Chiacchiera
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5 Ottobre - 3.778 visualizzazioni
Stanotte Lula è arrivato secondo al primo turno, due punti dietro il figlio di Bolsonaro. Stamattina Pedro Sánchez ha sciolto le Camere e chiamato la Spagna alle urne.

Due notizie a poche ore di distanza. E a chi in questi anni ha continuato a credere che si potesse governare dalla parte degli ultimi, senza abbassare lo sguardo davanti ai potenti del mondo, è mancato il fiato.

Perché per anni, ogni volta che ci siamo sentiti soli, ci siamo voltati verso di loro.

Quando Trump umiliava gli alleati e l'Europa chinava la testa. Quando a Gaza morivano i bambini e i governi occidentali cercavano le parole più morbide del vocabolario. Quando la destra vinceva ovunque e sembrava inutile perfino provarci.

Loro due erano lì. In piedi.

Lula ha quasi 81 anni. In fabbrica ha lasciato un dito sotto una pressa. In cella ha passato 580 giorni, per condanne che la Corte suprema avrebbe poi annullato. Ne è uscito a 74 anni. Poteva fermarsi lì, e nessuno lo avrebbe biasimato. Si è ricandidato, ha battuto Bolsonaro padre ed è sopravvissuto a un piano per eliminarlo.

E da presidente ha restituito al suo popolo, una per una, le cose che erano mancate a lui e alla sua famiglia.

Da bambino, nel Nordeste, aveva conosciuto la fame. Il suo governo ha tolto il Brasile dalla Mappa della fame.

Sua madre è morta senza aver mai avuto una casa sua. Lui ha rilanciato Minha Casa Minha Vida e ha ricominciato a consegnare case popolari a milioni di brasiliani.

La scuola l'aveva dovuta lasciare da ragazzino per andare a lavorare. Oggi il suo governo paga gli studenti poveri perché restino in classe fino al diploma: quasi quattro milioni di ragazzi, 200 reais al mese a chi frequenta e mille per ogni anno superato.

E quando Trump ha provato a ricattare il Brasile con i dazi per salvare Bolsonaro dal processo, Lula ha lasciato lavorare i giudici. Quando ha visto un genocidio a Gaza, lo ha chiamato con il suo nome: Israele lo ha dichiarato persona non grata e ha preteso le scuse. Lui non solo non si è scusato, ma ha ritirato per sempre l'ambasciatore da Tel-Aviv e sospeso l'export militare verso Israele.

Sánchez, in un'Europa in ginocchio davanti a Trump, è rimasto in piedi. Ha riconosciuto la Palestina, ha fermato le armi dirette a Israele. Quando sono cominciati i bombardamenti sull'Iran ha chiuso agli americani le basi di Rota e Morón, e a Trump che minacciava di tagliare ogni commercio con la Spagna ha risposto con tre parole: no alla guerra.

E mentre teneva testa alla Casa Bianca, cambiava la vita degli spagnoli.

Prima della sua riforma del lavoro, un lavoratore spagnolo su quattro era precario. Oggi in Spagna il contratto a tempo indeterminato è la regola e il contratto a termine va giustificato.

Ha alzato il salario minimo di oltre il 60%.

Ha riempito il Paese di pale eoliche e pannelli solari e nei primi mesi di quest'anno l'elettricità all'ingrosso in Spagna costava un terzo che da noi.

Adesso si gioca tutto sulla casa. Su Maricarmen, 87 anni, portata fuori in barella dall'appartamento del Retiro in cui viveva da 71 anni. Sui decreti per fermare sfratti come il suo, che venerdì PP, Vox e Junts hanno bocciato. Sulle centinaia di migliaia di persone che sabato hanno riempito le strade di Madrid.

Il 25 ottobre e il 29 novembre potremmo perderli tutti e due. E non trovare più nessuno verso cui voltarci.
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