Vaccata
oggi alle ore 11:11 - 2.199 visualizzazioni
C'è un piccolo oggetto nero, grande quanto un pacchetto di sigarette, che è salito sul podio dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Lo teneva nella mano sinistra Benjamin Netanyahu.
Un cercapersone, uguale a quelli che nel settembre 2024 esplosero tutti insieme nelle tasche, nelle cucine, nei mercati del Libano. «Ve li ricordate?» ha chiesto alla sala. E poi, con il tono di chi racconta una bravata tra amici: «Hezbollah se li ricorda eccome».
Io me li ricordo. Ricordo la bambina di nove anni che aveva preso in mano il cercapersone del padre. Ricordo i feriti a migliaia, gli occhi e le mani perdute, i pronto soccorso di Beirut diventati corridoi di sangue. Ricordo che un ordigno che esplode dove capita, in mezzo alla gente, ha un nome preciso nel diritto internazionale. E quell'uomo l'ha esibito come un trofeo di caccia, davanti al consesso che dovrebbe custodire la pace.
Quale altro leader al mondo potrebbe farlo senza che nessuno lo fermi?
Nello stesso discorso ha chiamato il genocidio di Gaza «la più grande bugia del secolo». Come se il mondo non avesse visto. Come se non ci fossero stati due anni di dirette, di corpi estratti dalle macerie, di ospedali rasi al suolo, di bambini morti di fame, di giornalisti uccisi mentre raccontavano. Come se il Libano e la Cisgiordania non fossero oggi la prosecuzione dello stesso copione, con i coloni che lui liquida come «un pugno di giovani teppisti».
La sala era mezza vuota. Decine di delegazioni si sono alzate e se ne sono andate. Lui le ha chiamate «codardi morali». Un rovesciamento perfetto, quasi letterario: codardo, per lui, è chi si rifiuta di ascoltare, non chi manda a morire.
Poi c'è l'altra metà della storia, quella che riguarda noi. Su Netanyahu pende un mandato di arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Eppure il suo aereo attraversa i cieli di mezza Europa senza che un solo governo trovi il coraggio di applicare lo Statuto di Roma che ha firmato. Un esercito armato e sostenuto dagli Stati Uniti e da altri paesi, Italia compresa, ha fatto quello che ha fatto, e la nostra risposta è il silenzio. O peggio, la stretta di mano.
Il posto di chi è accusato di questi crimini non è un podio. È un'aula di tribunale all'Aia, insieme ai ministri che hanno condiviso ogni scelta. Lo dico da cittadino del mondo: l'impunità non è mai neutrale. È una lezione che impariamo tutti, e la impariamo male.
Lo teneva nella mano sinistra Benjamin Netanyahu.
Un cercapersone, uguale a quelli che nel settembre 2024 esplosero tutti insieme nelle tasche, nelle cucine, nei mercati del Libano. «Ve li ricordate?» ha chiesto alla sala. E poi, con il tono di chi racconta una bravata tra amici: «Hezbollah se li ricorda eccome».
Io me li ricordo. Ricordo la bambina di nove anni che aveva preso in mano il cercapersone del padre. Ricordo i feriti a migliaia, gli occhi e le mani perdute, i pronto soccorso di Beirut diventati corridoi di sangue. Ricordo che un ordigno che esplode dove capita, in mezzo alla gente, ha un nome preciso nel diritto internazionale. E quell'uomo l'ha esibito come un trofeo di caccia, davanti al consesso che dovrebbe custodire la pace.
Quale altro leader al mondo potrebbe farlo senza che nessuno lo fermi?
Nello stesso discorso ha chiamato il genocidio di Gaza «la più grande bugia del secolo». Come se il mondo non avesse visto. Come se non ci fossero stati due anni di dirette, di corpi estratti dalle macerie, di ospedali rasi al suolo, di bambini morti di fame, di giornalisti uccisi mentre raccontavano. Come se il Libano e la Cisgiordania non fossero oggi la prosecuzione dello stesso copione, con i coloni che lui liquida come «un pugno di giovani teppisti».
La sala era mezza vuota. Decine di delegazioni si sono alzate e se ne sono andate. Lui le ha chiamate «codardi morali». Un rovesciamento perfetto, quasi letterario: codardo, per lui, è chi si rifiuta di ascoltare, non chi manda a morire.
Poi c'è l'altra metà della storia, quella che riguarda noi. Su Netanyahu pende un mandato di arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Eppure il suo aereo attraversa i cieli di mezza Europa senza che un solo governo trovi il coraggio di applicare lo Statuto di Roma che ha firmato. Un esercito armato e sostenuto dagli Stati Uniti e da altri paesi, Italia compresa, ha fatto quello che ha fatto, e la nostra risposta è il silenzio. O peggio, la stretta di mano.
Il posto di chi è accusato di questi crimini non è un podio. È un'aula di tribunale all'Aia, insieme ai ministri che hanno condiviso ogni scelta. Lo dico da cittadino del mondo: l'impunità non è mai neutrale. È una lezione che impariamo tutti, e la impariamo male.
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