Chiacchiera
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oggi alle ore 08:41 - 2.218 visualizzazioni
E' già sabato.
Riflessioni di un giornalista che si guarda intorno.
Di Luciano Ragno

La pena del dolore muto.

E' il dolore più acuto. Lo disse anche Sofocle un paio di millenni fa: “Il dolore più acuto è quello di riconoscere noi stessi come l'unica causa di tutti i mali”.
E' il dolore che sta provando la mamma di Arkea: fu disattenta quando la figlia nel 2024 cadde nella piscina di un hotel a Imola. E la piccola affogò, aveva 5 anni.
Per questo è sotto processo: omicidio colposo. Il PM ha chiesto 4 mesi di reclusione .
Ma il grande dolore che da quel giro sta provando non è già una condanna sufficiente?
E' la domanda che si è posta la giudice del Tribunale di Bologna Nicolina Polifroni. Ha sospeso il procedimento invitando la Corte Costituzionale a pronunciarsi sulla “pena naturale”.
Quando il fatto è molto tenue , dice il Codice Penale, l'imputato non deve essere condannato. La norma è valida sempre, ad eccezione di quando dal reato colposo è derivata la morte di una persona. In questo caso la piccola Arkea.
La giudice chiede alla Corte: l'immenso dolore che sta provando la mamma della bambina non è già una pena sufficiente tale da rendere ingiusta una condanna di reclusione?
Un quesito che deve far riflettere una Società che sottovaluta il dolore degli altri. Specie quello muto.
Tutta protesa verso l'egoistica conquista del benessere.
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