Post commentati da fcerutti
Chiacchiera
21 Luglio - 4.014 visualizzazioni Oggi la ia famosa pizza vegetariana con melanzane e peperoni gligliati sottolio (fatti da me).
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15 Luglio - 3.344 visualizzazioni Il percorso è il ritorno.
Sono italiano, vivo in Costa Rica da molti anni, ma seguo con attenzione la politica del mio Paese. E quando il generale Roberto Vannacci ha detto che “il percorso è il ritorno degli immigrati verso il Paese d'origine”, ho pensato che finalmente qualcuno stava parlando con chiarezza e senza giri di parole.
La rimigrazione non è un'idea estrema. È semplicemente il riconoscimento di una realtà che molti non vogliono vedere: l'esperimento dell'immigrazione di massa, così come è stato gestito finora, non ha funzionato. Ci avevano detto che avrebbe risolto il problema demografico, salvato le pensioni e riempito i lavori che gli italiani non volevano più fare. La realtà ha dimostrato il contrario: quartieri trasformati, tensioni sociali crescenti, insicurezza diffusa e una sensazione sempre più forte di perdere la propria identità.
Il generale Vannacci lo spiega bene: la rimigrazione non è odio, è buon senso. Non si tratta di mandare via tutti indistintamente, ma di far tornare chi non rispetta le leggi, chi rifiuta i nostri valori o chi semplicemente non vuole integrarsi. Perché l'integrazione non può essere a senso unico: deve esserci rispetto reciproco.
E proprio perché è un processo complesso, la metafora che usa è perfetta: “come si mangia un elefante? Un boccone alla volta”. La rimigrazione non si fa con un decreto notturno. Si fa con una politica chiara, costante e determinata: rimpatri selettivi per chi commette reati, incentivi al rimpatrio volontario, accordi con i Paesi d'origine e soprattutto la fermezza di dire “basta” ai nuovi ingressi illegali.
L'Italia e l'Europa hanno il diritto sovrano di decidere chi entra e chi resta sul proprio territorio. Non è razzismo, è normale amministrazione di uno Stato serio. Paesi come Giappone e Australia lo fanno da decenni e non per questo vengono considerati estremisti.
Io credo che Vannacci abbia ragione: è arrivato il momento di mettere al centro il cittadino italiano, quello che paga le tasse, rispetta le regole e ama il proprio Paese. La rimigrazione non è un passo indietro, è un passo verso la ritrovata sovranità e verso una convivenza possibile, basata sul rispetto e sulla reciprocità.
È un percorso lungo, sì. Ma qualcuno deve pur iniziare a farlo.Leggi tutto...
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11 Luglio - 4.283 visualizzazioni Il coraggio di rivedere le proprie convinzioni.
Da quando ho iniziato a fermarmi a riflettere su come si formano davvero le opinioni che difendiamo con più forza, mi sono reso conto di una cosa piuttosto scomoda: molte delle idee per cui mi sono speso con passione non le ho scelte io. Sono arrivate presto, quando ero troppo giovane per metterle in dubbio, e si sono installate senza che io le aprissi mai per vedere cosa contenessero veramente.
Ciascuno di noi riceve, insieme all'educazione e all'ambiente in cui cresce, anche un bagaglio di certezze, di paure e di abitudini mentali che raramente ci prendiamo la briga di esaminare. Le case, i mobili, a volte anche i debiti si ereditano. Le convinzioni, invece, andrebbero trattate come prestiti temporanei: utili finché reggono, da restituire o modificare quando non convincono più.
Mi sono chiesto spesso quand'è stata l'ultima volta che ho cambiato idea su una questione importante dopo aver ascoltato argomenti solidi e ben argomentati. Non è una sconfitta, è un segno che la testa funziona ancora. Rimanere aggrappati a una posizione solo perché “è sempre stata così” o perché “l'ho sempre pensata in questo modo” è un po' come difendere una vecchia automobile che non parte più solo perché ci ha accompagnato per tanti anni.
Il modo in cui vediamo le cose cambia, anche quando non ce ne accorgiamo subito. Oggi mi indigno per questioni diverse da quelle che mi facevano arrabbiare dieci o quindici anni fa. E se ci penso bene, quel cambiamento non è arrivato per una decisione improvvisa: è filtrato un po' alla volta, attraverso letture, conversazioni, fatti che mi hanno costretto a rivedere il copione che avevo in testa. Spesso senza che io sapessi esattamente chi lo stesse riscrivendo.
Adattarsi non significa chinare la testa davanti a ogni moda intellettuale del momento, né tantomeno trasformare il passato in una reliquia intoccabile. Significa prendere quello che abbiamo imparato, metterlo alla prova e, quando serve, migliorarlo. Abbiamo un organo straordinariamente potente proprio sopra gli occhi: il cervello. Usarlo per ragionare prima di reagire, per dubitare prima di ripetere, per scegliere invece di obbedire per abitudine. Questo, secondo me, è il modo più concreto di onorare la propria intelligenza.
Vivere ancorati alla realtà non vuol dire rinunciare ai sogni o all'aspirazione a qualcosa di meglio. Vuol dire partire da ciò che esiste davvero, da ciò che si può osservare, verificare, mettere alla prova senza filtri. La natura, in questo senso, continua a essere una maestra severa ma onesta: non ha bisogno di convincerci, mostra semplicemente come stanno le cose.
Le grandi narrazioni collettive, invece, cambiano costume ogni generazione. Si presentano come novità assolute e spesso sono solo vecchie illusioni con un taglio di capelli diverso. Il compito più onesto che abbiamo è cercare di vivere questa esistenza nel modo più sereno e appagante possibile. La vita dà e toglie, a volte con generosità, altre volte senza alcun preavviso. È un viaggio con un inizio e una fine, non una casa definitiva. Il sole continua a splendere anche quando le nuvole lo coprono per giorni interi. Per questo vale la pena godersi i momenti di luce quando ci sono, e imparare a resistere quando arriva la tempesta, sapendo che prima o poi passerà.
In questo spazio di confronto non veniamo a ripetere quello che già sappiamo o a difendere a tutti i costi ciò che ci hanno insegnato. Veniamo a stare svegli. A mettere sotto esame anche le convinzioni più care, se gli elementi lo richiedono. Avere il coraggio di rivedere ciò in cui crediamo, anche quando quel processo fa un po' male, resta forse l'atto più rispettoso che possiamo fare verso noi stessi e verso la realtà.Leggi tutto...
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4 Luglio - 3.150 visualizzazioni Sono loro, la casta, a essere funzionali alla sinistra.
Due mesi fa, durante l'esame del Decreto Sicurezza, Futuro Nazionale – il partito fondato dal Generale Roberto Vannacci – ha presentato un emendamento (poi trasformato in ordine del giorno) chiaro e coraggioso: potenziare davvero la legittima difesa e, soprattutto, cancellare qualsiasi possibilità che un ladro, un rapinatore o un aggressore ferito mentre commetteva il reato potesse chiedere e ottenere un risarcimento dalle sue vittime o dallo Stato.
Un principio di elementare buonsenso: chi sceglie volontariamente di violare la legge e di esporsi ai rischi del proprio mestiere criminale non può poi pretendere di essere risarcito per le conseguenze delle sue azioni.
Quell'ordine del giorno è stato bocciato. Il centrodestra di governo ha votato insieme alla sinistra per affossarlo.
Oggi la Lega annuncia un disegno di legge che dice esattamente la stessa cosa: stop ai risarcimenti per ladri, borseggiatori e aggressori che subiscono danni nel corso del reato. Un principio che, nelle parole della Lega stessa, si pone “in continuità con un ordine del giorno già approvato dal Senato” e con la riforma della legittima difesa del 2019, ma che vuole spingersi oltre per chiudere le falle ancora esistenti.
Allora mi sono chiesto, come tanti altri: perché hanno bocciato la proposta di Futuro Nazionale per poi copiarla?
La risposta che dà il Generale Vannacci è netta e, a mio parere, inconfutabile: “perché non vogliono allearsi con Futuro Nazionale per sconfiggere davvero la sinistra”.
Non è una questione di tattica da salotto. È una questione di sistema. La casta – anche quella che si definisce di centrodestra – ha paura di un'alleanza vera con chi non è disposto a diluire le idee, a fare compromessi al ribasso o a mantenere in vita certe assurdità giuridiche solo per non disturbare equilibri consolidati. Preferisce copiare l'idea quando fa comodo (per non perdere consensi su un tema che gli italiani sentono fortissimo) piuttosto che riconoscere il merito a chi l'ha portata per primo con chiarezza e senza giri di parole.
Io non sono un politico. Sono un cittadino che osserva, che si informa e che ogni tanto si indigna. E mi indigna l'idea che un delinquente possa entrare in casa mia, io mi difenda, e poi debba risarcirlo. Mi indigna che questa follia sia ancora possibile in un Paese civile. E mi indigna ancora di più che chi aveva la possibilità di chiuderla due mesi fa abbia preferito votare con la sinistra piuttosto che dare credito a una forza nuova e scomoda come Futuro Nazionale.
Il Generale Vannacci ha avuto il coraggio di fare una cosa rarissima nella politica italiana: lasciare una posizione di potere (era vicesegretario della Lega) per fondare un partito nuovo, senza rete di sicurezza, proprio perché non voleva essere complice di questo gioco. Non voleva più far parte di una destra che, su certi temi fondamentali come la sicurezza, la sovranità e il buonsenso, finisce per essere funzionale alla sinistra – non perché condivida le sue idee, ma perché non ha il coraggio di combatterle fino in fondo.
I cittadini lo capiscono. Lo capiscono quando vedono che le proposte più nette e coraggiose vengono prima bocciate e poi copiate. Lo capiscono quando vedono che il vero cambiamento non arriva mai dai soliti giochi di palazzo, ma solo da chi è disposto a pagare un prezzo personale per dirle le cose come stanno.
Io sto dalla parte di chi vuole cambiare davvero in meglio l'Italia. Non di chi vuole solo gestire il potere con qualche ritocco cosmetico. E credo che sempre più italiani stiano arrivando alla stessa conclusione: la differenza non è tra destra e sinistra. È tra chi ha il coraggio di fare sul serio e chi, invece, preferisce continuare a recitare la parte dell'opposizione… mentre è al governo.
Il Generale Vannacci lo ha detto chiaro. E io, da cittadino, gli do ragione.Leggi tutto...
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12 Giugno - 3.347 visualizzazioni Gruber a Vannacci: quelle domande sulla fedeltà e sulla figlia non convincono più nessuno.
Ieri sera ho visto l'intervista di Lilli Gruber a Roberto Vannacci su “Otto e mezzo”. Non è stata una di quelle conversazioni in cui si cerca di capire cosa pensa davvero una persona o quali sono i suoi numeri. È andata dritta su un altro piano. Gli ha chiesto se è un marito fedele, poi gli ha detto praticamente “e se scoprissimo che sei gay?” e alla fine ha tirato fuori pure la figlia: “e se tua figlia ti dicesse di essere omosessuale?”.
Detto così, in prima serata, fa un certo effetto. Non perché uno non possa avere idee forti sulla famiglia o su altro, ma perché quelle domande non sembrano nate dal desiderio di informare. Sembrano fatte per mettere l'ospite in difficoltà su un terreno personale, quasi intimo.
La cosa che mi ha colpito di più è il doppio standard. Se quelle stesse domande le avesse fatte a una donna di sinistra, tipo la Schlein, o a Conte, o a un leader sindacale, il giorno dopo sarebbe scoppiato un casino. Titoli, proteste, accuse di mancanza di rispetto, di voler scavare nella vita privata. Invece qui è passato tutto senza grandi reazioni. Perché Vannacci è considerato un bersaglio legittimo, e quando è così si può spingere più in là.
Portare in mezzo la figlia di un ospite in televisione, per me, è un passo che non andrebbe fatto. Non è più un confronto sulle idee. È qualcos'altro. E questo dice tanto su come certi programmi intendono il loro ruolo oggi.
Io non sto qui a difendere Vannacci a prescindere. Ognuno ha le sue posizioni e se ne assume la responsabilità. Quello che mi dà fastidio è che le regole sembrano valere solo quando fa comodo. Se una domanda è legittima, dovrebbe esserlo per chiunque. Se invece la fai solo a chi ti sta antipatico, allora non è più un'intervista. È un altro tipo di esercizio.
E alla fine l'effetto è stato quello che qualcuno aveva già previsto prima della puntata: invece di indebolirlo, l'hanno reso più vicino alla gente. Chi lo ha visto ha avuto l'impressione che si stesse cercando di colpirlo su un terreno personale invece che sui fatti, sui numeri o sulle sue posizioni politiche. Quando succede questo, spesso la gente si schiera dalla parte opposta a quella che ci si aspettava.
Il problema vero è che da un po' di tempo a questa parte tanti programmi di approfondimento non cercano più tanto di spiegare. Cercano di colpire. E quando fai così, rischi di perdere la cosa più importante: la fiducia di chi guarda. Perché il pubblico, anche se non lo dice sempre, queste cose le capisce. Sa distinguere quando stai facendo il tuo lavoro e quando stai solo cercando di demolire qualcuno.
Anche il centrodestra, a essere onesti, non brilla per come si muove. Invece di stare uniti su certe cose e approfittare dei passaggi che gli vengono offerti, continua a litigare tra di sé, a fare distinzioni, a escludere. E così si lasciano scappare occasioni che altri gli mettono in mano senza volerlo.
Alla fine della serata la sensazione che è rimasta è che si sia parlato poco di politica vera e tanto di altro. Il pubblico non è stupido. Quando vede che un'intervista invece di andare sui contenuti finisce nella camera da letto o nella vita familiare, capisce che lo scopo non era informare. E quando capisce questo, perde un altro pezzo di fiducia in chi fa informazione.
La parte interessante, se vogliamo trovarne una, è che questi meccanismi stanno diventando sempre più visibili. La gente li riconosce. E quando li riconosce, l'effetto che chi attacca sperava di ottenere si indebolisce. Chi voleva essere attaccato esce spesso più forte, e chi attaccava si ritrova con un po' meno credibilità.
Non so se cambierà qualcosa nei prossimi mesi. Ma di sicuro continuare su questa strada non fa bene né a chi guarda la televisione né a chi la fa.Leggi tutto...
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7 Giugno - 2.885 visualizzazioni Il risveglio della ragione.
Negli ultimi cento anni il numero di persone che non si riconoscono in nessuna religione è cresciuto del 1900%. Una cifra che da sola racconta un cambiamento epocale, silenzioso ma inarrestabile.
La gente ha cominciato a usare la testa. A farsi domande, a pretendere ragioni, a non accettare più tutto ciò che viene raccontato come verità assoluta senza discuterne. Sono emersi gli scettici, coloro che vogliono capire prima di credere, gli agnostici e tutti quelli che preferiscono affidarsi all'esperienza concreta piuttosto che a costruzioni mentali ereditate.
Questo è il vero problema per chi gestisce le religioni organizzate come un'attività. Quando le persone imparano a ragionare da sole, smettono di essere greggi comode. Diventano difficili da dirigere, smettono di versare contributi automatici e soprattutto smettono di accettare senza discutere chi si presenta come portavoce esclusivo di qualcosa di invisibile.
Il cristianesimo ha visto ridursi in modo significativo la propria base di fedeli proprio in questo secolo. Le vocazioni sono in calo netto. Sempre meno giovani scelgono quella strada. Molti luoghi di culto, un tempo pieni, oggi sopravvivono a fatica o vengono destinati ad altro.
Tutto questo è successo in appena cento anni. Se il cambiamento è stato così rapido fin qui, è lecito chiedersi cosa accadrà nei prossimi decenni. Non si tratta della scomparsa totale di ogni forma di spiritualità, ma della progressiva perdita di potere di chi pretende obbedienza cieca e vieta il dubbio.
Io sono convinto che il dubbio sia una delle cose più preziose che abbiamo. Ci hanno insegnato per secoli che mettere in discussione è pericoloso o segno di poca fede. Eppure è proprio il dubbio che ha fatto avanzare la scienza, ha smantellato poteri ingiusti e ha permesso di riconoscere le falsità per quello che sono. Senza di esso saremmo ancora fermi a spiegazioni magiche per tutto.
Per questo motivo sempre più persone — me compreso — hanno scelto di vivere senza legarsi a strutture rigide o a figure che si ergono a intermediari obbligatori con il trascendente. Non serve fondare nuovi gruppi o inventare etichette. Basta attivare la propria intelligenza: fare domande, ridere quando serve, amare con intensità e vivere questa esistenza senza sentirsi in colpa per non obbedire a regole scritte da altri.
Questa vita non è una prova da superare per guadagnarsi un premio successivo. È l'unica che abbiamo. E mi sembra francamente triste vederla passare a sostenere chi si arricchisce o ottiene potere promettendo contatti con entità che nessuno può vedere o verificare.
I dati sono lì, netti. Stiamo assistendo a un lento ma chiaro risveglio collettivo verso una maggiore autonomia di pensiero. Io mi sento di percorrere questa strada con convinzione.Leggi tutto...
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6 Giugno - 4.009 visualizzazioni I progressisti: falliti, cricche e parassiti sociali.
Amici miei, oggi voglio dirvi chiaro e tondo quello che penso di questa gente che si autodefinisce “progressista”. Perché è così che si fanno chiamare ora, i rossi di sempre. Non più comunisti, non più marxisti-leninisti, troppo brutti quei nomi. Ora sono progressisti. Suona meglio, sembra moderno, sembra che stiano dalla parte del futuro. Ma è solo un travestimento. Dietro la parola nuova c'è la stessa vecchia roba: il desiderio di vivere alle spalle degli altri usando lo Stato come complice.
Lo aveva detto bene Martha Hildebrandt, che in pace riposi, famosa linguista. Aveva descritto il progressista alla perfezione: un fallito che non sa stare al mondo con le sue forze, che dà sempre la colpa al “sistema” delle sue miserie e pretende che gli altri lo riconoscano come un grande lottatore sociale. Predica la giustizia sociale, parola magica. Ma quella giustizia sociale, quando la guardi bene, significa solo una cosa: io non produco, tu produci, e una parte di quello che produci deve arrivare a me. Per forza. Con le tasse, con le leggi, con i progetti “inclusivi”, con i finanziamenti pubblici. Lo Stato non è più il regolatore: diventa il grande esattore che toglie a chi lavora per dare a chi non vuole lavorare.
Li vedi dappertutto questi signori. Scrivono articoli che sembrano scritti con il vocabolario preso a prestito. “Articolare”, “visibilizzare”, “empowerment”, “disuguaglianza strutturale”, “intersezionalità”. Paroline che mettono una dietro l'altra per gonfiarsi il petto e sembrare profondi. Ma se togli quelle parole, dentro non resta quasi niente. Solo lamentele, risentimento e la pretesa che il mondo si organizzi intorno alle loro frustrazioni.
E poi c'è il modo in cui massacrano la lingua. Non gli basta rovinare le idee, devono rovinare anche le parole. “Cittadini e cittadine”, “tutti, tutte e tuttə”, “amici e amichə”. Inventano pronomi, mettono asterischi, usano la schwa come fosse una bandiera. Dicono che è per includere, ma in realtà è per controllare. È un modo per dire: se non parli come noi, sei fuori. Se non deformi la lingua come noi, sei un nemico. E intanto si presentano come intellettuali. Intellettuali! Gente che non sa nemmeno coniugare un verbo senza chiedere il permesso all'ideologia.
Perché in fondo fanno parte di una cricca chiusa. Si raccomandano tra loro, si spartiscono i posti nelle redazioni, nelle università, nei progetti europei, nei festival della cultura. Si aiutano, si coprono, si applaudono a vicenda. E guai a chi non fa parte del giro: quello è “di destra”, è “reazionario”, è “contro i diritti”. Il merito non conta. Conta l'appartenenza. Contano le parole d'ordine. Contano le reti di potere che hanno costruito mentre predicavano contro il potere.
E allora diciamolo senza giri di parole: sono parassiti sociali. Vivono grazie ai soldi degli altri. Grazie alle tasse di chi si alza la mattina e lavora. Grazie ai bandi pubblici, alle consulenze, ai posti creati apposta perché “serve rappresentanza”. Predicano contro il privilegio e ne godono appieno. Odiano il merito perché non lo hanno, e vogliono che il merito diventi un sospetto. Vogliono una società dove chi produce deve sentirsi in colpa e chi non produce deve sentirsi nel diritto.
Io non ci casco. Non ci sono mai cascato e non ci cascherò mai. Questi non sono progressisti. Sono regressisti. Vogliono riportarci indietro, a un mondo dove lo Stato decide chi deve dare e chi deve ricevere, dove il linguaggio è sorvegliato, dove il pensiero diverso è un crimine. E io, da uomo libero, continuo a dirlo: basta con le maschere. Chiamiamoli con il nome che si meritano.
Parassiti. Nient'altro.Leggi tutto...
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1 Giugno - 4.177 visualizzazioni Perché penso che la Bibbia non sia un libro per bambini.
Da quando ho iniziato a esaminare con attenzione questi testi antichi, mi sono formato un'opinione ben precisa: la Bibbia non è assolutamente un volume da mettere nelle mani di un bambino. È una raccolta di scritti redatti molti secoli fa, pensati da e per gli antichi ebrei. Chi crede li considera sacri e guidati direttamente dalla mano della divinità. Il giudaismo si concentra sui libri più antichi, mentre il cristianesimo aggiunge quelli successivi, creando così una tradizione che mescola elementi diversi.
Nella lunga storia dell'umanità, piena di civiltà che si sono susseguite per centinaia di migliaia di anni, si vedono spesso rituali e narrazioni che si assomigliano tra culture lontane. Eppure questi scritti propongono una linea temporale molto più ridotta e l'idea che tutti gli esseri umani discendano da un unico ceppo familiare sopravvissuto a una grande prova.
Mi domando sinceramente: io leggerei mai queste pagine a mio figlio di otto anni prima di metterlo a letto? Capisco perfettamente perché molti restano affascinati dai messaggi di compassione, di amore verso il prossimo e di perdono che si trovano in certi passaggi. Sono valori che riscaldano il cuore e che vengono spesso sottolineati con entusiasmo.
Il problema sorge quando si considera l';intero contenuto senza filtri. Sfogliando le pagine complete, si incontrano descrizioni di conflitti sanguinosi ordinati dall'alto, massacri di intere popolazioni – inclusi innocenti di ogni età –, punizioni spietate, un ordine sociale fortemente patriarcale dove le donne hanno un ruolo subordinato, la tolleranza verso la schiavitù, vendette crudeli e situazioni familiari complesse, tutto presentato come parte di un progetto divino.
È curioso notare come tanti adulti proteggano i figli da film o programmi con violenza esplicita, considerandoli inadatti, mentre accettano senza problemi edizioni illustrate per ragazzi che trasformano eventi di enorme distruzione in storie quasi leggere e colorate.
Queste riletture continue nel corso dei secoli cercano sempre di adattare i significati, sostenendo che in realtà volesse dire altro, che il senso profondo fosse diverso da quello letterale. Se qualcuno oggi scrivesse per la prima volta un libro con gli stessi elementi, dubito che verrebbe classificato come lettura per tutte le età; finirebbe più probabilmente tra i romanzi dark o per un pubblico adulto.
Come hanno fatto notare alcuni pensatori, un esame onesto e diretto di questi testi può portare proprio nella direzione opposta alla fede, diventando quasi il miglior alleato di chi guarda alle cose con occhio critico e razionale.
Per millenni questi scritti hanno usato la paura di una presenza invisibile per mantenere il controllo sulle persone. Questo ha permesso a molti di vivere agiatamente, accumulando enormi ricchezze attraverso donazioni e talvolta contributi obbligatori, costruendo vere e proprie fortune senza dover faticare con le proprie mani.
Alla fine, per tanti leader religiosi, il vero oggetto di devozione è sempre stato il potere e il denaro.
Tutto questo mi fa riflettere sulla nostra responsabilità come genitori o educatori. Vogliamo davvero esporre i bambini a questi contenuti senza fornire loro gli strumenti per capirli nel contesto storico e culturale corretto? Possiamo considerarlo un testo adatto alla loro età e sensibilità?
Io dico di no. È un libro importante per la cultura, ma va letto da adulti con mente aperta e critica, non proposto come favola per l'infanzia.Leggi tutto...
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Una peperonata no ? 🤣🤣
Vivo in Costa Rica. Quí, rispetto all'Italia sono 8 ore prima.