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Chi tocca i Cerutti muore

Vaccheca

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fceruttilivello 4
ieri alle ore 15:19 - 3.126 visualizzazioni
Ricordi tragici dell'infanzia.
Anime sante, servizio sveglia.

Nel 1966, a casa nostra, c'erano tre autorità supreme: il Papa, il parroco e la nonna. Subito sotto la nonna, in una gerarchia che nessuno aveva mai osato mettere per iscritto, venivano le anime del purgatorio.

La nonna con le anime aveva un rapporto da soci in affari. Accendeva loro i lumini, recitava rosari a pacchetti da cinquanta, faceva promesse solenni davanti all'immaginetta appesa sopra il comodino. E fin qui, niente da eccepire: ognuno ha i suoi santi in paradiso, o nei dintorni.

Il problema era un servizio supplementare, che qualcuno, in un'epoca imprecisata, aveva evidentemente scoperto e messo in circolazione: la sveglia. La sera, prima di coricarsi, bastava dire «Anime sante del purgatorio, svegliatemi alle cinque», e alle cinque spaccate quelle ti svegliavano. Gratis. Senza prenotazione. Senza nemmeno la sveglia a due campanelle, che in casa nostra faceva un rumore da carro armato ma aveva almeno la decenza di stare sul comodino, dove la vedevi.

Io da bambino mi ponevo due domande, e non ho ancora ricevuto risposta a nessuna delle due.

La prima: come ti svegliano? Perché le anime una sveglia non ce l'hanno. Non hanno il comodino, non hanno la molla, non hanno nemmeno le mani per scuoterti una spalla, o almeno spero.

La seconda, ancora più inquietante: a loro, chi le sveglia? Perché se si presentano puntuali alle cinque significa che là sopra c'è un turno di notte, un'anima addetta alle sveglie che a sua volta ne ha chiesta un'altra, che ne ha chiesta un'altra ancora, in una catena infinita che risale fino a un'anima suprema che non dorme mai. Un'organizzazione di una efficienza che nemmeno le Ferrovie dello Stato, ecco.

Perché il metodo, ahimè, era uno solo: il sussurro nell'orecchio. Immaginatevi nel cuore della notte, nel sonno più profondo, e di sentire proprio lì, a due centimetri dal padiglione auricolare, una vocina che dice il vostro nome. No, grazie. Io così non mi voglio svegliare. Lasciatemi dormire, a costo di perdere il treno delle 5 e 40. Mi sta bene perdere il treno. Quello che non mi sta bene è essere sussurrato da qualcuno che non vedo.

E la cosa più sconcertante è che c'era gente che lo raccontava con la massima naturalezza. «A me mi hanno svegliato, sì. Alle quattro e dieci. Sussurravano il mio nome.» E poi andava a farsi il caffè, tranquillo come un lunedì qualunque. Io, al posto suo, l'indomani avrei messo il letto in vendita in piazza, materasso compreso.

Si diceva anche che alle anime si potessero chiedere favori, ma a una condizione: la promessa andava mantenuta, perché con loro non si poteva fare il furbo. Immaginatevi in debito con un'anima. Io sono pessimo a farmi restituire cinquecento lire da chi me le deve; ma qualcosa mi dice che loro, con i debitori, non sono così distratti. Hanno l'eternità davanti e nessuna fretta di dimenticare.

La nonna, naturalmente, aveva una fede inossidabile. «Franco, raccomàndati alle anime sante!»

«Nonna, io le rispetto moltissimo. Auguro loro ogni bene e spero davvero che risolvano presto la situazione in cui si trovano. Ma nei miei problemi preferisco non coinvolgerle.»

E se per caso qualche anima santa stesse leggendo questo racconto: massimo rispetto, tra noi tutto a posto, nessun rancore.

Ah, e un'ultima cosina. Domani è domenica: non devo alzarmi presto.
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Vaccata
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Avatar fcerutti
fceruttilivello 4
24 Ottobre - 2.610 visualizzazioni
Il Maestro e l'Ingenuo.
La legge dell'attrazione non risolve i tuoi problemi.

– Maestro, ho sentito dire che la legge dell'attrazione risolve i problemi: basta pensare, vibrare e immaginare, e l'universo obbedisce. È vero?

– Mio caro ingenuo, se funzionasse davvero, forse non staresti ad ascoltare discorsi come questo. Dimmi: conosci qualcuno che vive la vita dei suoi sogni soltanto evocandola, senza fare nient'altro?

– Be', Maestro, a dire il vero no. Ma la presentano come qualcosa di straordinario.

– La vendono come una magia di prima qualità, ingenuo. Pensa, vibra, immagina, e l'universo ti obbedisce. Una promessa molto seducente.

– Seducente sì. Ma allora perché lei dice che non è vera?

– Perché è una fantasia comoda, una spiritualità che ti promette potere senza fatica. Non è fisica, mio caro ingenuo: è marketing emotivo.

– Marketing emotivo? Mi spieghi meglio, Maestro. Come fa a sembrare vera, se non lo è?

– Funziona così: si selezionano alcune coincidenze e le si chiama miracoli. Ti capita una cosa buona dopo aver desiderato qualcosa, e subito la attribuisci al tuo desiderio. Ma le coincidenze scelte una per una non dimostrano nulla.

– Quindi si scambia una cosa per l'altra?

– Esattamente. Si confonde la speranza con la causalità. La speranza ti fa sentire bene, ma la causalità, cioè il legame vero tra ciò che fai e ciò che ottieni, richiede sforzo, lavoro e disciplina.

– Capisco. Però, Maestro, se uno ci crede e non funziona, che male c'è? Alla peggio resta com'era prima.

– No, ingenuo, ed è qui che sta il pericolo. Quando la vita non risponde, che cosa fai? Non rivedi le tue decisioni, non rivedi la tua strategia.

– E allora che cosa fa?

– Dà la colpa a se stesso. Pensa di aver vibrato male. Fai attenzione: «vibrare male». Una forma elegante di autoinganno e, nello stesso tempo, un modo crudele di farti sentire responsabile.

– Crudele, in che senso, Maestro?

– Nel senso che prima ti promettono che tutto dipende da te, e poi, quando non succede nulla, ti dicono che la colpa è tua per non aver desiderato nel modo giusto. Invece di esaminare ciò che hai fatto o non hai fatto, ti punisci per una vibrazione.

– Allora, Maestro, che cosa risolve davvero i problemi?

– La falsa legge dell'attrazione non risolverà i tuoi problemi, né oggi né domani. Ciò che li risolve è quello che fai, quello che porti avanti con costanza, quello che ottieni quando nessuno ti guarda.

– Quando nessuno mi guarda... Quindi l'universo non c'entra proprio niente?

– L'universo non cospira, mio caro ingenuo. Cospiri tu, quando ti metti in cammino.

– Grazie, Maestro.
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Vaccata
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23 Ottobre - 4.005 visualizzazioni
La messa delle undici

Il candidato arrivò alla messa delle undici con quaranta minuti di anticipo e un fotografo di troppo. Non metteva piede in chiesa dai tempi della cresima, e si vedeva: non sapeva se inginocchiarsi prima o dopo il segno della croce.

Il parroco lo accolse con un sorriso da professionista. Sapeva già come sarebbe andata. Dalla seconda fila, un signore anziano osservava la scena con la tranquillità di chi ne ha viste tante. Ogni quattro anni, lo stesso copione: la stretta di mano sul sagrato, la bibbia sollevata verso l'obiettivo, lo sguardo al cielo.

Alla fine della funzione il candidato salutò tutti, promise tutto e si fece fotografare tre volte davanti all'altare. Poi uscì, e la devozione uscì con lui.

Il giorno dopo le elezioni, il signore anziano passò davanti alla chiesa e trovò il sagrato vuoto. Nessun fotografo, nessuna bibbia, nessun candidato.

Sorrise e pensò che, se Dio era davvero onnipotente, non aveva certo bisogno di un responsabile della campagna elettorale. Quello che serviva, semmai, era qualcuno che ricordasse agli elettori di votare con la propria testa.
Vaccata
Chiacchiera
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22 Ottobre - 3.381 visualizzazioni
Ricordi tragici dell'infanzia.
Il trinomio quadrato perfetto, o: il giorno in cui la matematica mi giurò fedeltà eterna e non si fece più vedere.

Nel 1966 il maestro ci guardò con occhi lucidi, quasi commossi, e disse: «Ragazzi, questo vi servirà per tutta la vita». Era una voce solenne, da sacerdote. Io gli credetti, come si crede alla Befana e alle previsioni del tempo.

Così passai mesi interi sulle tracce del trinomio quadrato perfetto. Il quadrato del primo, più il doppio prodotto del primo per il secondo, più il quadrato del secondo: una litania che mi entrò nel cervello e ne cacciò a calci tutto il resto, compreso il nome di mia zia. Studiavo di notte alla luce di una lampadina da quaranta watt, con il pigiama che sapeva di naftalina. Piangevo sulle pagine come un salice sul Naviglio. Mia madre, per pietà, mise mano al portafoglio e mi pagò le ripetizioni da un signore con le dita gialle di gesso, che mi guardava come si guarda un cavallo azzoppato.

E poi? Poi niente. Aspetto ancora, in questi decenni di onesta attesa, che un direttore di banca mi dica: «Signor Franco, per concederle il mutuo dovrebbe prima scomporre questo trinomio». Non è mai successo. Mai! Nemmeno il carabiniere al posto di blocco, che pure è un uomo severo, mi ha chiesto: «Libretto, bollo e fattorizzi questo polinomio
, prego». Il dottore, vedendomi la pressione a duecento, non ha mai sospirato: «Prima di curarla, risolva questa equazione». E al colloquio di lavoro nessuno mi ha domandato: «Sa lavorare in squadra?». «Sissignore.» «Bene, ora semplifichi questa espressione algebrica.»

Che bugia, signori. Che bugia gigantesca, da guinness dei primati! Le tasse le pago ogni anno, puntuali come la morte e persino più affezionate. Il trinomio, invece, non si è presentato nemmeno a salutare. Ci hanno rubato le notti, le lacrime e le bocciature, e oggi di tutto quel sudore ricordiamo soltanto il nome. Il resto dorme nello stesso cimitero della tavola periodica e del flauto dolce, che dopo la quinta elementare non ha più emesso un fiato.

Eppure, se un giorno il mondo dovesse crollare e la salvezza dell'umanità dipendesse da un trinomio quadrato perfetto, avremo almeno la coerenza di estinguerci tutti insieme. Perché qui, vi giuro, non se lo ricorda nessuno.
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Vaccata
Avatar BIONDINA
BIONDINA: Buona serata 🥂
22 Ottobre alle ore 19:55 · Ti stimo  · Rispondi
Avatar Birichina
Birichina: Beh in ogni caso percepisci la pensione già da un bel po' di tempo...dovresti essere contento
22 Ottobre alle ore 20:12 · Ti stimo  · Rispondi
Avatar fcerutti
fcerutti: Birichina
Ah, Birichina, se fosse così sarei veramente felice! 😄 Purtroppo, con i miei quasi 70 anni (li compio a dicembre), devo ancora lavorare per mantenermi. Sono stato all'estero quasi tutta la vita e ho sempre lavorato in proprio: non mi lamento, non sto male, però non percepisco nessuna pensione. 😉
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22 Ottobre alle ore 20:34 · Ti stimo  · Rispondi
Avatar GianpaX
GianpaX: Al primo colpo ho letto "TRIMONI" 😁😁😁
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22 Ottobre alle ore 20:48 · Ti stimo  · Rispondi
Avatar Palemmo
Palemmo: Buona notte
tieni duro 💪🫂
22 Ottobre alle ore 20:56 · Ti stimo  · Rispondi
Chiacchiera
Avatar fcerutti
fceruttilivello 4
21 Ottobre - 3.617 visualizzazioni
Ricordi tragici dell'infanzia
La varicella (ovvero: la peste nera di casa nostra)

Dovete sapere che, nell'Italia dei primi anni Settanta, la parola «varicella» aveva su una madre l'effetto di una dichiarazione di guerra. Bastavano due o tre foruncoletti sulla fronte, e mia madre, con lo sguardo di chi ha appena visto il Vesuvio fumare, esclamava: «Madonna santa, è la varicella!». Lo diceva con lo stesso tono con cui, sui libri di storia, si annuncia l'arrivo dei Lanzichenecchi. Nessuna visita dal dottore, nessun termometro, nessuna perizia. Diagnosi istantanea, inappellabile, quasi papale.

La mattina dopo mi svegliai tappezzato. Avevo i brufoli in faccia, sulla schiena, sulle gambe, e in posti dove nemmeno sapevo di avere la pelle. Il mio corpo era diventato una carta geografica in rilievo, con tanto di catene montuose e isole lontane.

Il vero dramma, però, non erano i bollicini ma il prurito. E contro il prurito esisteva un solo comandamento, pronunciato da mia madre con l'indice puntato come la spada di un arcangelo: «Non grattarti!». Come, non grattarmi? Avevo circa ottocento bolle che mi pizzicavano contemporaneamente, in coro, come l'orchestra della Scala quando accorda gli strumenti. Finii per comportarmi come un cane con le pulci: mi strofinavo con aria distratta
contro gli spigoli della credenza, fingendo di cercare un soprammobile.

Intanto le madri del tempo, forti della sapienza antica, si scatenavano coi rimedi. Mi spalmarono di lozione al calamina, talco, pomate dall'odore misterioso e polveri rosa, finché non capii più se mi stessero curando o preparando per l'imbalsamazione. Un faraone, al mio confronto, aveva ricevuto meno attenzioni. A completare l'opera arrivava la minaccia finale: «Se ti stacchi le croste, ti restano i buchi in faccia per tutta la vita!».

Lì rimasi immobile come una statua di sale. Perché io me lo vedevo già, a settant'anni, davanti a una platea di nipoti sbalorditi, che indicavo un puntino sulla guancia e raccontavo: «Questo buchino qui? La varicella del 1972».

Ma il peggio doveva ancora venire. Quando a un bambino del quartiere spuntavano le bolle, certe madri, in nome del progresso sanitario, avevano un'idea geniale: «Portalo lì a giocare, così se la prende una volta per tutte!». Come sarebbe a dire «portalo lì»? Io scappavo dal contagiato come da uno zombie, e intanto le nostre madri, sull'uscio, organizzavano l'incontro come un vertice di pace internazionale. «Dai, vai a giocare un po' con lui!». «Ma mamma, quello è pieno di bolle!». Fu una resa dei conti degna di una tragedia greca, solo con più borotalco.

Sopravvissi, naturalmente. Ma per una settimana intera mi guardai allo specchio, convinto che non sarei mai più tornato quello di prima. E in effetti non ebbi torto: ero diventato un esperto di calamina.
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Vaccata
Chiacchiera
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20 Ottobre - 2.984 visualizzazioni
Tre Ave Maria non sono una pena.

Immaginate un uomo che commette un reato gravissimo, entra in chiesa, si inginocchia e racconta tutto a un prete. Dieci minuti, qualche preghiera, e ne esce con la coscienza leggera come una piuma. Fuori, intanto, la sua vittima aspetta ancora che qualcuno si occupi di lei.

Non ce l'ho con chi cerca conforto nella fede: ognuno gestisce i propri rimorsi come può. Il problema nasce quando un segreto religioso, il sigillo sacramentale, pesa più della tutela di un minore abusato. In Francia se n'è discusso a lungo, e non per capriccio: la questione è se una regola interna a una confessione possa stare sopra la legge che protegge tutti, credenti e non.

C'è poi un tema di potere. Per secoli un'istituzione ha raccolto i segreti più intimi di milioni di persone. Che effetto fa, a una struttura, sapere tanto senza dover rendere conto a nessuno?

E diciamolo: se un boss si pente, recita tre Ave Maria e il lunedì dopo riprende gli affari, forse il problema della recidiva ce l'ha anche il paradiso.

Il perdono è una faccenda tra te e la tua coscienza, e lì non entro. Ma pentirsi non significa riparare, e la spiritualità non è un'immunità. Se hai fatto del male a una persona, il debito è con lei, non con il cielo. E quel debito non si salda con le preghiere.
Vaccata
Chiacchiera
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19 Ottobre - 4.410 visualizzazioni
Il Maestro e l’Ingenuo.

Utilità marginale e giustizia delle imposte.

– Maestro, una cosa non mi è chiara: sarebbe giusto che una persona paghi diecimila euro di imposte all'anno mentre un'altra ne paga solo mille?

– Mio caro ingenuo, è una domanda che molti si pongono. Comincerei con un'altra: perché chi guadagna di più dovrebbe pagare di più? E perché ci siamo abituati a questa idea al punto da accettarla senza discuterla?

– Molta gente la trova ingiusta, Maestro. Ma lei sembra dire che esista una ragione.

– Esiste, ingenuo, e ha un nome: il denaro ha un'utilità marginale decrescente.

– Utilità marginale decrescente? Mi spieghi, Maestro.

– Significa che più denaro possiedi, minore è il beneficio che ti porta ogni somma in più. Pensaci: i primi soldi che guadagni coprono i bisogni urgenti, no?

– Sì, Maestro, il necessario per vivere.

– Quelli successivi ti permettono di vivere con più agio. E quando anche questi bisogni sono soddisfatti, avere altro denaro continua a essere utile, certo, ma ogni somma aggiuntiva aggiunge sempre meno al tuo benessere.

– Capisco. Ma che cosa c'entra con le imposte?

– C'entra, perché far pagare a tutti la stessa percentuale non significa chiedere a tutti lo stesso sacrificio.

– Non significa lo stesso sacrificio? Mi faccia un esempio, Maestro.

– Togli il dieci per cento a chi riesce a malapena a far fronte alle proprie spese: potresti costringerlo a rinunciare a bisogni fondamentali. Togli lo stesso dieci per cento a chi ha redditi molto alti: per lui può significare soltanto la rinuncia a un lusso.

– Allora il sacrificio non si misura dalla cifra, ma da ciò a cui si deve rinunciare.

– Esatto, ingenuo. Ed è uno degli argomenti a favore delle imposte progressive: chi ha redditi maggiori contribuisce anche con una percentuale maggiore. È semplice.

– Maestro, e un esempio concreto di un paese che funzioni così?

– Il Canada, per esempio. Tutti amano il Canada. E una delle mie domande preferite è proprio questa: sai perché la gente ama il Canada?

– Per i suoi servizi, immagino. Ma dove vuole arrivare?

– A ricordare che lì chi ha più reddito paga anche una percentuale maggiore di imposte, e l'importo è enorme. Quelle imposte contribuiscono a finanziare molte delle cose che apprezziamo del paese: i servizi pubblici, la pulizia, la sicurezza e un'ampia rete di protezione sociale.

– Sono così alte, Maestro?

– Tanto che, per ogni milione guadagnato, lo Stato se ne prende quasi la metà, circa cinquecentomila dollari. Immagina.

– Mi sembra moltissimo. Quindi è facile amare i benefici...

– Appunto. È facile amare i benefici. La questione è se siamo disposti a difendere anche il sistema che aiuta a finanziarli.

– Maestro, e su quanto si debba pagare, e su come si debba usare quel denaro, non c'è nulla da discutere?

– Anzi, ingenuo, potremmo discuterne tutto il giorno: quanto si dovrebbe pagare e come andrebbe impiegato quel denaro. Ma prima bisogna accettare una cosa.

– Quale, Maestro?

– Che la stessa somma di denaro non rappresenta lo stesso sacrificio per tutti. E dunque chi ha di più dovrebbe pagare di più.

– Grazie, Maestro.
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18 Ottobre - 4.315 visualizzazioni
Pensi o ti giustifichi?

– Maestro, vorrei farle una domanda: quando prendo una decisione, sono davvero io a scegliere ragionando?

– Mio caro ingenuo, ti dirò qualcosa che probabilmente non ti sei mai posto: molte delle decisioni che credi di aver preso ragionando, in realtà le hai già prese prima di cominciare a ragionare. Lo ha spiegato Daniel Kahneman.

– Prima di ragionare? Ma com'è possibile, Maestro?

– Perché abbiamo due modi di pensare. Uno è rapido, automatico e intuitivo. L'altro è lento, deliberato e razionale.

– E quale dei due lavora di più?

– Il primo lavora di continuo, ingenuo. Il secondo è decisamente più pigro.

– Mi faccia un esempio, Maestro, perché non riesco a vedere come questo accada davvero.

– Pensa a quando conosci una persona. In pochi secondi hai già deciso se ti piace, se ti ispira fiducia, se ti è simpatica. Hai fatto un'analisi razionale?

– No, Maestro, direi di no. È una sensazione che arriva da sola.

– Esatto. Il tuo cervello ha già emesso un giudizio. Solo a quel punto entra in scena il secondo sistema, il sistema 2. Ma molto spesso non entra per verificare se quel giudizio sia corretto, bensì per trovare argomenti che lo giustifichino.

– Quindi la ragione arriva dopo, e lavora per difendere ciò che l'intuizione ha già stabilito?

– Proprio così. Leggi una notizia e reagisci. Qualcuno contraddice ciò che pensi e reagisci. Poi costruisci una spiegazione che ti fa credere di essere arrivato a quella conclusione ragionando.

– Ma allora, Maestro, non ho ragionato?

– Forse no. Forse hai semplicemente razionalizzato la tua intuizione iniziale.

– È una cosa che mi mette a disagio, Maestro. Vuol dire che potrei sbagliarmi senza accorgermene?

– C'è qualcosa di ancora più inquietante, ingenuo. Non solo possiamo sbagliarci: possiamo sbagliarci credendo di stare pensando.

– Credendo di pensare... Ma allora, che differenza c'è tra usare la ragione per decidere e usarla per giustificare?

– Una differenza enorme. Una cosa è usare la ragione per decidere; un'altra, ben diversa, è usarla per giustificare una decisione che hai già preso.

– E come posso accorgermi di quale delle due sto facendo, Maestro?

– Con una domanda. La prossima volta che ti senti assolutamente convinto di qualcosa, chiediti: sono arrivato a questa conclusione pensando, oppure sto semplicemente pensando per giustificare la mia conclusione?

– Me la ricorderò, Maestro.

– Bene. Ora permettimi di riposare: per oggi ne abbiamo detto abbastanza.

– Grazie, Maestro.
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Vaccata
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