Chiacchiera
6 Ottobre - 2.992 visualizzazioni
Molti anni dopo, quando i bambini chiedevano a Eric Tritol cosa fosse successo davvero, lui non raccontava loro la storia di una rivoluzione.
Non parlava di eroi.
Non parlava di governi.
Non parlava nemmeno del sistema.
Diceva soltanto:
«Un giorno ci siamo accorti che stavamo combattendo contro persone che avevano la nostra stessa paura.»
I bambini lo guardavano senza capire.
Allora Eric prendeva un bicchiere.
Lo riempiva d'acqua.
E diceva:
«Immaginate di cadere qui dentro.»
Indicava il bicchiere.
«Se io vi dico che l'altra persona è il motivo per cui non potete uscire, cosa farete?»
«La spingeremo via.»
Eric annuiva.
«Esatto.»
Poi aggiungeva:
«Ma se invece vi accorgete che siete entrambi dentro lo stesso bicchiere?»
I bambini tacevano.
«Allora smettete di combattere.»
«E cosa fate?»
Eric sorrideva.
«Cercate insieme il bordo.»
Fuori dalla finestra non c'era più una città sospesa nel cielo.
C'erano strade.
Alberi.
Case.
Persone che camminavano senza percorsi prestabiliti.
Non era un mondo perfetto.
Non lo sarebbe mai stato.
C'erano ancora differenze.
Conflitti.
Paure.
Disaccordi.
Ma nessuno pretendeva più che l'assenza di un nemico significasse l'assenza di problemi.
Perché quella era stata la più grande delle illusioni.
La libertà non aveva cancellato il pozzo.
Aveva insegnato alle persone a riconoscerlo.
E ogni volta che qualcuno provava a costruirne un altro, bastava una domanda.
Una domanda semplice.
Una domanda che Eric aveva imparato molti anni prima, durante una notte senza sonno:
«Chi ci sta convincendo che dobbiamo combatterci?»
Perché a volte il carceriere non ha bisogno di una serratura.
Gli basta convincere i prigionieri che la persona nella cella accanto è il loro vero nemico.
E quando finalmente smettono di combattere...
cominciano a cercare l'uscita.
Non parlava di eroi.
Non parlava di governi.
Non parlava nemmeno del sistema.
Diceva soltanto:
«Un giorno ci siamo accorti che stavamo combattendo contro persone che avevano la nostra stessa paura.»
I bambini lo guardavano senza capire.
Allora Eric prendeva un bicchiere.
Lo riempiva d'acqua.
E diceva:
«Immaginate di cadere qui dentro.»
Indicava il bicchiere.
«Se io vi dico che l'altra persona è il motivo per cui non potete uscire, cosa farete?»
«La spingeremo via.»
Eric annuiva.
«Esatto.»
Poi aggiungeva:
«Ma se invece vi accorgete che siete entrambi dentro lo stesso bicchiere?»
I bambini tacevano.
«Allora smettete di combattere.»
«E cosa fate?»
Eric sorrideva.
«Cercate insieme il bordo.»
Fuori dalla finestra non c'era più una città sospesa nel cielo.
C'erano strade.
Alberi.
Case.
Persone che camminavano senza percorsi prestabiliti.
Non era un mondo perfetto.
Non lo sarebbe mai stato.
C'erano ancora differenze.
Conflitti.
Paure.
Disaccordi.
Ma nessuno pretendeva più che l'assenza di un nemico significasse l'assenza di problemi.
Perché quella era stata la più grande delle illusioni.
La libertà non aveva cancellato il pozzo.
Aveva insegnato alle persone a riconoscerlo.
E ogni volta che qualcuno provava a costruirne un altro, bastava una domanda.
Una domanda semplice.
Una domanda che Eric aveva imparato molti anni prima, durante una notte senza sonno:
«Chi ci sta convincendo che dobbiamo combatterci?»
Perché a volte il carceriere non ha bisogno di una serratura.
Gli basta convincere i prigionieri che la persona nella cella accanto è il loro vero nemico.
E quando finalmente smettono di combattere...
cominciano a cercare l'uscita.
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