Vaccata
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FantoniManuellivello 3
20 Luglio - 3.722 visualizzazioni
.......

«Che cosa era quella sagoma?»

La domanda rimase sospesa tra gli alberi.

Elia non rispose subito.

Continuava a fissare il punto in cui, pochi istanti prima, la figura era immobile.

«Dipende.»

«Da cosa?»

«Da quello che hai visto davvero.»

Aurelio sentì un improvviso fastidio.

«Non ricominciare con i tuoi enigmi.»

«Non sono enigmi.»

Elia si voltò lentamente.

«La memoria non registra la realtà. Registra ciò che riesce a sopportare.»

Quelle parole si insinuarono dentro Aurelio con la precisione di una lama.

«Io so benissimo quello che ho visto.»

«Ne sei sicuro?»

«C'era qualcuno.»

«O forse avevi bisogno che ci fosse.»

Il silenzio tornò a riempire la radura.

Tommaso era rimasto immobile.

Non giocava più.

Osservava gli alberi con un'attenzione insolita, quasi aspettasse che da un momento all'altro qualcuno uscisse dal bosco.

Poi abbassò lo sguardo.

Con la punta dello scarpone iniziò a tracciare dei cerchi nella terra.

Sempre nello stesso punto.

Sempre con lo stesso ritmo.

Aurelio rimase senza fiato.

Faceva esattamente così quando era bambino.

Ogni volta che era spaventato.

Non lo aveva mai raccontato a nessuno.

Era un gesto involontario.

Sua madre glielo faceva notare.

"Quando hai paura disegni sempre cerchi con il piede."

Lui non se n'era mai accorto.

Tommaso continuava.

Un cerchio.

Poi un altro.

Sempre più piccoli.

Aurelio sentì un brivido.

Distolse lo sguardo.

«Andiamocene.»

Elia non si mosse.

«Perché?»

«Perché questo posto...»

Inspirò profondamente.

«...comincia a farmi paura.»

Elia sorrise appena.

Non era un sorriso ironico.

Era il sorriso di chi aspettava quella frase da molto tempo.

«No.»

Disse piano.

«Non è questo posto che ti fa paura.»

Gli mise una mano sulla spalla.

«È quello che questo posto sta facendo riaffiorare.»

Scesero lungo il sentiero in silenzio.

Il bosco sembrava diverso.

Più stretto.

Più scuro.

Perfino gli alberi avevano assunto forme distorte.

Aurelio continuava a voltarsi.

Più volte gli sembrò di sentire passi dietro di loro.

Ogni volta non trovava nessuno.

Quando raggiunsero il grande castagno, Tommaso si fermò.

«Aspettatemi.»

Scomparve dentro il tronco cavo.

Elia non sembrò preoccuparsi.

«Gli piace nascondersi.»

Passò quasi un minuto.

Poi due.

«Tommaso.»

Nessuna risposta.

Aurelio si avvicinò.

«Tommaso?»

Silenzio.

Guardò dentro il tronco.

Era vuoto.

«Ma...»

Fece il giro del castagno.

Niente.

Nessun bambino.

Nessuna traccia.

«Dov'è finito?»

Domandò.

Elia osservava il bosco.

«Lo troverà.»

«Come fai a essere così tranquillo?»

«Perché conosco Tommaso.»

Aurelio iniziò a chiamarlo a voce alta.

«Tommaso!»

Nessuna risposta.

Si allontanò di qualche metro.

Dietro un cespuglio.

Poi verso un piccolo dirupo.

Nulla.

Cominciò a sentire il cuore battere sempre più forte.

«Tommaso!»

Il bosco restituì soltanto l'eco.

Quando tornò indietro...

Elia non c'era più.

Il sangue gli si gelò.

«Elia!»

Silenzio.

Era solo.

Completamente solo.

Il vento aveva ripreso a soffiare.

La luce era cambiata.

Molto più debole.

Guardò il cielo.

Com'era possibile?

Pochi minuti prima era quasi mezzogiorno.

Adesso il sole era basso.

Troppo basso.

Come nel tardo pomeriggio.

Un senso di vertigine lo costrinse ad appoggiarsi al tronco del castagno.

Chiuse gli occhi.

Soltanto un istante.

Quando li riaprì...

Era seduto su una panchina.

In piazza.

A Saracinesco.

Il campanile stava suonando le sei.

Rimase immobile.

Non capiva.

Si guardò intorno.

La gente passeggiava tranquillamente.

Una coppia usciva dal forno.

Due anziani giocavano a carte davanti al bar.

Come se nulla fosse.

Si alzò di scatto.

Le gambe tremavano.

«No...»

Si tastò le tasche.

C'erano ancora le chiavi di casa.

Il fazzoletto.

Il portafoglio.

Perfino una foglia di faggio raccolta quella mattina nel bosco.

Ma...

Come era arrivato lì?

L'ultima immagine che ricordava era il castagno.

Tommaso scomparso.

Elia sparito.

Poi...

Il vuoto.

Un vuoto assoluto.

Come se qualcuno avesse strappato intere pagine dalla sua memoria.

Provò a ricostruire.

Un passo.

Una voce.

Un sentiero.

Niente.

Era come cercare di afferrare il fumo.

Sentì una fitta improvvisa alla tempia.

Portò la mano alla testa.

Le dita sfiorarono qualcosa.

Una piccola ferita.

Ancora fresca.

Non ricordava di essersela procurata.

«Aurelio?»

Una voce lo fece trasalire.

Era il fornaio.

«Tutto bene?»

«Sì...»

Mentì.

«Ti sei fatto male?»

«Come?»

«Alla fronte.»

Aurelio rimase in silenzio.

Il fornaio lo osservò con aria perplessa.

«Pensavo fossi caduto.»

«Caduto?»

«Ti ho visto arrivare dal sentiero del bosco quasi un'ora fa.»

Un'ora.

«Camminavi da solo.»

Aurelio sentì il cuore fermarsi.

«Da... solo?»

«Sì.»

«Ne è sicuro?»

«Certo.»

«Non c'era un ragazzo con un bambino?»

L'uomo aggrottò la fronte.

«No.»

«Li ha visti tante volte.»

«Chi?»

«Elia.»

Il fornaio rifletté.

Scosse lentamente la testa.

«Non conosco nessun Elia.»

Aurelio avvertì un improvviso ronzio nelle orecchie.

«E un bambino... Tommaso.»

«Mi dispiace.»

Il fornaio gli posò una mano sul braccio.

«Credo che tu abbia bisogno di riposare.»

Si allontanò.

Aurelio rimase solo al centro della piazza.

Sentiva gli sguardi della gente.

Oppure era soltanto una sua impressione.

Tornò lentamente verso casa.

Quando aprì il cancello del cortile, si bloccò.

La porta della piccola abitazione accanto era spalancata.

Entrò.

«Elia?»

Nessuna risposta.

La casa era perfettamente in ordine.

Troppo.

Sul tavolo non c'erano piatti.

Non c'erano bicchieri.

Non c'erano fotografie.

Il camino era freddo.

La polvere ricopriva il pavimento in modo uniforme.

Come se nessuno vi abitasse da molto tempo.

Aurelio avanzò lentamente.

Ogni passo lasciava un'impronta nitida.

Era la prima impronta.

Non ce n'erano altre.

Né vecchie.

Né recenti.

Soltanto le sue.

Un odore di chiuso gli riempì i polmoni.

Le ragnatele univano gli angoli delle pareti.

Il letto era coperto da un lenzuolo ingiallito.

Da anni.

Forse decenni.

Indietreggiò, sentendo il respiro spezzarsi.

Poi il suo sguardo cadde su un particolare.

Sul davanzale della finestra, in mezzo alla polvere, c'era qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì.

Un piccolo aeroplanino di legno.

Lo stesso con cui Tommaso aveva giocato il giorno prima.

Aurelio lo raccolse con mani tremanti.

Sul lato inferiore, inciso con una punta sottile, c'era un nome.

Un solo nome.

Aurelio.



Aurelio rimase immobile.

L'aeroplanino di legno gli tremava tra le mani.

Sul fondo, inciso con una grafia incerta, c'era il suo nome.

Aurelio.

Non "Papà".

Non "Nonno".

Non un cognome.

Soltanto il nome.

Come lo avrebbe inciso un bambino.

Come lo avrebbe scritto un bambino che stava ancora imparando.

Un dolore acuto gli attraversò la testa.

Cadde in ginocchio.

Il mondo attorno a lui si deformò.

La polvere della vecchia casa sembrò dissolversi.

Le pareti svanirono.

Il tempo si spezzò.

Era estate.

Il sole filtrava tra i faggi.

Anna aveva sei anni.

Correva davanti a lui stringendo proprio quell'aeroplanino.

«Papà, vieni!»

Rideva.

Rideva con quella spensieratezza che solo i bambini possiedono.

«Aspettami!»

Aurelio, molto più giovane, la seguiva sorridendo.

«Sei troppo veloce.»

«No! Sei tu che sei vecchio!»

Scoppiarono entrambi a ridere.

Raggiunsero la radura.

Il loro posto.

Quello che nessuno conosceva.

Quello dove, tanti anni prima, lui e Lucia avevano costruito il loro futuro senza sapere che da quella notte sarebbe nata Anna.

La bambina si sedette sulla grande roccia.

Guardava la sorgente.

«Papà...»

«Dimmi.»

«Questo posto è nostro?»

«Sì.»

«Solo nostro?»

«Solo nostro.»

Anna rimase in silenzio.

Poi gli prese la mano.

«Quando sarò grande me lo ricorderò?»

«Spero di sì.»

«E tu?»

«Io di sicuro.»

Lei sorrise.

«Allora non si perderà mai.»

Quelle parole gli tornarono addosso con una forza devastante.

Era successo davvero.

L'aveva portata lì.

Aveva mantenuto la promessa fatta a Lucia.

Mostrare alla loro bambina il luogo dove tutto era cominciato.

Eppure...

Dopo quel giorno...

Quel ricordo era sparito.

Cancellato.

Come se qualcuno lo avesse nascosto.

Il dolore alla testa aumentò.

Un altro frammento riaffiorò.

Anna raccoglieva un sassolino bianco.

Con un rametto incideva qualcosa sulla pietra.

Lui rideva.

«Che stai facendo?»

«Un segreto.»

«Posso vederlo?»

«No.»

«Perché?»

«Perché i segreti si vedono quando arriva il momento.»

Ecco.

Le iniziali.

A. A.

Non erano recenti.

Le aveva incise Anna.

Quel pomeriggio.

Con le sue piccole mani.

Il muschio le aveva semplicemente nascoste per decenni.

Aurelio scoppiò a piangere.

Non erano fantasmi.

Non erano misteri.

Erano ricordi.

Ricordi che il dolore aveva sepolto.

Una voce lo raggiunse.

«Adesso capisci?»

Alzò lentamente lo sguardo.

Elia era sulla soglia.

Accanto a lui, Tommaso.

Non sembravano più così reali.

La luce attraversava i loro corpi con una trasparenza quasi impercettibile.

«Chi siete?»

Domandò Aurelio.

Elia sorrise.

Questa volta senza alcun mistero.

Solo con una profonda malinconia.

«Siamo quello che hai dimenticato.»

«Non capisco.»

Tommaso gli si avvicinò.

«Io sono il bambino che eri.»

Aurelio rimase senza fiato.

Il piccolo continuò.

«Quello che costruiva dighe.»

«Quello che giocava al Cavaliere del Falco.»

«Quello che aveva paura e disegnava cerchi con il piede.»

Ogni parola era un colpo al cuore.

Tommaso abbassò lo sguardo.

«Mi avevi lasciato solo.»

Le lacrime scesero sul volto di Aurelio.

Poi guardò Elia.

«E tu?»

Il giovane fece un passo avanti.

Per la prima volta il suo volto sembrò cambiare.

Non nei lineamenti.

Nello sguardo.

Dentro quegli occhi Aurelio vide se stesso.

La stessa malinconia.

Lo stesso modo di osservare il mondo.

La stessa stanchezza.

«Io...»

Disse Elia.

«Sono l'uomo che saresti potuto diventare se il dolore non ti avesse costretto a vivere soltanto nel passato.»

Aurelio scosse lentamente la testa.

«Non è possibile.»

«No.»

Rispose Elia.

«È necessario.»

Fece un altro passo.

«Quando Lucia è morta, hai smesso di ricordare la tua vita.»

«Ricordavi soltanto le perdite.»

«Hai dimenticato la felicità perché ti sembrava un tradimento.»

Le parole cadevano una dopo l'altra.

Con una precisione crudele.

«Hai dimenticato il primo bacio.»

«Le risate.»

«Le passeggiate.»

«Hai perfino dimenticato il giorno più bello trascorso con Anna.»

Aurelio chiuse gli occhi.

Era vero.

Ricordava la telefonata dell'incidente.

Ricordava il funerale.

Ricordava il dolore.

Ma aveva quasi dimenticato la sua voce.

Le sue risate.

Le estati.

I giochi.

Come se la morte avesse divorato la vita.

Elia gli posò una mano sul petto.

«Io non sono venuto a riportarti chi hai perso.»

«Sono venuto a restituirti chi eri.»

Tommaso gli prese la mano.

Era calda.

Sorprendentemente calda.

«Non lasciarmi di nuovo.»

Il bambino sorrise.

«Perché senza di me non puoi diventare lui.»

Indicò Elia.

Aurelio guardò prima il bambino.

Poi il giovane.

Infine il proprio riflesso nel vetro della finestra.

Per la prima volta comprese.

Tommaso.

Il passato.

L'innocenza.

La meraviglia.

Elia.

Il futuro.

La possibilità di vivere ancora.

Entrambi erano nati nella sua mente.

Non per ingannarlo.

Ma per salvarlo.

La parte più profonda di sé aveva costruito due guide.

Una gli tendeva la mano da ciò che era stato.

L'altra da ciò che poteva ancora essere.

Fuori, le campane di Saracinesco iniziarono a suonare.

Aurelio si asciugò le lacrime.

Quando rialzò gli occhi...

La casa era vuota.

Nessun Elia.

Nessun Tommaso.

Solo il vecchio aeroplanino di legno sul tavolo.

E, accanto, una fotografia.

Lui.

Lucia.

Anna.

Seduti sulla grande roccia della radura.

Sul retro, con la calligrafia di Lucia, c'era un'ultima frase che Aurelio non aveva mai letto fino a quel momento.

"Se un giorno dimenticherai la felicità, torna qui. Il bosco saprà riconsegnartela."

Passarono alcuni mesi.

Gli abitanti del paese notarono che Aurelio era cambiato.

Aveva ricominciato a salutare la gente.

A fermarsi in piazza.

A ridere.

Ogni domenica saliva fino alla radura.

Portava sempre tre cose.

Un mazzo di fiori per Lucia.

Un piccolo aeroplanino di legno per Anna.

E un pugno di castagne.

Le sistemava accanto alla sorgente.

Poi si sedeva in silenzio.

A volte gli sembrava ancora di sentire una risata di bambino tra gli alberi.

Altre volte la voce calma di un giovane che gli chiedeva:

«Come stai?»

Lui sorrideva.

«Meglio.»

Il vento muoveva le foglie del grande castagno.

E, per la prima volta dopo molti anni, Aurelio capì che ricordare non significava restare prigionieri del passato.

Significava permettere a chi avevi amato di continuare a vivere dentro di te, senza che il dolore cancellasse la gioia.

Fu allora che lasciò il bosco.

Non per dimenticare.

Ma perché, finalmente, non ne aveva più bisogno.



Fine
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