Chiacchiera
oggi alle ore 11:33 - 2.716 visualizzazioni
Ci siete mai entrati in un reparto di oncologia o dí oncoematologia pediatrica?
Uno di quelli dove i bambini hanno sempre una cuffietta sulla testa perché senza capelli fa freddo. Uno di quelli dove i bambini hanno i pestoni sotto gli occhi, la pelle di un colore che ondeggia tra il grigio e il verde, e le ossa che spuntano da sotto il pigiamino. Uno di quelli che sono pieni di colori e disegni per cercare di alleggerire il peso insostenibile di una malattia che, quando ti arriva addosso, non ha pietà nemmeno se non arrivi al metro di altezza e ti trafigge di dolore come un Cristo in croce. Uno di quelli dove lo sguardo di certi adulti è così doloroso, così sfinito e così coraggioso da fare abbassare gli occhi a chiunque altro. Uno di quelli dove la morte gioca a nascondino tra flebo e bombole di ossigeno, chemioterapia e braccine illividite dagli aghi.
Ecco, io ci sono entrata, due volte, e mi basteranno per il resto della vita. E saranno uno dei ricordi più dolorosi e traumatici che mi trascinerò dietro. Perché dentro quei reparti va in scena l'ingiustizia più profonda: quella della sopravvivenza di un bambino malato, del suo corpo esangue e del dolore trattenuto nei sorrisi dei suoi genitori.
E quindi, se per caso vi è venuto da pensare che non dare la mano a una bambina non sia la fine del mondo, fate un salto nel reparto da cui è uscita. Perché tutti i bambini che accompagnano i tennisti in campo nei tornei più importanti, almeno quelli che si giocano in Italia, vengono da uno di quei reparti lì, sono vivi per miracolo e, anche solo per il dolore che hanno vissuto, si meritano tutta la gentilezza, la cura e l'attenzione del mondo.
Uno di quelli dove i bambini hanno sempre una cuffietta sulla testa perché senza capelli fa freddo. Uno di quelli dove i bambini hanno i pestoni sotto gli occhi, la pelle di un colore che ondeggia tra il grigio e il verde, e le ossa che spuntano da sotto il pigiamino. Uno di quelli che sono pieni di colori e disegni per cercare di alleggerire il peso insostenibile di una malattia che, quando ti arriva addosso, non ha pietà nemmeno se non arrivi al metro di altezza e ti trafigge di dolore come un Cristo in croce. Uno di quelli dove lo sguardo di certi adulti è così doloroso, così sfinito e così coraggioso da fare abbassare gli occhi a chiunque altro. Uno di quelli dove la morte gioca a nascondino tra flebo e bombole di ossigeno, chemioterapia e braccine illividite dagli aghi.
Ecco, io ci sono entrata, due volte, e mi basteranno per il resto della vita. E saranno uno dei ricordi più dolorosi e traumatici che mi trascinerò dietro. Perché dentro quei reparti va in scena l'ingiustizia più profonda: quella della sopravvivenza di un bambino malato, del suo corpo esangue e del dolore trattenuto nei sorrisi dei suoi genitori.
E quindi, se per caso vi è venuto da pensare che non dare la mano a una bambina non sia la fine del mondo, fate un salto nel reparto da cui è uscita. Perché tutti i bambini che accompagnano i tennisti in campo nei tornei più importanti, almeno quelli che si giocano in Italia, vengono da uno di quei reparti lì, sono vivi per miracolo e, anche solo per il dolore che hanno vissuto, si meritano tutta la gentilezza, la cura e l'attenzione del mondo.
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Questi bambini non solo dovrebbero accompagnare i giocatori sul campo ma, se le condizioni lo permettono, fare qualcosa in più vicino ai loro idoli. Quello che colpisce è la gioia di questa bambina che se ne sbatte dell'etichetta e dei convenevoli, danza vicino al suo idolo e già questo le basta per stare meglio