Perla di Saggezza
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ieri alle ore 17:44 - 4.594 visualizzazioni
Nel 2011 centinaia di pensionati giapponesi chiesero di entrare nella centrale nucleare di Fukushima. Il motivo era un conto semplice: a loro restavano meno anni per ammalarsi.

L'11 marzo 2011, alle 14 e 46, un terremoto di magnitudo nove scuote il nord-est del Giappone. Meno di un'ora dopo, l'onda dello tsunami travolge la costa. E si abbatte anche sulla centrale nucleare di Fukushima Daiichi.

L'acqua spegne i sistemi di raffreddamento. Nei giorni successivi, nei reattori, succede quello che tutto il mondo guarda in diretta, con il fiato sospeso. Esplosioni. Fumo. Radiazioni.

Dentro la centrale restano a lavorare operai, tecnici, vigili del fuoco. Molti sono giovani. Alcuni hanno vent'anni, trent'anni. Hanno figli piccoli, o li avranno. Ogni ora passata là dentro è una dose di radiazioni che il loro corpo si porterà dietro per il resto della vita.

Lontano da lì, davanti al televisore, un uomo di 72 anni guarda le notizie e fa un ragionamento.

Si chiama Yamada Yasuteru. È un ingegnere in pensione. Per tutta la vita ha lavorato negli impianti industriali, conosce i tubi, le valvole, le macchine. E fa un conto che nessuno, in quei giorni, stava facendo ad alta voce.

Il ragionamento è più o meno questo. Le radiazioni non uccidono subito. Un tumore causato da un'esposizione può impiegare 20, 30 anni a comparire. Un ragazzo di 25 anni che lavora oggi nella centrale ha davanti tutta una vita perché quella malattia arrivi. Un uomo di oltre 70 anni, quei 20 o 30 anni, probabilmente non li ha.

Quindi, dice Yamada, è giusto che ci andiamo noi.

Non lo dice con amarezza. Lo dice come un ingegnere: è un dato, e i dati vanno usati.

Comincia a scrivere lettere. A telefonare. A mandare email agli amici, agli ex colleghi, a chiunque abbia superato i 60 anni e sappia fare qualcosa con le mani. Chiede una cosa sola: siete disposti a entrare voi, al posto dei giovani?

Le risposte arrivano. A decine, poi a centinaia. Ingegneri in pensione, operai specializzati, tecnici, saldatori. Persone che il mondo del lavoro aveva già messo da parte, e che adesso si fanno avanti. Nasce un gruppo, con un nome lungo e semplice: il Corpo d'azione dei veterani per la centrale di Fukushima. In giapponese, Fukushima Genpatsu Kōdōtai (福島原発行動隊).

I giornali di tutto il mondo raccontano la loro storia. Davanti alle telecamere, questi signori con i capelli bianchi non sembrano eroi. Sembrano nonni. Parlano con calma, sorridono, spiegano il loro conto come si spiega una ricetta.

Yamada ripete, nelle interviste, che non si tratta di coraggio: si tratta di essere logici. E aggiunge che la sua generazione ha costruito quelle centrali, ha goduto dell'energia che producevano, e adesso tocca a lei metterci le mani.

Alla fine non riuscirono a lavorare nella centrale. Lo Stato e l'azienda elettrica furono prudenti, e la burocrazia fece la sua parte. Ma il punto non è quanti ci siano entrati. Il punto è quello che hanno detto al loro paese, e che arriva fino a noi.

Hanno ribaltato un'idea che diamo tutti per scontata.

Da noi, in Occidente, l'età è quasi sempre raccontata come una sottrazione. Hai meno forza. Meno tempo. Meno valore sul mercato del lavoro. Meno occasioni. A una certa età la gente comincia a parlarti più piano, a non chiederti più niente, a toglierti le cose dalle mani "per non farti stancare". E chi invecchia, a volte, finisce per crederci: che ormai il suo contributo sia finito, che sia solo un peso da gestire.

Yamada e i suoi amici hanno guardato la stessa identica cosa, gli anni che restano, e ci hanno visto un'altra cosa. Non un difetto. Una risorsa. Proprio perché ho meno tempo davanti, posso fare quello che un giovane non dovrebbe fare. Proprio perché la mia vita è già stata vissuta in gran parte, posso proteggere quella di qualcun altro.
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