Vaccata
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carlettonelivello 14
15 Settembre - 3.605 visualizzazioni
Per oltre vent'anni nessuno aveva più fatto affidamento su quei propulsori. Poi, dalla Terra, arrivò un comando.
E Voyager 1 rispose.
La sonda, lanciata nel 1977, si trovava a oltre 15 miliardi di miglia dalla Terra, circa 25 miliardi di chilometri, quando gli ingegneri si trovarono davanti a un problema sempre più serio.
I propulsori utilizzati per controllarne l'orientamento stavano infatti mostrando segnali preoccupanti: alcuni tubi del carburante si stavano lentamente ostruendo, riducendo progressivamente la loro efficienza.
E per Voyager 1 mantenere il corretto orientamento è fondamentale: la sua grande antenna deve continuare a essere puntata verso la Terra.
Perdere quell'allineamento potrebbe significare perdere anche il contatto con la sonda.
Gli ingegneri decisero allora di tornare a studiare un sistema di propulsori che non veniva utilizzato dal 2004.
L'ipotesi era sorprendente: forse quei propulsori non erano realmente guasti.
Il problema poteva trovarsi altrove, nel circuito elettrico che alimentava i loro riscaldatori.
A miliardi di chilometri di distanza non esiste la possibilità di aprire un pannello, sostituire un componente o controllare direttamente cosa stia succedendo.
Si può soltanto ragionare, inviare istruzioni e aspettare.
Il comando partì dalla Terra.
Poi cominciò l'attesa.
A quella distanza, un segnale impiega più di 23 ore per raggiungere Voyager 1. Per ricevere una risposta dopo l'invio di un comando possono quindi servire quasi due giorni.
Quando finalmente arrivarono i dati, gli ingegneri videro ciò che speravano.
La temperatura dei riscaldatori stava aumentando.
Il sistema aveva reagito.
I propulsori che non venivano utilizzati da oltre vent'anni erano tornati a funzionare.
Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti della storia di Voyager 1.
È una macchina progettata negli anni Settanta, costruita con una tecnologia appartenente a un'altra epoca e ancora mantenuta operativa a una distanza quasi impossibile da immaginare.
Oggi a prendersene cura ci sono anche persone che non erano ancora nate quando, nel 1977, lasciò la Terra.
Quasi mezzo secolo dopo, Voyager continua così il suo viaggio: non soltanto grazie all'ingegneria con cui venne costruita, ma anche grazie alla capacità di nuove generazioni di comprendere e mantenere in vita una macchina nata molto prima di loro.
A volte, nello spazio profondo, il futuro dipende anche dalla capacità di ricordare come funzionava il passato.
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