Chiacchiera
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11 Luglio - 4.284 visualizzazioni
Il coraggio di rivedere le proprie convinzioni.

Da quando ho iniziato a fermarmi a riflettere su come si formano davvero le opinioni che difendiamo con più forza, mi sono reso conto di una cosa piuttosto scomoda: molte delle idee per cui mi sono speso con passione non le ho scelte io. Sono arrivate presto, quando ero troppo giovane per metterle in dubbio, e si sono installate senza che io le aprissi mai per vedere cosa contenessero veramente.

Ciascuno di noi riceve, insieme all'educazione e all'ambiente in cui cresce, anche un bagaglio di certezze, di paure e di abitudini mentali che raramente ci prendiamo la briga di esaminare. Le case, i mobili, a volte anche i debiti si ereditano. Le convinzioni, invece, andrebbero trattate come prestiti temporanei: utili finché reggono, da restituire o modificare quando non convincono più.

Mi sono chiesto spesso quand'è stata l'ultima volta che ho cambiato idea su una questione importante dopo aver ascoltato argomenti solidi e ben argomentati. Non è una sconfitta, è un segno che la testa funziona ancora. Rimanere aggrappati a una posizione solo perché “è sempre stata così” o perché “l'ho sempre pensata in questo modo” è un po' come difendere una vecchia automobile che non parte più solo perché ci ha accompagnato per tanti anni.

Il modo in
cui vediamo le cose cambia, anche quando non ce ne accorgiamo subito. Oggi mi indigno per questioni diverse da quelle che mi facevano arrabbiare dieci o quindici anni fa. E se ci penso bene, quel cambiamento non è arrivato per una decisione improvvisa: è filtrato un po' alla volta, attraverso letture, conversazioni, fatti che mi hanno costretto a rivedere il copione che avevo in testa. Spesso senza che io sapessi esattamente chi lo stesse riscrivendo.

Adattarsi non significa chinare la testa davanti a ogni moda intellettuale del momento, né tantomeno trasformare il passato in una reliquia intoccabile. Significa prendere quello che abbiamo imparato, metterlo alla prova e, quando serve, migliorarlo. Abbiamo un organo straordinariamente potente proprio sopra gli occhi: il cervello. Usarlo per ragionare prima di reagire, per dubitare prima di ripetere, per scegliere invece di obbedire per abitudine. Questo, secondo me, è il modo più concreto di onorare la propria intelligenza.

Vivere ancorati alla realtà non vuol dire rinunciare ai sogni o all'aspirazione a qualcosa di meglio. Vuol dire partire da ciò che esiste davvero, da ciò che si può osservare, verificare, mettere alla prova senza filtri. La natura, in questo senso, continua a essere una maestra severa ma onesta: non ha bisogno di convincerci, mostra semplicemente come stanno le cose.

Le grandi narrazioni collettive, invece, cambiano costume ogni generazione. Si presentano come novità assolute e spesso sono solo vecchie illusioni con un taglio di capelli diverso. Il compito più onesto che abbiamo è cercare di vivere questa esistenza nel modo più sereno e appagante possibile. La vita dà e toglie, a volte con generosità, altre volte senza alcun preavviso. È un viaggio con un inizio e una fine, non una casa definitiva. Il sole continua a splendere anche quando le nuvole lo coprono per giorni interi. Per questo vale la pena godersi i momenti di luce quando ci sono, e imparare a resistere quando arriva la tempesta, sapendo che prima o poi passerà.

In questo spazio di confronto non veniamo a ripetere quello che già sappiamo o a difendere a tutti i costi ciò che ci hanno insegnato. Veniamo a stare svegli. A mettere sotto esame anche le convinzioni più care, se gli elementi lo richiedono. Avere il coraggio di rivedere ciò in cui crediamo, anche quando quel processo fa un po' male, resta forse l'atto più rispettoso che possiamo fare verso noi stessi e verso la realtà.
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Vaccata