Chiacchiera
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ieri alle ore 13:02 - 3.563 visualizzazioni
Sono seduto nell'angolo del salotto e guardo mio fratello e mia sorella dividere la casa.

Fino a ieri era casa di mamma.

Oggi è un inventario.

Luca gira per le stanze con un blocchetto di post-it gialli. Cristina ha scelto quelli rosa. Li staccano dal blocco e li attaccano alle cose, come se stessero preparando un trasloco o catalogando una collezione.

Il servizio di piatti Richard Ginori.

Post-it giallo.

«Questo me lo prendo io.»

Luca lo dice senza guardarmi.

Cristina invece si ferma davanti al quadro sopra il divano. È un olio con un paesaggio di campagna: alberi, un sentiero, una luce pallida sul fondo.

Lo osserva inclinando appena la testa.

«Questo starebbe bene nel mio ingresso.»

Poi si gira verso di me.

«Daniele, a te va bene?»

Annuisco.

Lei sorride, sollevata, e attacca il post-it rosa nell'angolo della cornice.

Per Cristina è un paesaggio.

Per me è il divano.

Il divano dove ho dormito per sei mesi.

Rannicchiato, vestito, con un occhio aperto. Non per paura di qualcuno. Per paura di non sentirla.

Ogni notte mi svegliavo al minimo rumore proveniente dalla sua stanza.

Un colpo di tosse.

Un gemito.

Il letto che scricchiolava.

A volte niente.

E proprio quel niente era la cosa peggiore.

Restavo immobile a fissare il quadro nel buio, cercando di distinguere gli alberi e il sentiero nella luce che arrivava dalla strada.

Mi chiedevo quanto sarebbe durata.

Se stavo facendo abbastanza.

Se avrei dovuto chiamare il medico.

Se quella notte sarebbe stata diversa dalle altre.

E mi chiedevo anche perché fossi l'unico dei tre figli a sapere a memoria il numero del medico di base.

Cristina, in quel periodo, aveva troppo lavoro.

Luca aveva i suoi impegni.

Io avevo mamma.

Non lo dico ad alta voce.

Non serve.

«Prendo anche questo», dice Cristina.

Guardo il post-it rosa sulla cornice.

«Va bene.»

La mia voce esce appena.

Non parlo quasi da giorni.

Da quando è morta, le parole mi sembrano oggetti inutili.

Luca si volta verso di me.

«Ma tu non vuoi niente?»

Scrollo le spalle.

«Prendi qualcosa, Daniele. Non è che possiamo lasciare tutto qui.»

Fa qualche passo nella stanza, guardandosi intorno.

Poi indica l'orologio a pendolo.

«Quello, magari.»

Lo guardo.

L'orologio è fermo.

O forse continua a funzionare. Non lo so.

Per due anni ha scandito le ore della casa.

Le tre di notte.

Le quattro.

Le cinque.

Ricordo soprattutto le tre.

Era spesso quell'ora quando dovevo cambiarle le lenzuola.

All'inizio mamma si vergognava.

«Scusami», diceva.

«Per cosa?»

«Per tutto questo.»

«Non ti preoccupare, mamma. Succede.»

Le parlavo come si parla a un bambino che ha avuto un incidente.

Le sollevavo piano le gambe, cambiavo il lenzuolo, cercavo di non farle male.

Poi lavavo.

Asciugavo.

Disinfettavo.

Aprivo la finestra.

L'orologio continuava a battere il tempo.

Una volta, alle tre e dieci, mi sono fermato in mezzo alla stanza con un lenzuolo sporco tra le mani e ho pensato che non ce la facevo più.

Non lo pensavo di lei.

Lo pensavo di me.

Poi mamma ha aperto gli occhi.

«Daniele?»

«Sono qui.»

E sono rimasto.

Luca indica di nuovo l'orologio.

«Vale dei soldi.»

Cristina si avvicina.

«Sì, quello potrei prenderlo io.»

Li ascolto parlare del prezzo.

Del valore.

Di quanto potrebbe rendere.

Li guardo e per un momento mi sembra di essere in una casa che non conosco.

Perché quella non è la casa che ho visto io negli ultimi due anni.

Io ho visto una donna consumarsi.

Loro oggi vedono un orologio.

Io ho visto le mani di mamma diventare sempre più sottili.

Loro vedono un quadro.

Io ho visto il dolore.

Loro hanno visto una bara chiusa.

Io ho visto la morfina non bastare più.

Non l'hanno vista quando ha smesso di trovare le parole.

Non l'hanno vista quando ha cominciato a confondere i giorni.

Non l'hanno vista tornare bambina.

Non hanno dovuto decidere quando chiamare l'ambulanza e quando invece lasciarla dormire.

Non hanno dovuto scegliere.

Queste sono le decisioni che nessuno vuole prendere.

Quelle in cui qualunque cosa fai, dopo, ti chiedi se hai sbagliato.

«Daniele?»

Alzo gli occhi.

È Luca.

«L'orologio lo vuoi?»

Guardo il pendolo.

No.

«No.»

«Sicuro?»

«Prendetelo voi.»

Luca fa una smorfia.

«Ma sei scemo? Vale dei soldi.»

Non rispondo.

Mi alzo.

Le gambe mi fanno male. La schiena pure.

Sono due anni che dormo male.

Forse tre.

Non ricordo più quando ho smesso di dormire davvero.

Vado verso il tavolino accanto al telefono.

Ed è lì che lo vedo.

Un quadernetto nero.

Piccolo.

La copertina consumata agli angoli.

Lo prendo.

Lo riconosco subito.

Quando lo apro, trovo la mia grafia.

**Ore 08:00 — Pressione 110/70. Saturazione 96.**

Pagina dopo.

**Ore 12:00 — Mangiato due cucchiai. Rifiuta acqua.**

Pagina dopo ancora.

**Ore 20:00 — Dolore forte. Somministrato Toradol.**

Continuo a sfogliare.

Ci sono due anni lì dentro.

Due anni di numeri, medicine, febbre, pressione, appuntamenti, telefonate.

Ci sono le notti.

Ci sono le mattine.

Ci sono le volte in cui ho scritto “sembra meglio” e quelle in cui ho scritto soltanto “dolore”.

È un diario di bordo.

La cronaca di una cosa che, mentre succedeva, non avevo il tempo di capire.

Lo stringo tra le mani.

«Prendo questo.»

Luca mi guarda.

Cristina anche.

Per qualche secondo nessuno dice niente.

Poi Luca ride piano.

«Quello?»

«Sì.»

«Daniele, è un quaderno.»

Guardo la copertina nera.

«Lo so.»

«Ma è praticamente spazzatura.»

Annuisco.

«Sì.»

Li guardo.

«Per voi.»

Nessuno risponde.

Infiliamo il quaderno nella tasca del mio giubbotto.

Mi avvio verso la porta.

Alle mie spalle sento Cristina parlare dell'orologio.

Luca risponde qualcosa.

Poi il rumore di un post-it che viene staccato.

La porta si chiude.

Resto qualche secondo sul pianerottolo.

L'aria è fresca.

Respiro.

Per la prima volta da giorni non sento il bisogno di tornare indietro.

Penso al servizio di piatti.

Al quadro.

All'orologio.

Alle cose che brillano, alle cose che valgono, alle cose che possono essere portate via dentro una macchina.

Loro avranno le case piene di oggetti di mamma.

Io no.

Io ho un quadernetto nero.

E ho una stretta di mano.

L'ultima.

Quella che mi ha dato pochi minuti prima di andarsene.

La sua mano era diventata così leggera che sembrava impossibile che potesse stringere qualcosa.

E invece lo ha fatto.

Ha stretto la mia.

Una volta.

Piano.

Io le ho detto che andava tutto bene.

Non so se mi sentisse.

Non so nemmeno se sapesse ancora chi ero.

Ma io ero lì.

A dieci centimetri dal suo viso.

Non dall'altra parte del mondo.

Non al lavoro.

Non impegnato.

Non in ritardo.

Lì.

Quando la luce si è spenta, ero lì.

Forse è questa la cosa che ho ereditato.

Non è qualcosa che posso vendere.

Non si può mettere in una vetrina.

Non ha un valore di mercato.

Ma è mia.

E nessun post-it giallo potrà mai portarmela via.

Mi chiamo Daniele, ho quarantasei anni.

Non ho ereditato l'argenteria.

Non ho preso il quadro.

Non ho voluto l'orologio.

Ho preso un quaderno con la copertina rovinata.

E la certezza, terribile e dolcissima, che mia madre non è morta sola.

E, per oggi, mi basta.



Daniele ( dal web )
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Vaccata