Post commentati da fcerutti
Chiacchiera
22 Ottobre - 3.382 visualizzazioni Ricordi tragici dell'infanzia.
Il trinomio quadrato perfetto, o: il giorno in cui la matematica mi giurò fedeltà eterna e non si fece più vedere.
Nel 1966 il maestro ci guardò con occhi lucidi, quasi commossi, e disse: «Ragazzi, questo vi servirà per tutta la vita». Era una voce solenne, da sacerdote. Io gli credetti, come si crede alla Befana e alle previsioni del tempo.
Così passai mesi interi sulle tracce del trinomio quadrato perfetto. Il quadrato del primo, più il doppio prodotto del primo per il secondo, più il quadrato del secondo: una litania che mi entrò nel cervello e ne cacciò a calci tutto il resto, compreso il nome di mia zia. Studiavo di notte alla luce di una lampadina da quaranta watt, con il pigiama che sapeva di naftalina. Piangevo sulle pagine come un salice sul Naviglio. Mia madre, per pietà, mise mano al portafoglio e mi pagò le ripetizioni da un signore con le dita gialle di gesso, che mi guardava come si guarda un cavallo azzoppato.
E poi? Poi niente. Aspetto ancora, in questi decenni di onesta attesa, che un direttore di banca mi dica: «Signor Franco, per concederle il mutuo dovrebbe prima scomporre questo trinomio». Non è mai successo. Mai! Nemmeno il carabiniere al posto di blocco, che pure è un uomo severo, mi ha chiesto: «Libretto, bollo e fattorizzi questo polinomio, prego». Il dottore, vedendomi la pressione a duecento, non ha mai sospirato: «Prima di curarla, risolva questa equazione». E al colloquio di lavoro nessuno mi ha domandato: «Sa lavorare in squadra?». «Sissignore.» «Bene, ora semplifichi questa espressione algebrica.»
Che bugia, signori. Che bugia gigantesca, da guinness dei primati! Le tasse le pago ogni anno, puntuali come la morte e persino più affezionate. Il trinomio, invece, non si è presentato nemmeno a salutare. Ci hanno rubato le notti, le lacrime e le bocciature, e oggi di tutto quel sudore ricordiamo soltanto il nome. Il resto dorme nello stesso cimitero della tavola periodica e del flauto dolce, che dopo la quinta elementare non ha più emesso un fiato.
Eppure, se un giorno il mondo dovesse crollare e la salvezza dell'umanità dipendesse da un trinomio quadrato perfetto, avremo almeno la coerenza di estinguerci tutti insieme. Perché qui, vi giuro, non se lo ricorda nessuno.Leggi tutto...
Vaccata
11 Ottobre - 3.894 visualizzazioni
Vaccata
10 Ottobre - 4.072 visualizzazioni Sentite cosa dice un cardinale sulla nuova moschea di Torino.
Per me e' uno scherzo, una supercazzola 🤭
https://www.instagram.com/reel/DeRv_btILwQ/?cplk=MWZtaDhtdHd2ZzczcQ== Chiacchiera
2 Ottobre - 3.311 visualizzazioni Sciopero generale oggi 2 ottobre 2026, si fermano treni, scuola e sanità: orari e settori coinvolti - Bar Sport di Briga Novarese - venerdì, 2 ottobre 2026
Alle dieci e mezza il Bar Sport aveva l'aria sospesa dei giorni in cui nessuno sa se è festa o se è lavoro. Il ragionier Gualtieri, giacca di velluto a coste e cravatta anche per lo sciopero, spianò il giornale sul bancone come una mappa del tesoro.
— Sciopero generale di ventiquattr'ore — scandì. — Scuola, sanità, forze dell'ordine, marittimi, metalmeccanici, enti locali, agricoltura, allevamento, vigilanza privata. E i treni, dalle undici alle quattordici.
— Marittimi? — chiese Otello detto Calorifero, lucidando una tazzina in cui si rifletteva la sua calvizie. — A Briga Novarese? Il mare più vicino è il lago d'Orta, e già lì ci vuole il dirigibile.
— È uno sciopero nazionale, Otello. Se si ferma uno solo, si ferma il principio.
— Il principio ha smesso di lavorare nel 1987 — borbottò il Peppone, sbucando dal fondo con la tuta blu e la barba che pareva avere vita autonoma. — Io comunque sono metalmeccanico.
— Tu sei un meccanico con un'officina di tre metri quadri — disse la Mirella, scuotendo il collanone come un campanaccio. — Sciopererai contro te stesso?
— Ci ho pensato. Stamattina ho chiesto al capo se aderiva, e il capo ha detto di no. Allora ho dato le dimissioni dal capo.
— E chi le ha accettate?
— Il garzone. Che sono sempre io.
Il Poeta, dietro la cassa, grembiule nero e codino ondeggiante, batté un cucchiaino sul bicchiere.
— Sciopero di venerdì, weekend lungo e arrivederci a lunedì!
— Una rima — sospirò Tonino il Termosifone, sistemandosi gli occhiali tondi sulla maglietta azzurra della Nazionale. — Annoto.
— Dalle undici alle due, poi, il treno diventa un concetto filosofico — proseguì Gualtieri. — Esiste, ma non passa. Trenord ha già avvisato di possibili ripercussioni, e le ripercussioni non conoscono i confini regionali, come i cinghiali.
— Io alle undici e dodici dovevo andare a Novara — disse la Mirella. — Dal parrucchiere.
— Allora si tenga i capelli com'è, signora. Per un giorno sono patrimonio dell'umanità.
— E l'agricoltura? — domandò Otello. — Le mucche aderiscono?
— Mio cugino di Ghemme dice che stamattina le sue sono rimaste ferme in stalla, immobili, con lo sguardo fisso.
— Ma stanno sempre così.
— Appunto. Dice che scioperano dalla nascita e lui non se n'era mai accorto.
— Vigilanza privata in sciopero — disse la Mirella. — E chi sorveglia i sorveglianti, adesso?
— Il Peppone — rispose Otello. — È l'unico che non dorme mai.
— Dormo benissimo. Ho solo imparato a farlo con gli occhi aperti, come i cavalli e i capistazione.
Gualtieri si sistemò gli occhiali e tornò al giornale.
— Lo sciopero è indetto dalla CSLE, un sindacato autonomo, non tra i più rappresentativi del settore.
— Allora è come il Bar Sport — disse il Poeta. — Autonomo e poco rappresentativo.
— Non rappresenta nessuno, però ferma tutti.
— Io rappresento me stesso da quarant'anni, ragioniere, e non mi sono mai fermato. Tranne il lunedì.
Otello posò la tazzina, si asciugò le mani sul grembiule e assunse una gravità da ministro.
— Signori, comunico che il bar è aperto. Servizi minimi garantiti: caffè sì, cornetto no, sorriso a discrezione.
— E la macchina del caffè? — chiese Gualtieri, guardando l'orologio. Erano le undici e due.
— Si è iscritta stamattina. Dalle undici alle quattordici sciopera anche lei, per solidarietà con i treni.
— Ma lei non è un sindacato!
— Siamo in due: io e la macchina. Maggioranza assoluta.
Tonino scrisse sul quaderno, a stampatello: «Oggi si fermano scuole, ospedali, treni e mucche. Al Bar Sport si ferma solo il discorso, e per quello non c'è sindacato che tenga».
— Servizi essenziali garantiti! — concluse il Poeta, alzando un bicchiere di bianco. — A colazione si beve già, che sia sciopero o sia lì.
— Quella non faceva rima — disse Gualtieri.
— È uno sciopero della rima — rispose il Poeta.Leggi tutto...
Chiacchiera
27 Settembre - 3.632 visualizzazioni L'inquisitore e il terrorista: stessa logica, secoli diversi.
Un inquisitore secoli fa entrava in casa tua, ti accusava di eresia e ti trascinava in una camera di tortura. Oggi, un terrorista entra in una scuola, in un mercato, in una chiesa, e uccide nel nome del suo dio. Cosa cambia? Quasi nulla.
Entrambi erano convinti di fare la cosa giusta. Gli inquisitori bruciavano gli eretici per "salvare la loro anima". I terroristi fanno esplodere corpi innocenti per "purificare il mondo". La logica è identica: la vita umana smette di contare quando qualcuno crede di rispondere a un'autorità superiore, invisibile, indiscutibile.
Mi colpisce sempre lo stesso dettaglio: nessuno dei due si considerava malvagio. Anzi. Erano convinti di stare dalla parte giusta della storia, armati di una certezza morale che nessuna prova terrena potrebbe mai garantire. È questo il problema di fondo: quando la giustificazione di un atto viene da un'entità che non risponde a nessuno, non c'è argomento razionale capace di fermarla.
Ci indigniamo guardando il telegiornale, ma non è una novità: è la stessa violenza di sempre, solo più visibile, più immediata, impossibile da ignorare grazie ai social.
Una buona intenzione, per quanto sincera, non basta a giustificare il danno che produce. Le intenzioni si giudicano nella tua testa. I danni si misurano nella realtà, sulla pelle di chi li subisce. E la realtà, a differenza della fede, non fa sconti a nessuno.Leggi tutto...
Chiacchiera
24 Settembre - 3.648 visualizzazioni "Ah, you are sorry": cronaca di un aeroporto.
Voglio raccontare quello che mi è successo pochi giorni fa all'aeroporto Charles de Gaulle di Parigi. Lo racconto perché non si tratta di un fatto isolato: non è la prima volta che mi capita qualcosa di simile in questo aeroporto, ed è proprio questa ripetizione che mi ha spinto a metterlo per iscritto.
Prima di tutto, vorrei fare due precisazioni. La prima è che non ho nulla contro i francesi. Al contrario: ho diversi amici francesi qui in Costa Rica che non solo sono sempre stati grandi amici, ma si sono anche comportati come tali quando ce n'è stato bisogno.
La seconda precisazione è che chi mi conosce bene sa che sono sposato con una donna di colore e che abbiamo una figlia color caffellatte. Per questo voglio chiarire fin dall'inizio che ciò che sto per raccontare non va letto con alcuna sfumatura di razzismo, perché non ne ha.
Comincio da quello che mi è successo l'anno scorso. Ero andato in Olanda a trovare mia figlia e ho dovuto fare scalo all'aeroporto Charles de Gaulle di Parigi. Lì, senza accorgermene e senza aver letto con sufficiente attenzione i cartelli, ho lasciato il portatile dentro il bagaglio a mano, che doveva passare allo scanner al controllo di sicurezza prima dell'imbarco.
Dopo essere passato io al controllo delle persone, sono rimasto ad aspettare dall'altra parte che il mio bagaglio a mano, con il portatile dentro, passasse a sua volta al suo controllo. In quel momento, uno degli agenti che controllavano i bagagli ha chiesto ad alta voce di chi fosse quella valigia. L'ho riconosciuta e ho risposto che era mia. Allora mi ha detto, in francese, che avevo un computer dentro. Ho risposto di sì, con un "oui", perché me la cavo un po' con il francese. Quella persona sembrava di pessimo umore, anche se lo era con tutti, non solo con me. Mi ha gridato qualcosa in francese che suonava come un rimprovero: perché non avevo tirato fuori il portatile dalla valigia, visto che era scritto dappertutto che bisognava farlo.
Dato che il mio inglese è un po' migliore del mio francese, ho scelto di scusarmi in inglese: "I am sorry". Lui mi ha gridato: "Ah, you are sorry". Io ho ripetuto: "Yes, I am sorry". E lui, con gli stessi modi: "Ah, you are sorry". Ho detto di nuovo: "Yes, I'm sorry". E ancora una volta: "Ah, you are sorry". A quel punto ho cominciato a temere che avrei passato tutta la vacanza a dirgli che ero "sorry" mentre lui mi rispondeva che ero "sorry". Così ho smesso di rispondere e ho aspettato che arrivasse la mia valigia. È arrivata aperta, con i pochi vestiti che avevo sparsi sul nastro trasportatore. Ho rimesso il computer e le mie cose nella valigia.
È stata un'esperienza davvero spiacevole. Chi lavora in quei posti dovrebbe capire che un passeggero non è obbligato a conoscere tutte le lingue del mondo. Dovrebbe trattare con gentilezza chi ha viaggiato per dieci o undici ore e arriva stanco, e avere, come minimo, l'educazione più elementare.
Passo ora a quello che mi è successo pochi giorni fa, nello stesso aeroporto. Viaggiavo con mia moglie, che ha il passaporto costaricano, mentre io ne ho due: quello italiano e quello costaricano. Quando sono in Europa uso quello italiano, per comodità e perché è più semplice. Dovevamo tornare da Parigi in Costa Rica e, a causa di un'indicazione sbagliata della persona che smistava i passeggeri verso il corridoio corretto in base al tipo di passaporto, hanno fatto passare anche mia moglie dal controllo dei passaporti europei.
Per me non c'è stato alcun problema: il passaporto si fa scorrere a mano, come in un self-service, e la porta automatica si è aperta subito. Dall'altra parte sono rimasto ad aspettare mia moglie. Eravamo gli ultimi della fila, c'eravamo solo io e lei. Vedendo che aveva delle difficoltà, sono rimasto lì ad aspettare che riuscisse a passare il suo passaporto.
Mia moglie non riusciva a farsi leggere il passaporto dalla macchina, ed era logico: non essendo europeo, il sistema non l'avrebbe mai riconosciuto. Mentre io aspettavo e cercavo di darle istruzioni, uno degli agenti doganali incaricati di controllare i documenti mi ha gridato dallo sportello della sua cabina, e davvero in malo modo, di passare, perché stavo bloccando il passaggio. Il passaggio di chi? Non lo so, perché c'eravamo solo io e mia moglie, e lei non era ancora passata. Gli ho detto che stavo aspettando mia moglie, e lui ha ricominciato a gridare, ancora peggio, che dovevo passare.
Gli ho parlato di nuovo in inglese: "I'm waiting for my wife". L'ho fatto con gentilezza, ma lui mi ha risposto in modo pessimo, e questo mi ha infastidito. Allora gli ho parlato anch'io ad alta voce, in italiano o in spagnolo, non ricordo bene: "¿A quién estoy bloqueando, si aquí no hay nadie?". Gli ho gridato anch'io, sì, ma poi mi sono allontanato in direzione dell'uscita, sperando che mia moglie riuscisse a passare prima o poi.
La cabina da cui mi gridava aveva una porta d'uscita sul retro. Mentre camminavo, l'uomo è uscito da lì: un uomo di colore, corpulento e con l'aria poco amichevole. Ha cominciato a battersi il petto con i pugni, con la solennità di chi difende la patria sul campo di battaglia. L'esercito invasore, per la cronaca, eravamo due persone, e una non era nemmeno riuscita a passare. Con voce tonante mi ha gridato che l'autorità si rispetta: "You respect the authority!". Gli ho risposto, con lo stesso tono, che io rispetto l'autorità che rispetta me. E me ne sono andato.
E non è finita lì. Ha continuato a gridarmi che l'autorità si rispetta, ancora e ancora, come chi ripete un mantra. Sono stato sul punto di ricordargli, con tutta la cortesia, il mestiere che molto probabilmente facevano sua madre e sua sorella. Ma non avevo alcun interesse a passare una o due notti in una cella, fermato e ammanettato, quindi mi è sembrato più conveniente non dire nulla, mi sono allontanato e l'ho lasciato a gridare da solo.
Poco dopo, un'assistente della compagnia aerea si è accorta che mia moglie aveva difficoltà con il passaporto e le ha indicato che doveva passare dal controllo manuale. Lì è passata senza alcun problema, e ci siamo ritrovati al gate d'imbarco, pronti a salire sull'aereo. Io, ovviamente, avevo il battito a mille.
E ora mi chiedo: sarà che per occupare certi posti all'aeroporto di Parigi bisogna soddisfare un requisito non scritto, quello di essere maleducati e scortesi? Sarà per questo che ogni volta che ci passo incontro persone così? Precisiamo, ancora una volta, che mi riferisco solo ad alcune delle persone che lavorano in quell'aeroporto, non a tutto il personale, e tanto meno ai parigini o ai francesi.
E non vi ho ancora raccontato di quell'altra volta, sempre a Parigi. All'imbarco hanno pesato il mio bagaglio a mano ed era sotto i 12 chili consentiti, per pochissimo. Non contento, l'agente che lo pesava mi ha chiesto di mettere sulla bilancia anche la macchina fotografica che portavo al collo. Con quella ho superato il limite di 50 o 100 grammi, e mi hanno obbligato a imbarcare la valigia in stiva, pagando io la differenza. È possibile che il regolamento fosse dalla loro parte, ma mi sembra assurdo e ridicolo che per 100 grammi mi abbiano fatto questo. A quanto pare, in quell'aeroporto cento grammi di bagaglio pesano più di tutta la cortesia messa insieme.Leggi tutto...
Satira
22 Settembre - 3.931 visualizzazioni
Chiacchiera
7 Settembre - 4.012 visualizzazioni L'energia che si misura e quella che si vende.
Ho il Wi-Fi acceso in casa da vent'anni. Non mi sono mai bruciato un dito, non ho mai sentito formicolii mistici, eppure ogni giorno attraverso invisibili onde elettromagnetiche che portano dati dal router al telefono. Le accetto senza discutere. Poi qualcuno mi parla di energia universale, di vibrazioni cosmiche, di chakra da riequilibrare, e io storco il naso. Contraddizione? Per niente. È solo che so distinguere due cose che nel linguaggio comune vengono buttate nello stesso calderone con la parola "energia".
Il Wi-Fi si misura in gigahertz. Il Bluetooth ha una frequenza precisa, uno spettro conosciuto, decenni di fisica alle spalle. Se non esistesse davvero, io adesso non starei scrivendo queste righe e tu non le staresti leggendo su uno schermo. Tutto verificabile, tutto replicabile in un laboratorio qualunque del pianeta.
L'energia che ti "riequilibra l'aura", invece, in quale unità si misura? Con quale strumento la rilevi? Nessuno lo sa, perché non esiste uno strumento: esiste solo chi te la vende. E qui sta la differenza che a molti sfugge, o che preferiscono ignorare: una cosa è reale quando si può misurare, testare, ripetere. L'altra si può solo "sentire", e guarda caso si sente sempre più forte vicino alla cassa.
Non è ipocrisia credere nel Wi-Fi e dubitare dell'energia cosmica. È, semplicemente, distinguere la scienza dal marketing travestito da spiritualità.Leggi tutto...
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Ah, Birichina, se fosse così sarei veramente felice! 😄 Purtroppo, con i miei quasi 70 anni (li compio a dicembre), devo ancora lavorare per mantenermi. Sono stato all'estero quasi tutta la vita e ho sempre lavorato in proprio: non mi lamento, non sto male, però non percepisco nessuna pensione. 😉
tieni duro 💪🫂