Chiacchiera
12 Agosto - 3.864 visualizzazioni
L'opinione delle libertà di mentire.
Vedo in giro un sacco di gente che, pur trovando difficoltosa la lettura di Fabio Volo, si mette a discettare sui racconti dell'Odissea. Il livello è bassino e c'è aria di secca.
Per lo più, il vezzo culturale di prendere in prestito le opinioni altrui sta mietendo vittime di ogni forma. Leggo ad esempio della polemica sulla presenza di Salvini alla celebrazione di De Andrè; la cosa non mi vede affatto d'accordo, non solo Salvini è liberissimo di ascoltare i concerti di chi gli pare, ma è liberissimo, come tutti d'altronde, di apprezzarlo. Questo perché l'arte è di tutti, qualunque sia la sua espressione. Anche perché, se per questioni ideologiche vogliamo dire che Salvini non c'entra nulla con ciò che esprimevano le canzoni di De Andrè, non vedo perché qualunque altro esponente invece, avrebbe il diritto di ascoltarle o di appropriarsene; quando un artista esprime un concetto anarchico come “non esistono poteri buoni”, credo che nessun esponente di nessun potere possa appropriarsi di quella creazione culturale. È liberissimo però di ascoltarla come un'aspirazione ideale non realizzata ed è liberissimo di apprezzarla.
Ma guardiamoci attorno, davvero vogliamo arrogarci il diritto di elargire patentini culturali a chicchessia? Guardiamo cosa leggiamo, sentiamo cosa ascoltiamo, proviamolo a guardare da fuori.
L'opinione delle libertà è il motto (molto appropriato) dei giornali di Angelucci. Uno che ha fatto la sua fortuna coi farmaci ma poi ha anche comprato tre giornali (Libero, il Giornale e il Tempo). Ha trovato pure il tempo di fare il deputato della Lega, ma in parlamento non s'è mai visto, dicono; prende solo lo stipendio che l'Italia, quella fessa, elargisce a simili avventurieri.
Il fatto che per certa gente la libertà sia un'opinione, al punto che ci si riempie la bocca proprio mentre agisce per impedire, limitare, azzerare le libertà altrui, fa venire in mente il marchese del grillo quando dice “Io so' io e voi nun sete ‘n cazzo”.
Le campagne condotte da quei giornali, sicuramente solleticanti per chi cerca le polemiche da bar, ma orrende dl punto di vista informativo, sono diventate una roba che una rivista come “armi e coltelli” al confronto è più interessante dal punto di vista dell'analisi politica.
Purtroppo poi le vediamo in giro le acute analisi di chi sfoglia quella pornografia e si auto-convince di aver capito qualcosa di ciò che succede.
Sullo stato pietoso del giornalismo italiano, ridotto a pura tifoseria, quando non a mercenariato informativo, dovrebbero interrogarsi innanzitutto i giornalisti e chiedersi se, per un loro tornaconto di sopravvivenza nell'immediato, valga la pena di far naufragare definitivamente la condizione del giornalismo in questa trista nazione. Livelli di tifoseria sempre più preoccupanti li vedo anche nel Fatto Quotidiano, sicuramente più intelligente come prospettiva, ma ugualmente portato all'esagerazione e al tentativo di direzionare l'opinione anziché illuminarla. Il Fatto Quotidiano è uno dei pochi giornali in crescita (la gente s'informa sui social, il che è tutto dire) e questo dimostra che l'aggressività, l'esagerazione, l'apparentamento partitico sono rimasti gli unici ingredienti che fanno vendere copie. I giornali del capitalismo sono quel che sono e cercano di arrabattarsi con la crisi, ma in un modo o nell'altro trovano i soldi per pagare qualche praticante di opinioni che per lo meno non scrive grosse puttanate. In definitiva però, il fatto che la gente non trovi preoccupanti anche solo i titoli che legge, mi fa disperare della possibilità di una cultura libera in questo paese.
Ma come al solito dobbiamo ammettere che è colpa nostra. Quando il pubblico premia il peggio, chi fa il peggio può essere forse un profittatore, ma la colpa è sempre del pubblico. Non capire che dobbiamo migliorare, che dobbiamo cercare un'autonomia di pensiero senza prendere in prestito opinioni già editate, che dobbiamo abbandonare lo sfoglio di Instagram e altre puttanate inutili e cominciare a studiare, a leggere; è colpevole da parte nostra. Se abbiamo il tempo per guardare gli schermi quotidianamente, per rifilarci le sopracciglia, farci dei tatuaggi, scolpire il nostro corpo neanche dovessimo posare per una statua, passare ora a dire puttanate davanti a pessimi alcolici; allora abbiamo anche il tempo per leggere qualche libro; certo, costa un po' di fatica, non è consolante come guardare cose buffe in tv o sui social, ma un po' di fatica vale la pena, per la libertà, quella vera. Ogni opinione che esprimiamo sui social, come questa che state leggendo, fa di noi tutti una merce; ogni reazione, ogni segnale di presenza, fa di noi un bersaglio per il peggiore degli oppiacei: il mercato, che è la nuova religione. Possiamo rifiutarlo, certo, starne fuori e guardare il mondo da un oblò. Ma possiamo anche interagire in maniera consapevole con una materia che ci appare sfuggente. Sta a noi decidere di usufruire di questa religione per capire qualcosa in più o per esserne i burattini inginocchiati ed oranti.
Vedo in giro un sacco di gente che, pur trovando difficoltosa la lettura di Fabio Volo, si mette a discettare sui racconti dell'Odissea. Il livello è bassino e c'è aria di secca.
Per lo più, il vezzo culturale di prendere in prestito le opinioni altrui sta mietendo vittime di ogni forma. Leggo ad esempio della polemica sulla presenza di Salvini alla celebrazione di De Andrè; la cosa non mi vede affatto d'accordo, non solo Salvini è liberissimo di ascoltare i concerti di chi gli pare, ma è liberissimo, come tutti d'altronde, di apprezzarlo. Questo perché l'arte è di tutti, qualunque sia la sua espressione. Anche perché, se per questioni ideologiche vogliamo dire che Salvini non c'entra nulla con ciò che esprimevano le canzoni di De Andrè, non vedo perché qualunque altro esponente invece, avrebbe il diritto di ascoltarle o di appropriarsene; quando un artista esprime un concetto anarchico come “non esistono poteri buoni”, credo che nessun esponente di nessun potere possa appropriarsi di quella creazione culturale. È liberissimo però di ascoltarla come un'aspirazione ideale non realizzata ed è liberissimo di apprezzarla.
Ma guardiamoci attorno, davvero vogliamo arrogarci il diritto di elargire patentini culturali a chicchessia? Guardiamo cosa leggiamo, sentiamo cosa ascoltiamo, proviamolo a guardare da fuori.
L'opinione delle libertà è il motto (molto appropriato) dei giornali di Angelucci. Uno che ha fatto la sua fortuna coi farmaci ma poi ha anche comprato tre giornali (Libero, il Giornale e il Tempo). Ha trovato pure il tempo di fare il deputato della Lega, ma in parlamento non s'è mai visto, dicono; prende solo lo stipendio che l'Italia, quella fessa, elargisce a simili avventurieri.
Il fatto che per certa gente la libertà sia un'opinione, al punto che ci si riempie la bocca proprio mentre agisce per impedire, limitare, azzerare le libertà altrui, fa venire in mente il marchese del grillo quando dice “Io so' io e voi nun sete ‘n cazzo”.
Le campagne condotte da quei giornali, sicuramente solleticanti per chi cerca le polemiche da bar, ma orrende dl punto di vista informativo, sono diventate una roba che una rivista come “armi e coltelli” al confronto è più interessante dal punto di vista dell'analisi politica.
Purtroppo poi le vediamo in giro le acute analisi di chi sfoglia quella pornografia e si auto-convince di aver capito qualcosa di ciò che succede.
Sullo stato pietoso del giornalismo italiano, ridotto a pura tifoseria, quando non a mercenariato informativo, dovrebbero interrogarsi innanzitutto i giornalisti e chiedersi se, per un loro tornaconto di sopravvivenza nell'immediato, valga la pena di far naufragare definitivamente la condizione del giornalismo in questa trista nazione. Livelli di tifoseria sempre più preoccupanti li vedo anche nel Fatto Quotidiano, sicuramente più intelligente come prospettiva, ma ugualmente portato all'esagerazione e al tentativo di direzionare l'opinione anziché illuminarla. Il Fatto Quotidiano è uno dei pochi giornali in crescita (la gente s'informa sui social, il che è tutto dire) e questo dimostra che l'aggressività, l'esagerazione, l'apparentamento partitico sono rimasti gli unici ingredienti che fanno vendere copie. I giornali del capitalismo sono quel che sono e cercano di arrabattarsi con la crisi, ma in un modo o nell'altro trovano i soldi per pagare qualche praticante di opinioni che per lo meno non scrive grosse puttanate. In definitiva però, il fatto che la gente non trovi preoccupanti anche solo i titoli che legge, mi fa disperare della possibilità di una cultura libera in questo paese.
Ma come al solito dobbiamo ammettere che è colpa nostra. Quando il pubblico premia il peggio, chi fa il peggio può essere forse un profittatore, ma la colpa è sempre del pubblico. Non capire che dobbiamo migliorare, che dobbiamo cercare un'autonomia di pensiero senza prendere in prestito opinioni già editate, che dobbiamo abbandonare lo sfoglio di Instagram e altre puttanate inutili e cominciare a studiare, a leggere; è colpevole da parte nostra. Se abbiamo il tempo per guardare gli schermi quotidianamente, per rifilarci le sopracciglia, farci dei tatuaggi, scolpire il nostro corpo neanche dovessimo posare per una statua, passare ora a dire puttanate davanti a pessimi alcolici; allora abbiamo anche il tempo per leggere qualche libro; certo, costa un po' di fatica, non è consolante come guardare cose buffe in tv o sui social, ma un po' di fatica vale la pena, per la libertà, quella vera. Ogni opinione che esprimiamo sui social, come questa che state leggendo, fa di noi tutti una merce; ogni reazione, ogni segnale di presenza, fa di noi un bersaglio per il peggiore degli oppiacei: il mercato, che è la nuova religione. Possiamo rifiutarlo, certo, starne fuori e guardare il mondo da un oblò. Ma possiamo anche interagire in maniera consapevole con una materia che ci appare sfuggente. Sta a noi decidere di usufruire di questa religione per capire qualcosa in più o per esserne i burattini inginocchiati ed oranti.
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