Vaccata
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FantoniManuellivello 3
18 Luglio - 4.299 visualizzazioni
Sono Massimo, ho 47 anni.

Martedì scorso ho caricato mia madre e mio padre in macchina, li ho portati in una RSA a venti chilometri da casa, ho firmato due scartoffie e li ho letteralmente abbandonati lì.

Da quattro giorni non dormo, non mangio e non riesco a guardarmi allo specchio. Mi sento un pezzo di merda. La persona più schifosa, vile e vigliacca che cammini su questa terra.
Se ne parli in giro, la gente fa finta di capirti, ma nei loro occhi vedi il giudizio. Vedi la solita frase fatta che gli frulla in testa: "Loro ti hanno pulito il culo quando eri piccolo, ti hanno cresciuto, e tu adesso li sbatti in un ospizio".

È vero. Hanno ragione. Loro hanno fatto i salti mortali per me. E io, nel momento del bisogno, li ho parcheggiati in una stanza che puzza di minestrina e disinfettante per togliermeli dalle scatole.

Ma la gente non sa un cazzo. Non sanno cosa significa davvero "tenerli a casa".
Mio padre ha ottant'anni ed è bloccato a letto dopo un ictus. Pesa ottantacinque chili.

Mia madre ne ha settantotto e ha l'Alzheimer.

Per tre anni io e mia moglie abbiamo vissuto all'inferno. Un inferno fatto di pannoloni per adulti stracolmi da cambiare alle tre di notte. Di piaghe da decubito da medicare. Di urla improvvise di mia madre che non mi riconosceva più e cercava di scappare di casa in camicia da notte perché diceva che doveva "andare a prendere i bambini a scuola".
La mia casa era diventata un lazzaretto.

L'odore di urina stagnante si era infilato nei mobili, nei divani, nei miei stessi vestiti.

Andavo a lavoro e mi sentivo sporco. La sera tornavo ed entravo in trincea. Mia moglie, a furia di sollevare mio padre, si è distrutta la schiena. Non facevamo più l'amore, non andavamo più a mangiare una pizza, i nostri figli adolescenti si chiudevano in camera per non vedere lo scempio o per non sentire mia madre che imprecava contro i muri.

Stavamo crollando. Tutti.
La settimana scorsa c'è stato il punto di rottura. Torno dal lavoro stravolto. Trovo mio padre che era riuscito a scivolare dal letto, incastrato sul pavimento, coperto dei suoi stessi escrementi, che piangeva per la vergogna. E mia madre seduta in cucina, al buio, che aveva messo una pentola di plastica vuota sul fuoco acceso. Se fossi arrivato dieci minuti dopo, la casa sarebbe saltata in aria.

Lì ho capito che non potevo più fare l'eroe. Che se non li avessi messi dentro, ci avrebbero tirato a fondo con loro.
Il giorno che li ho lasciati in quella clinica è stato il giorno più buio della mia vita. Mio padre non parlava, mi guardava solo con quegli occhi lucidi e rassegnati, di chi sa che da lì uscirà solo dentro una cassa di legno.

Mia madre, invece, sorrideva. Credeva fossimo in albergo.

Mentre uscivo, ho sentito la porta del reparto chiudersi alle mie spalle con uno scatto metallico. Sono arrivato in macchina, ho appoggiato la testa sul volante e ho pianto

(Fonte: Diario di un ipocondriaco)
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