Vaccata
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carlettonelivello 14
oggi alle ore 13:55 - 3.296 visualizzazioni
Meloni, per sostenere la propria posizione sul limite agli studenti stranieri nelle classi, ha richiamato una circolare del 1990 firmata quando Sergio Mattarella era ministro della Pubblica Istruzione.
Il riferimento arriva nel pieno del confronto aperto dopo le parole del Presidente della Repubblica sulla scuola come luogo di inclusione e integrazione.
La solita bacchettata istituzionale alla ragazza della Garbatella.
La Circolare ministeriale n. 205 del 26 luglio 1990, dedicata alla scuola dell'obbligo, agli alunni stranieri e all'educazione interculturale, affrontava effettivamente il problema della distribuzione degli studenti nelle classi.
Prevedeva, “ove possibile”, di evitare concentrazioni eccessive di alunni appartenenti allo stesso gruppo linguistico, indicando il limite di cinque per classe. Ma il punto essenziale era la finalità dichiarata ovvero favorire l'integrazione linguistica degli alunni stranieri con quelli italiani.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, il richiamo storico va letto nella sua interezza.
Innanzitutto c'è quell'“ove possibile”, che non è un dettaglio lessicale.
Significa tenere conto delle condizioni concrete delle scuole e dei territori, evitando di trasformare un criterio organizzativo in un automatismo cieco.
Ma soprattutto quella circolare nasceva
dentro una concezione complessiva dell'integrazione scolastica: apprendimento della lingua italiana, inserimento nella comunità scolastica, attenzione alle difficoltà individuali e valorizzazione delle differenti provenienze culturali.
E poi c'è un fatto ancora più semplice: non siamo rimasti al 1990.
Nel 2010, durante il governo Berlusconi IV e con Mariastella Gelmini ministra dell'Istruzione, la Circolare n. 2 dell'8 gennaio 2010 introdusse già il criterio del 30% di alunni con cittadinanza non italiana per classe, da applicare “di norma” e con possibilità di deroghe in relazione, tra l'altro, alle competenze linguistiche degli studenti e alle caratteristiche concrete del territorio.
È proprio quella circolare che il governo attuale vuole ora trasformare in una disposizione legislativa più vincolante.
Lo stesso ministro Valditara ha spiegato che il limite del 30% esiste già, ma che a suo giudizio la circolare del 2010 non è stata sufficientemente applicata e che per questo il governo intende intervenire con una legge.
Quindi, più che assistere alla scoperta di un problema nuovo, staremmo discutendo di come rendere applicabile un criterio che l'ordinamento scolastico conosce da sedici anni.
E qui nasce la vera questione.
Perché nella realtà moltissimi studenti classificati statisticamente come “stranieri” sono nati in Italia e parlano perfettamente italiano.
I dati più recenti indicano che circa due terzi degli alunni senza cittadinanza italiana sono nati nel nostro Paese; inoltre, se si guarda soltanto agli studenti nati all'estero e potenzialmente interessati da autentiche difficoltà linguistiche, la quota delle classi oltre la soglia del 30% si riduce drasticamente.
Anche per questo il problema non può essere ridotto alla semplice nazionalità scritta su un passaporto.
Citare Mattarella, quindi, è storicamente legittimo.
Ma utilizzare una frase del 1990 come se l'Italia avesse scoperto oggi il problema della composizione delle classi rischia di cancellare trentasei anni di evoluzione delle politiche scolastiche, comprese quelle introdotte da governi di centrodestra.
Valditara stesso, del resto, non sostiene che il principio sia nuovo: sostiene esattamente il contrario, cioè che esista già e che occorra renderlo maggiormente vincolante.
Ed è forse questo l'aspetto che trovo più deprimente dell'attuale stagione politica.
Un tema serio esiste: come evitare classi nelle quali le difficoltà linguistiche rendano più difficile insegnare e imparare, e come garantire una reale integrazione.
Persino l'Associazione nazionale presidi ha riconosciuto la rilevanza didattica della questione, sottolineando però quanto possa essere complicato applicare rigidamente una percentuale nelle zone nelle quali la popolazione scolastica straniera è fortemente concentrata.
Di questo dovremmo discutere.
Di insegnamento dell'italiano.
Di risorse per le scuole.
Di insegnanti.
Di territori.
Di seconde generazioni.
Di integrazione vera.
Invece, tra burqa, niqab e percentuali trasformate in slogan, continuiamo a preferire il terreno più semplice.
Quello dello scontro identitario in cui questo Governo è maestro.
E io continuo a chiedermi perché non si vogliano affrontare con la stessa energia i problemi reali di questo Paese.
In realtà una risposta me la sono data.
Parlare alla pancia dell'elettorato è molto più semplice che parlare alla sua testa.
E forse è proprio questa la parte più triste perché quando la complessità smette di portare voti, la politica comincia a considerarla un fastidio.
Attendiamo la norma con la speranza che sia costruttiva e non solo la solita rincorsa al Vannacci pensiero.
Perché il generale su questo campo di battaglia è invincibile.
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