DiddleParaDiddle: MissJanina “T’aggià imparà e t’aggia perdere”, la magnanimità del proverbio Questo proverbio napoletano vanta una grande magnanimità d’animo, proprio la medesima del maestro che pronuncia l’espressione popolare t’aggià imparà e t’aggia perdere. Una frase che serba una speranza, probabilmente una scommessa con se stessi. I grandi maestri la pronunciano (o la sussurrano interiormente) durante i primi approcci con l’allievo, giustamente ancora acerbo e inesperto. Lo fanno perché ne intuiscono tempestivamente il potenziale, intravedono già il professionista che potrebbe divenire in futuro se ben seguito ed istruito. I grandi maestri, i veri maestri, non sono prime donne vanitose: non desiderano detenere il primato di bravura su un argomento, non vogliono essere compiaciuti dalla mediocrità, non si sentono minacciati o ombrati dal talento, non vogliono essere seguiti fedelmente per tutta la vita, non pretendono un’egocentrica riconoscenza ed uno sperpero di lodi. Vogliono solo vedere germogliare i loro frutti, si auspicano che i loro allievi facciano realizzino qualcosa di ancora più grande e notevole di ciò che hanno realizzato loro. Sono ambiziosi, vogliono vedere di più e, in cuore loro, sanno che per vedere quel di più sognato concretizzarsi in realtà, debbono separarsi dai loro studenti e lasciarli liberi di spiccare il volo e di calpestare e sperimentare territori inediti. Sanno che gli allievi, per evolversi e contraddistinguersi dalla massa, debbono staccarsi e andare via. Fa parte del processo di crescita e di formazione.
Un allievo capace di camminare con le proprie gambe Nella cultura napoletana, la separazione tra maestro e allievo non è vista come una perdita, ma come una naturale evoluzione del rapporto. Tra le righe di questo proverbio si evince un riconoscimento del fatto che l’allievo, grazie all’orientamento e alla guida del maestro, è ora pronto a intraprendere il proprio percorso, a confrontarsi con nuove sfide e a contribuire al continuo arricchimento del tessuto culturale e sociale di Napoli e del mondo.
Quando un allievo è pronto a spiccare il volo, non sta semplicemente mettendo in pratica le competenze acquisite; sta iniziando un viaggio di auto-scoperta, di crescita personale e di indipendenza. Per il maestro napoletano, permettere all’allievo di intraprendere questo viaggio è una delle decisioni più difficili, ma anche più nobili, che possa prendere. In questo viaggio non è solo l’allievo ad evolversi. Anche il maestro, vedendo la propria guida mettere radici e fiorire in modi unici e personali nell’allievo, impara e cresce. È un circolo virtuoso di apprendimento e crescita che fortifica il legame tra maestro e allievo, pur nella loro separazione fisica.
Questo proverbio napoletano vanta una grande magnanimità d’animo, proprio la medesima del maestro che pronuncia l’espressione popolare t’aggià imparà e t’aggia perdere. Una frase che serba una speranza, probabilmente una scommessa con se stessi. I grandi maestri la pronunciano (o la sussurrano interiormente) durante i primi approcci con l’allievo, giustamente ancora acerbo e inesperto. Lo fanno perché ne intuiscono tempestivamente il potenziale, intravedono già il professionista che potrebbe divenire in futuro se ben seguito ed istruito. I grandi maestri, i veri maestri, non sono prime donne vanitose: non desiderano detenere il primato di bravura su un argomento, non vogliono essere compiaciuti dalla mediocrità, non si sentono minacciati o ombrati dal talento, non vogliono essere seguiti fedelmente per tutta la vita, non pretendono un’egocentrica riconoscenza ed uno sperpero di lodi. Vogliono solo vedere germogliare i loro frutti, si auspicano che i loro allievi facciano realizzino qualcosa di ancora più grande e notevole di ciò che hanno realizzato loro. Sono ambiziosi, vogliono vedere di più e, in cuore loro, sanno che per vedere quel di più sognato concretizzarsi in realtà, debbono separarsi dai loro studenti e lasciarli liberi di spiccare il volo e di calpestare e sperimentare territori inediti. Sanno che gli allievi, per evolversi e contraddistinguersi dalla massa, debbono staccarsi e andare via. Fa parte del processo di crescita e di formazione.
Un allievo capace di camminare con le proprie gambe
Nella cultura napoletana, la separazione tra maestro e allievo non è vista come una perdita, ma come una naturale evoluzione del rapporto. Tra le righe di questo proverbio si evince un riconoscimento del fatto che l’allievo, grazie all’orientamento e alla guida del maestro, è ora pronto a intraprendere il proprio percorso, a confrontarsi con nuove sfide e a contribuire al continuo arricchimento del tessuto culturale e sociale di Napoli e del mondo.
Quando un allievo è pronto a spiccare il volo, non sta semplicemente mettendo in pratica le competenze acquisite; sta iniziando un viaggio di auto-scoperta, di crescita personale e di indipendenza. Per il maestro napoletano, permettere all’allievo di intraprendere questo viaggio è una delle decisioni più difficili, ma anche più nobili, che possa prendere. In questo viaggio non è solo l’allievo ad evolversi. Anche il maestro, vedendo la propria guida mettere radici e fiorire in modi unici e personali nell’allievo, impara e cresce. È un circolo virtuoso di apprendimento e crescita che fortifica il legame tra maestro e allievo, pur nella loro separazione fisica.