide qualcosa di diverso. Non un'allucinazione, non un volto al posto del suo. Vide nei propri occhi uno sguardo che non riconosceva: più sicuro, più vivo.
Non devi aver paura, disse Elena. Io sono nata perché tu potessi restare.
Andrea capì allora. Elena non era un'intrusa. Era il risultato di anni di silenzio, di parole non dette, di carezze mai ricevute. Era tutto ciò che aveva dovuto diventare per sopravvivere.
Col passare dei mesi, i confini si assottigliarono. Andrea ricordava l'infanzia di Elena meglio della propria. I suoi sogni avevano il suo punto di vista. Quando qualcuno gli chiedeva “Come stai?”, la risposta arrivava con una voce che non era più solo la sua.
Nella casa di via dei Platani il silenzio non se ne andò. Ma ora non era più vuoto.
Era abitato.
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Vaccata