Chiacchiera
oggi alle ore 08:54 - 2.290 visualizzazioni
E' già venerdì.
Riflessioni di un giornalista che si guarda intorno.
Di Luciano Ragno
Quella macchia!
Leggo una data, 30 ottobre, ma del 1945. E un nome: Biro.
E la mente va a una macchia, di quelle nere, stampata sul polso di una camicia. Un giorno scomparsa. E un altro giorno, molti anni dopo, tornata.
Il massimo dell'attenzione al calamaio a scuola e a casa . Ma l'inchiostro dal foglio bianco finisce spesso sulla camicia. E lì rimane. Diventa quasi un incubo. E resta un incubo anche quando nasce la stilografica. Simbolo che il mondo diventa moderno. E anche di eleganza. Ma la macchia è sempre pronta, riesce ugualmente a colpire . Di meno ma colpisce
E un giorno la macchia si vede perduta.
Arriva la Biro. E ora spiego quella data che fa nascere il mio ricordo.
Di oggi nel 1945 un signore entra in supermercato di New York e acquista il primo esemplare della Biro. L'avevano inventata anni prima i fratelli Làszlò e Gyorgy Birò , ungheresi.
La Biro segna la fine della macchia. Meglio ancora quando alla Biro si sostituisce la Bic nel 1954. Per tutti ma non per la burocrazia italiana che non accetta la firma con quel rivoluzionario oggetto. E così torna l'incubo dell'inchiostro. E quindi la macchia.
Un giorno burocrazia si arrende ( quanti documenti resi nulli perché sottoscritti con la Biro !) . Comunque dimentico la macchia o la macchia dimentica . Il risultato: polso della camicia pulito.
Ma un giorno- uno dei più belli della mia vita- entro , camicia bianca e cravatta, per la prima volta nella tipografia del “Messaggero”. Giornalista appena assunto, redattore, al bancone dell'impaginazione. Ricordo , erano le pagine dell'edizione calabrese.
Quel sogno, mi dico, caro Luciano, è realtà . Al “Messaggero”, proprio nella casa madre. In via del Tritone a Roma.
Tutti i caratteri in piombo sono al loro posto. C'è solo da leggerli. Una passata d' inchiostro del tipografo , un foglio grande ed ecco la pagina stampata. Si chiama ‘bozzone'.
L'emozione è forte. Inizio a leggere per scoprire eventuali errori prima di dare il ‘ si stampi' e unirla alle alte pagine che saranno “Il Messaggero “ di domani mattina.
Ringrazio il tipografo , saluto e vado via. Guardo il polso della camicia, c'è una macchia d'inchiostro: un paio di lettere, una consonante e una vocale. Ben evidenti.
Sorrido. E torno a quel mattino che a scuola , primo banco, mi accorsi di una macchina d'inchiostro sul polso della camicia spuntata dal grembiule. Già sognano di diventare giornalista.
Una macchia di giovinezza nella tipografia del “Messaggero”. Questa volta benvenuta. Addirittura non cancellata.
Riflessioni di un giornalista che si guarda intorno.
Di Luciano Ragno
Quella macchia!
Leggo una data, 30 ottobre, ma del 1945. E un nome: Biro.
E la mente va a una macchia, di quelle nere, stampata sul polso di una camicia. Un giorno scomparsa. E un altro giorno, molti anni dopo, tornata.
Il massimo dell'attenzione al calamaio a scuola e a casa . Ma l'inchiostro dal foglio bianco finisce spesso sulla camicia. E lì rimane. Diventa quasi un incubo. E resta un incubo anche quando nasce la stilografica. Simbolo che il mondo diventa moderno. E anche di eleganza. Ma la macchia è sempre pronta, riesce ugualmente a colpire . Di meno ma colpisce
E un giorno la macchia si vede perduta.
Arriva la Biro. E ora spiego quella data che fa nascere il mio ricordo.
Di oggi nel 1945 un signore entra in supermercato di New York e acquista il primo esemplare della Biro. L'avevano inventata anni prima i fratelli Làszlò e Gyorgy Birò , ungheresi.
La Biro segna la fine della macchia. Meglio ancora quando alla Biro si sostituisce la Bic nel 1954. Per tutti ma non per la burocrazia italiana che non accetta la firma con quel rivoluzionario oggetto. E così torna l'incubo dell'inchiostro. E quindi la macchia.
Un giorno burocrazia si arrende ( quanti documenti resi nulli perché sottoscritti con la Biro !) . Comunque dimentico la macchia o la macchia dimentica . Il risultato: polso della camicia pulito.
Ma un giorno- uno dei più belli della mia vita- entro , camicia bianca e cravatta, per la prima volta nella tipografia del “Messaggero”. Giornalista appena assunto, redattore, al bancone dell'impaginazione. Ricordo , erano le pagine dell'edizione calabrese.
Quel sogno, mi dico, caro Luciano, è realtà . Al “Messaggero”, proprio nella casa madre. In via del Tritone a Roma.
Tutti i caratteri in piombo sono al loro posto. C'è solo da leggerli. Una passata d' inchiostro del tipografo , un foglio grande ed ecco la pagina stampata. Si chiama ‘bozzone'.
L'emozione è forte. Inizio a leggere per scoprire eventuali errori prima di dare il ‘ si stampi' e unirla alle alte pagine che saranno “Il Messaggero “ di domani mattina.
Ringrazio il tipografo , saluto e vado via. Guardo il polso della camicia, c'è una macchia d'inchiostro: un paio di lettere, una consonante e una vocale. Ben evidenti.
Sorrido. E torno a quel mattino che a scuola , primo banco, mi accorsi di una macchina d'inchiostro sul polso della camicia spuntata dal grembiule. Già sognano di diventare giornalista.
Una macchia di giovinezza nella tipografia del “Messaggero”. Questa volta benvenuta. Addirittura non cancellata.
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