Post di carlettone in ordine cronologico
Vaccata
oggi alle ore 12:19 - 1.780 visualizzazioni
Chiacchiera
oggi alle ore 11:40 - 1.941 visualizzazioni CHE RISATE
Francamente ricercare eleganza nella comicità del terzo millennio è ridicolo. Da anni ormai abbiamo accettato o subìto ogni tipo di volgarità, ridendoci pure sopra: una smucinata sul pacco, un cazzo ad ogni esternazione parlamentare o meno, parolacce nei testi delle canzoni, persino la sputacchiera sui campi di calcio come se prima i Rivera, i Gigi Riva o i Tardelli avessero mai sparato muco o saliva davanti alle telecamere. Ormai si sentono tutti Gigi Proietti che ar cavaliere nero nun je devi cacà er cazzo. E' tutta una licenza poetica che di aulico non ha proprio nulla. Il bon ton è sbeffeggiato, se sei elegante sei pure un po' frocio, i super presidenti galattici fanno body shaming in conferenza stampa se ricevono domande scomode, tutto è automaticamente sdoganato. Bugie e verità si sono fuse.
Dunque è un imbroglio indignarsi se Pucci mostra le chiappe, perché purtroppo il più pulito ci ha la rogna. Alvaro Vitali faceva ridere le cameriere, c'è sempre stata una scala Mercalli della risata più o meno colta, intelligente o buzzurra. Non è più un metro di giudizio.
Indignarsi per un pernacchio dalla fogna social è da psicoanalisi, come cazziare un bebè che rigurgita la pappa.
Se pensate che sia fico andare con gli infradito ad una cerimonia, chessò, al Quirinale allora non vi lamentate se uno spiritoso cerca consenso infilando metaforicamente un tampone nel didietro di un gay. Siete già sintonizzati.Leggi tutto...
Vaccata
oggi alle ore 11:27 - 2.011 visualizzazioni
Chiacchiera
oggi alle ore 09:24 - 2.136 visualizzazioni TIMEO PUCCI ET
CENSURA FERENTES
Vi dirò che io l'avrei voluto vedere il comico Pucci a Sanremo, lo avrei visto da destra e da sinistra e pure in primo piano per vedere l'effetto che fa. Non credo che avrebbe avuto il coraggio di ripetere che la Bindi è più bella che intelligente o che chissà dove i gay potevano infilarsi i tamponi, e se lo avesse avuto il pubblico avrebbe detto la sua. La satira non è censurabile, mai, e in un paese civile questo non si fa. Tanto lo spettatore poi decide se sei di nicchia o controcorrente, dimmerda o rivoluzionario, leccaculo o semplicemente simpatico, magari persino bravo. Se ti schieri politicamente perculando gli avversari tanto fai ridere solo i tuoi e alla lunga finisci negli scantinati, perché la vera satira non colpisce gli altri ma soprattutto i tuoi. La sinistra o sedicente tale avrebbe dovuto difenderlo, avrebbe difeso pure se stessa.
Chiacchiera
oggi alle ore 08:53 - 2.214 visualizzazioni Nel 1986 Freddie Mercury fece qualcosa che nessuna rockstar occidentale aveva mai osato fare, dietro la Cortina di Ferro.
E quella sera ottantamila persone piansero.
Era estate, e l'Ungheria era ancora intrappolata in un mondo chiuso, controllato, silenzioso. La musica occidentale arrivava come un sussurro, filtrata, censurata. Non era intrattenimento: era resistenza. Quando i Queen annunciarono una data a Budapest per il Magic Tour, non fu solo un concerto. Fu uno spartiacque. Un evento storico. Per molti ungheresi sarebbe stata la prima volta, in tutta la loro vita, che vedevano dal vivo una band di quel livello. C'era chi aveva risparmiato per mesi, chi aveva rinunciato a tutto pur di esserci.
Freddie lo capì subito. Questo non era Londra. Non era New York. Qui la musica non era solo musica. Era un respiro trattenuto per anni. E lui non voleva limitarsi a salire sul palco, cantare e andarsene. Voleva lasciare qualcosa che restasse.
Durante i giorni a Budapest, Freddie passava ore sul tetto dell'Hotel Duna Intercontinental, guardando il Danubio e i profili antichi della città. Faceva domande. Ascoltava. Cercava di capire. E fu allora che scoprì Tavaszi Szél Vizet Áraszt, una canzone popolare ungherese che ogni bambino conosceva. Un canto antico, carico di nostalgia e speranza, intrecciato all'identità stessa del Paese.
Quello che fece dopo sorprese perfino i suoi compagni di band.
Decise di impararla.
Non solo la melodia. Le parole. La pronuncia. Il significato.
Per giorni si esercitò, ripetendo sillabe difficili, provando e riprovando con Brian May. Nessuno glielo aveva chiesto. Nessuno glielo doveva. Ma Freddie insisteva. Voleva incontrare quel pubblico nel loro mondo, senza pretendere che fossero loro ad adattarsi al suo.
Il 27 luglio 1986 lo stadio Népstadion era un mare umano. Ottantamila persone. L'aria era elettrica, quasi sacra. I Queen suonarono con la potenza che li aveva resi leggendari. Poi, a un certo punto, accadde qualcosa di inatteso.
Freddie fece un passo avanti.
E iniziò a cantare… in ungherese.
Per un istante lo stadio cadde nel silenzio assoluto. Poi arrivò la consapevolezza di ciò che stava accadendo.
Quella era la loro canzone.
Nella loro lingua.
Cantata da una delle voci più grandi della storia del rock.
Molti scoppiarono in lacrime. Altri cantarono tremando. Alcuni restarono immobili, incapaci di elaborare l'enormità di quel momento. Non importava che l'accento non fosse perfetto. Importava che avesse provato. Che avesse avuto rispetto. Che avesse scelto di onorarli.
Più tardi Brian May disse che il pubblico capì davvero: capì che la band sapeva dove si trovava e cosa significava essere lì. In un'epoca di muri, confini e divisioni, quel riconoscimento valeva tutto.
Il concerto di Budapest divenne leggenda, immortalato nel film Hungarian Rhapsody. Ma chi c'era ricorda soprattutto quel momento. Non le luci. Non i successi. Quella canzone.
Perché Freddie Mercury sapeva una cosa fondamentale: la musica non è solo suono. È connessione. È dire “ti vedo” senza usare parole. È abbattere barriere che la politica costruisce.
Quella sera Freddie non cantò soltanto in Ungheria.
Regalò a ottantamila persone un ricordo più forte di qualsiasi regime.
E per qualche minuto, il mondo fu meno diviso. Più umano. Più bello.Leggi tutto...
Vaccata
oggi alle ore 08:31 - 2.524 visualizzazioni

Animazione Peso Moderato (1.11 Mb)
Chiacchiera
oggi alle ore 08:31 - 2.175 visualizzazioni E' già mercoledì.
Riflessioni di un giornalista che si guarda intorno.
Di Luciano Ragno
I "senza" che non salgono sul podio.
I due volti di Milano. Ma sono anche i due volti della vita.
Le luci all'ombra delle Olimpiadi invernali che esaltano l'uomo. E ricordano rispetto e eguaglianza.
Nelle stesse ore.
E i "senza" . Il buio , il freddo, l'abbandono, il silenzio, la fragilità. Sulla porta del Centro diurno “Opera Cardinal Ferrari”. Un piatto caldo, una doccia, una parola , un ascolto. Non sono solo persone che hanno scelto di vivere ai margini ma anche chi è venuto da lontano e non trova aiuto, chi ha perso il lavoro o ha il lavoro ma non basta, non ha più casa, ha la famiglia che si è divisa.
Su questi due volti della città ha scritto una riflessione – affidata al “Corriere della Sera”- Luciano Gualzetti, presidente dell'”Opera Cardinal Ferrari” . Una riflessione che diventa riflessione per la coscienza di tutti noi.
Nella riflessione c'è l'invito a ricordarci che “ I segnali di impoverimento partono sempre da lontano: solitudini, ascolti negati, discriminazioni, individualismi, esclusioni, mancanza di opportunità”.
Quindi non concentrarsi solo quando si vedono queste persone per strada o quando per loro non c'è più niente da fare”.
E l'appello :“ Politiche di welfare integrate, continuative e generose, con servizi sociali rafforzati e non sovraccarichi; con il lavoro di rete tra pubblico, Terzo settore e volontariato; con percorsi individuali che riconoscano la storia e i tempi di ciascuno”.
Bisogna andare oltre aggiunge il Presidente: “Le politiche di welfare non devono limitarsi a «rincorrere» il disagio, ma ridare opportunità per tempo”. Un aiuto a costruire il loro domani.
Ricordiamoci di chi non è riuscito a salire sul podio.Leggi tutto...
Vaccata
oggi alle ore 08:30 - 2.364 visualizzazioni
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