Chiacchiera
ieri alle ore 10:32 - 2.582 visualizzazioni
ECCO SPIEGATO FACILE FACILE IL PERCHÉ C'È L'IMMIGRAZIONE CHE VI DA COSÌ FASTIDIO.
Carissimi africani, come va? Qui è l'Europa insieme agli USA che vi parlano.
Da Berlino, Bruxelles, Parigi, Roma e Washington…avete presente?
Pensate che proprio da qui, tra il 1885 e il 1908, ci si divertiva a farvi lavorare gratis nelle piantagioni e nelle miniere per arricchire re Leopoldo. Ma tranquilli, noi ci si conosceva da parecchio prima.
Prima ancora, dal XVI al XIX secolo, tutti insieme – inglesi, olandesi, portoghesi, francesi, spagnoli – abbiamo messo in catene circa 12 milioni di voi per venderli nelle Americhe. Un paio di milioni sono morti durante la navigazione, pazienza: su quel commercio triangolare (1500–1870) abbiamo costruito la nostra rivoluzione industriale, quella che voi non avete avuto.
Poi portarvi di là in catene non ci bastava più. Allora abbiamo pensato di prenderci direttamente le vostre terre. Tra la metà dell'Ottocento e il 1914, mentre ci spartivamo il continente alla Conferenza di Berlino del 1884-85, abbiamo scoperto che i vostri territori erano pieni di ciò che serviva a noi. I francesi hanno iniziato dal nord, gli inglesi dal sud, due fucilate qua e là ed è diventato tutto nostro.
Anche i belgi si sono dati da fare: a un certo punto il 98% dell'impero coloniale belga era in Africa. Poi arrivarono i tedeschi, e infine gli italiani, sempre ultimi ma con stile.
Gli italiani ottennero il primato di prima nazione al mondo a usare gas chimici contro civili in Africa orientale, tra 1928 e 1939. Donne e bambini si ritrovavano dentro una nuvola di iprite e morivano tra spasmi orrendi. “Mica vorranno che gli buttiamo giù confetti”, scherzò il generale De Bono.
Il bello è che chi beveva acqua contaminata moriva una settimana dopo, pieno di piaghe: che fresconi a non accorgervene.
Finito formalmente il colonialismo tra il 1957 e i primi anni '90 – quando ormai vi avevamo portato via diamanti, petrolio, oro, terre fertili e perfino antiche pergamene amhare – non è che avessimo voglia di andarcene davvero. Così abbiamo continuato a controllare la vostra politica e la vostra economia, riempiendo d'armi i dittatori che ci garantivano contratti favorevoli, devastando i territori e imponendo le nostre multinazionali come “sviluppo”.
E infatti, oggi, lo sfruttamento non è affatto finito. È solo cambiato nome.
Oggi petrolio, gas, cobalto, coltan, oro, uranio, litio, terre rare, cacao, terre agricole: tutto passa ancora dalle mani delle grandi multinazionali occidentali – Total, ENI, BP, Chevron, Exxon, Glencore, Anglo American, Rio Tinto – affiancate ormai dalla Cina che controlla miniere, infrastrutture e porti.
Voi estraete, noi incassiamo. Voi fornite il cobalto per le nostre batterie, noi vi lasciamo miniere avvelenate. Voi producete cacao, noi vendiamo cioccolato a cento volte il prezzo. Voi avete terre fertili, noi ci coltiviamo le nostre filiere agroindustriali.
E quando i rifiuti elettronici dei nostri telefonini diventano inutili, indovinate che succede? Li spediamo a Lagos, Accra, Lomé e Mombasa. Così l'inizio e la fine della nostra tecnologia avvengono entrambi sulle vostre spalle: prima morite per estrarre i minerali, poi bruciate le scorie tossiche nelle discariche. Il ciclo perfetto.
Se poi un dittatore si montava la testa, nessun problema: lo sostituivamo. Qualche bombardamento, due casse di cannoni alle milizie giuste, ed era fatta. Del resto, i nostri carrarmati e le nostre mitragliatrici da qualche parte dobbiamo piazzarli: qui in Europa siamo in pace dal 1945 e non possiamo rinunciare a un settore così florido.
Negli ultimi 20-30 anni, con iperconsumismo e globalizzazione, abbiamo scoperto che l'Africa era perfetta per comprare tutto ciò che noi non volevamo più. Il porto di Lomé è diventato un gigantesco outlet dei nostri vecchi telefonini e delle nostre televisioni.
Già che c'eravamo, abbiamo usato i vostri Paesi come discariche dei nostri rifiuti elettronici. Curioso il ciclo di vita dei nostri giocattoli digitali: inizia con il coltan per cui morite nelle miniere e finisce bruciando nelle vostre discariche, rilasciando gas cancerogeni.
Insomma, ragazzi, siete nella merda fino al collo da 300-400 anni, e del fatto che ci siate finiti anche grazie a noi non ce ne frega nulla. Abbiamo altro da fare.
Negli ultimi decenni, con tivù, parabole e smartphone, vi siete messi in testa che qui in Europa si viva meglio. Che vivere in una casa con acqua corrente ed elettricità sia meglio che stare nel fango. Che un ospedale sia meglio di un parto in strada. Che prendere un autobus sia meglio che prendere una mina. Che mangiare tre volte al giorno sia meglio che morire di dissenteria. Che noia questa vostra mania di sopravvivere.
Così alcuni di voi – i più disperati – hanno iniziato ad attraversare il deserto e il mare per venire qui a rompere i coglioni. È vero, siete poche decine di migliaia su oltre un miliardo di persone, e siete pochi anche rispetto a noi europei che siamo mezzo miliardo. Ma ci state sui coglioni lo stesso.
Quindi abbiamo deciso che dovete tornare nel buco di culo da cui venite, anche se lì ci sono guerra, fame, malaria e tutto il resto. Alcuni di voi hanno pure la scabbia, e a noi non importa da cosa sia causata: ci interessa che non veniate qui.
Concludendo, con tutta l'amicizia e senza nessun razzismo – ci mancherebbe – dovreste stare fuori dalle palle e vivere nell'inferno che vi abbiamo creato. E se fate i bravi, magari un lavoro in un cantiere di Addis Abeba o in una miniera di Mbomou per due dollari al giorno lo trovate pure.
Dieci ore al giorno, sei giorni su sette, a chiamata. Senza dire in giro quanta gente muore ogni giorno.
Se poi lavorate anche la domenica full time vi diamo qualcosa in più, così magari riuscite a comprare un'altra delle nostre televisioni di scarto, però da usare rigorosamente lì, nella baracca piena di merda di capra in cui vivete.
Carissimi africani, come va? Qui è l'Europa insieme agli USA che vi parlano.
Da Berlino, Bruxelles, Parigi, Roma e Washington…avete presente?
Pensate che proprio da qui, tra il 1885 e il 1908, ci si divertiva a farvi lavorare gratis nelle piantagioni e nelle miniere per arricchire re Leopoldo. Ma tranquilli, noi ci si conosceva da parecchio prima.
Prima ancora, dal XVI al XIX secolo, tutti insieme – inglesi, olandesi, portoghesi, francesi, spagnoli – abbiamo messo in catene circa 12 milioni di voi per venderli nelle Americhe. Un paio di milioni sono morti durante la navigazione, pazienza: su quel commercio triangolare (1500–1870) abbiamo costruito la nostra rivoluzione industriale, quella che voi non avete avuto.
Poi portarvi di là in catene non ci bastava più. Allora abbiamo pensato di prenderci direttamente le vostre terre. Tra la metà dell'Ottocento e il 1914, mentre ci spartivamo il continente alla Conferenza di Berlino del 1884-85, abbiamo scoperto che i vostri territori erano pieni di ciò che serviva a noi. I francesi hanno iniziato dal nord, gli inglesi dal sud, due fucilate qua e là ed è diventato tutto nostro.
Anche i belgi si sono dati da fare: a un certo punto il 98% dell'impero coloniale belga era in Africa. Poi arrivarono i tedeschi, e infine gli italiani, sempre ultimi ma con stile.
Gli italiani ottennero il primato di prima nazione al mondo a usare gas chimici contro civili in Africa orientale, tra 1928 e 1939. Donne e bambini si ritrovavano dentro una nuvola di iprite e morivano tra spasmi orrendi. “Mica vorranno che gli buttiamo giù confetti”, scherzò il generale De Bono.
Il bello è che chi beveva acqua contaminata moriva una settimana dopo, pieno di piaghe: che fresconi a non accorgervene.
Finito formalmente il colonialismo tra il 1957 e i primi anni '90 – quando ormai vi avevamo portato via diamanti, petrolio, oro, terre fertili e perfino antiche pergamene amhare – non è che avessimo voglia di andarcene davvero. Così abbiamo continuato a controllare la vostra politica e la vostra economia, riempiendo d'armi i dittatori che ci garantivano contratti favorevoli, devastando i territori e imponendo le nostre multinazionali come “sviluppo”.
E infatti, oggi, lo sfruttamento non è affatto finito. È solo cambiato nome.
Oggi petrolio, gas, cobalto, coltan, oro, uranio, litio, terre rare, cacao, terre agricole: tutto passa ancora dalle mani delle grandi multinazionali occidentali – Total, ENI, BP, Chevron, Exxon, Glencore, Anglo American, Rio Tinto – affiancate ormai dalla Cina che controlla miniere, infrastrutture e porti.
Voi estraete, noi incassiamo. Voi fornite il cobalto per le nostre batterie, noi vi lasciamo miniere avvelenate. Voi producete cacao, noi vendiamo cioccolato a cento volte il prezzo. Voi avete terre fertili, noi ci coltiviamo le nostre filiere agroindustriali.
E quando i rifiuti elettronici dei nostri telefonini diventano inutili, indovinate che succede? Li spediamo a Lagos, Accra, Lomé e Mombasa. Così l'inizio e la fine della nostra tecnologia avvengono entrambi sulle vostre spalle: prima morite per estrarre i minerali, poi bruciate le scorie tossiche nelle discariche. Il ciclo perfetto.
Se poi un dittatore si montava la testa, nessun problema: lo sostituivamo. Qualche bombardamento, due casse di cannoni alle milizie giuste, ed era fatta. Del resto, i nostri carrarmati e le nostre mitragliatrici da qualche parte dobbiamo piazzarli: qui in Europa siamo in pace dal 1945 e non possiamo rinunciare a un settore così florido.
Negli ultimi 20-30 anni, con iperconsumismo e globalizzazione, abbiamo scoperto che l'Africa era perfetta per comprare tutto ciò che noi non volevamo più. Il porto di Lomé è diventato un gigantesco outlet dei nostri vecchi telefonini e delle nostre televisioni.
Già che c'eravamo, abbiamo usato i vostri Paesi come discariche dei nostri rifiuti elettronici. Curioso il ciclo di vita dei nostri giocattoli digitali: inizia con il coltan per cui morite nelle miniere e finisce bruciando nelle vostre discariche, rilasciando gas cancerogeni.
Insomma, ragazzi, siete nella merda fino al collo da 300-400 anni, e del fatto che ci siate finiti anche grazie a noi non ce ne frega nulla. Abbiamo altro da fare.
Negli ultimi decenni, con tivù, parabole e smartphone, vi siete messi in testa che qui in Europa si viva meglio. Che vivere in una casa con acqua corrente ed elettricità sia meglio che stare nel fango. Che un ospedale sia meglio di un parto in strada. Che prendere un autobus sia meglio che prendere una mina. Che mangiare tre volte al giorno sia meglio che morire di dissenteria. Che noia questa vostra mania di sopravvivere.
Così alcuni di voi – i più disperati – hanno iniziato ad attraversare il deserto e il mare per venire qui a rompere i coglioni. È vero, siete poche decine di migliaia su oltre un miliardo di persone, e siete pochi anche rispetto a noi europei che siamo mezzo miliardo. Ma ci state sui coglioni lo stesso.
Quindi abbiamo deciso che dovete tornare nel buco di culo da cui venite, anche se lì ci sono guerra, fame, malaria e tutto il resto. Alcuni di voi hanno pure la scabbia, e a noi non importa da cosa sia causata: ci interessa che non veniate qui.
Concludendo, con tutta l'amicizia e senza nessun razzismo – ci mancherebbe – dovreste stare fuori dalle palle e vivere nell'inferno che vi abbiamo creato. E se fate i bravi, magari un lavoro in un cantiere di Addis Abeba o in una miniera di Mbomou per due dollari al giorno lo trovate pure.
Dieci ore al giorno, sei giorni su sette, a chiamata. Senza dire in giro quanta gente muore ogni giorno.
Se poi lavorate anche la domenica full time vi diamo qualcosa in più, così magari riuscite a comprare un'altra delle nostre televisioni di scarto, però da usare rigorosamente lì, nella baracca piena di merda di capra in cui vivete.
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Rispetto per tutti (occhio rispetto non sta cazzata dell'inclusione).