Pakal: Spanki non è essere avidi, la lettura apre la mente in genere, se incontri un testo con dettagli che ti accendono i pensieri e scorre bene, vai ché una meraviglia, l'estratto del libro non è male .... però non mi stuzzicare 😂😂😂 Spetta che trovo na follia mia de qualche tempo fa, se ti va di leggere...😂😂😂
Pakal: Spanki quando ti svegli male una mattina 🤣🤣🤣🤣🤣🤣🤣 La metro correva sotto la città come un pensiero ostinato. Seduto accanto al finestrino, osservavo il riflesso intermittente dei passeggeri nel vetro nero dei tunnel. Nessuno guardava nessuno davvero. Ognuno era chiuso nella propria isola di silenzio, cuffie, notifiche, preoccupazioni.
Eppure bastava ascoltare.
Di fronte a me una donna sulla sessantina parlava al telefono.
«No, non glielo dire ancora. Aspetta che torni.»
La frase rimase sospesa nell'aria come una pagina strappata da un romanzo. Quando chiuse la chiamata, tornò a fissare le sue mani. Aveva dita sottili e screpolate, l'anulare segnato da un anello che non portava più.
Nella mia mente smise di essere una semplice passeggera.
Divenne Teresa, ex insegnante di pianoforte. Viveva in un appartamento pieno di fotografie e piante sopravvissute a malapena. Il figlio, emigrato all'estero, stava per diventare padre. Lei custodiva la notizia come si custodisce una candela accesa durante una tempesta. Aspettava il momento giusto per comunicarla al marito, un uomo che da mesi combatteva contro una memoria sempre più fragile. Ogni giorno lui dimenticava qualcosa. Teresa invece ricordava per entrambi.
La voce dell'altoparlante annunciò una fermata.
Entrò un ragazzo magro, giacca di pelle consumata e uno zaino troppo grande. Si sedette poco distante. Tirò fuori un quaderno e lesse una pagina scarabocchiata.
Mormorò:
«No, così non funziona.»
Poi cancellò qualcosa.
Nel mio racconto diventò Elia, ventiquattro anni, autore di lettere mai spedite. Non scriveva romanzi. Scriveva addii. Addii a persone che non aveva avuto il coraggio di lasciare davvero. Conservava centinaia di pagine in una scatola sotto il letto. Ogni lettera era una vita alternativa, un universo in cui aveva detto la verità.
Alla fermata successiva salirono due operai.
Parlavano ad alta voce.
«Ti giuro, quando vado in pensione compro una barca.»
«Tu soffri il mare.»
«Dettagli.»
Risero.
Gli altri passeggeri sembravano infastiditi, ma io ascoltavo.
Nella mia storia erano Bruno e Karim. Da vent'anni lavoravano insieme senza essere mai diventati davvero amici. Si incontravano ogni mattina alle cinque e mezza, con qualsiasi tempo. Nessuno dei due lo avrebbe ammesso, ma ciascuno rappresentava per l'altro una certezza. La barca era una bugia che Bruno raccontava da dieci anni. Non desiderava il mare. Desiderava soltanto smettere di alzarsi prima dell'alba.
Accanto alla porta c'era una ragazza con grandi cuffie nere.
Non parlava.
Non ascoltava nemmeno musica.
Lo capii quando lo schermo del telefono si illuminò: nessuna applicazione aperta.
Le cuffie erano una barriera.
Nel racconto la chiamai Nora.
Indossava le cuffie per rendersi invisibile. Ogni mattina inventava identità diverse. Architetta. Astronauta. Traduttrice di lingue estinte. Regista. Nessuna di quelle vite esisteva, ma per poche fermate riusciva a sfuggire a quella reale. Quando sarebbe tornata a casa, avrebbe trovato il padre malato addormentato davanti alla televisione e la montagna di responsabilità che l'attendeva. La metro era il suo unico territorio neutrale.
Un uomo elegante stava leggendo un libro.
Lo teneva aperto alla stessa pagina da almeno dieci minuti.
Ogni tanto sospirava.
Nella mia mente diventò un investigatore in pensione incapace di risolvere il caso più importante della sua vita: la scomparsa della donna che aveva amato quarant'anni prima. Ogni giorno percorreva la stessa linea perché era lì che l'aveva incontrata per l'ultima volta. Il libro era solo una copertura. In realtà osservava i volti dei passeggeri, convinto che prima o poi il destino avrebbe commesso un errore e gliel'avrebbe restituita.
La metro proseguiva.
Le persone salivano e scendevano.
I miei personaggi invece rimanevano.
Si accumulavano dentro di me come capitoli di un libro invisibile.
Poi mi accorsi di una cosa.
Un uomo seduto qualche posto più in là mi osservava da un po'. Aveva l'aria assorta, quasi divertita. Quando i nostri sguardi si incrociarono, sorrise appena e tornò a guardare il vagone.
Fu allora che nacque un ultimo racconto.
Lui era uno scrittore.
O forse un sognatore.
Osservava una persona seduta vicino al finestrino, intenta ad ascoltare frammenti di conversazioni altrui. Notò il modo in cui inclinava la testa quando sentiva una frase interessante, il modo in cui fissava il vuoto subito dopo, come se stesse costruendo qualcosa.
Lo immaginò protagonista di una storia.
Un uomo che attraversava la città raccogliendo vite sconosciute e trasformandole in personaggi.
E mentre io inventavo lui, forse lui stava inventando me.
La metro continuò a correre nel buio.
Dentro il vagone eravamo tutti estranei.
Dentro i nostri racconti, invece, eravamo diventati immortali.
Spanki: Ho usato avido forse impropriamente, intendendo molto interessato: ricordo la tua insistenza nel farmi raccontare un paio di disavventure marine che avevo appena accennato ☺️
....
però non mi stuzzicare 😂😂😂
Spetta che trovo na follia mia de qualche tempo fa, se ti va di leggere...😂😂😂
La metro correva sotto la città come un pensiero ostinato. Seduto accanto al finestrino, osservavo il riflesso intermittente dei passeggeri nel vetro nero dei tunnel. Nessuno guardava nessuno davvero. Ognuno era chiuso nella propria isola di silenzio, cuffie, notifiche, preoccupazioni.
Eppure bastava ascoltare.
Di fronte a me una donna sulla sessantina parlava al telefono.
«No, non glielo dire ancora. Aspetta che torni.»
La frase rimase sospesa nell'aria come una pagina strappata da un romanzo. Quando chiuse la chiamata, tornò a fissare le sue mani. Aveva dita sottili e screpolate, l'anulare segnato da un anello che non portava più.
Nella mia mente smise di essere una semplice passeggera.
Divenne Teresa, ex insegnante di pianoforte. Viveva in un appartamento pieno di fotografie e piante sopravvissute a malapena. Il figlio, emigrato all'estero, stava per diventare padre. Lei custodiva la notizia come si custodisce una candela accesa durante una tempesta. Aspettava il momento giusto per comunicarla al marito, un uomo che da mesi combatteva contro una memoria sempre più fragile. Ogni giorno lui dimenticava qualcosa. Teresa invece ricordava per entrambi.
La voce dell'altoparlante annunciò una fermata.
Entrò un ragazzo magro, giacca di pelle consumata e uno zaino troppo grande. Si sedette poco distante. Tirò fuori un quaderno e lesse una pagina scarabocchiata.
Mormorò:
«No, così non funziona.»
Poi cancellò qualcosa.
Nel mio racconto diventò Elia, ventiquattro anni, autore di lettere mai spedite. Non scriveva romanzi. Scriveva addii. Addii a persone che non aveva avuto il coraggio di lasciare davvero. Conservava centinaia di pagine in una scatola sotto il letto. Ogni lettera era una vita alternativa, un universo in cui aveva detto la verità.
Alla fermata successiva salirono due operai.
Parlavano ad alta voce.
«Ti giuro, quando vado in pensione compro una barca.»
«Tu soffri il mare.»
«Dettagli.»
Risero.
Gli altri passeggeri sembravano infastiditi, ma io ascoltavo.
Nella mia storia erano Bruno e Karim. Da vent'anni lavoravano insieme senza essere mai diventati davvero amici. Si incontravano ogni mattina alle cinque e mezza, con qualsiasi tempo. Nessuno dei due lo avrebbe ammesso, ma ciascuno rappresentava per l'altro una certezza. La barca era una bugia che Bruno raccontava da dieci anni. Non desiderava il mare. Desiderava soltanto smettere di alzarsi prima dell'alba.
Accanto alla porta c'era una ragazza con grandi cuffie nere.
Non parlava.
Non ascoltava nemmeno musica.
Lo capii quando lo schermo del telefono si illuminò: nessuna applicazione aperta.
Le cuffie erano una barriera.
Nel racconto la chiamai Nora.
Indossava le cuffie per rendersi invisibile. Ogni mattina inventava identità diverse. Architetta. Astronauta. Traduttrice di lingue estinte. Regista. Nessuna di quelle vite esisteva, ma per poche fermate riusciva a sfuggire a quella reale. Quando sarebbe tornata a casa, avrebbe trovato il padre malato addormentato davanti alla televisione e la montagna di responsabilità che l'attendeva. La metro era il suo unico territorio neutrale.
Un uomo elegante stava leggendo un libro.
Lo teneva aperto alla stessa pagina da almeno dieci minuti.
Ogni tanto sospirava.
Nella mia mente diventò un investigatore in pensione incapace di risolvere il caso più importante della sua vita: la scomparsa della donna che aveva amato quarant'anni prima. Ogni giorno percorreva la stessa linea perché era lì che l'aveva incontrata per l'ultima volta. Il libro era solo una copertura. In realtà osservava i volti dei passeggeri, convinto che prima o poi il destino avrebbe commesso un errore e gliel'avrebbe restituita.
La metro proseguiva.
Le persone salivano e scendevano.
I miei personaggi invece rimanevano.
Si accumulavano dentro di me come capitoli di un libro invisibile.
Poi mi accorsi di una cosa.
Un uomo seduto qualche posto più in là mi osservava da un po'. Aveva l'aria assorta, quasi divertita. Quando i nostri sguardi si incrociarono, sorrise appena e tornò a guardare il vagone.
Fu allora che nacque un ultimo racconto.
Lui era uno scrittore.
O forse un sognatore.
Osservava una persona seduta vicino al finestrino, intenta ad ascoltare frammenti di conversazioni altrui. Notò il modo in cui inclinava la testa quando sentiva una frase interessante, il modo in cui fissava il vuoto subito dopo, come se stesse costruendo qualcosa.
Lo immaginò protagonista di una storia.
Un uomo che attraversava la città raccogliendo vite sconosciute e trasformandole in personaggi.
E mentre io inventavo lui, forse lui stava inventando me.
La metro continuò a correre nel buio.
Dentro il vagone eravamo tutti estranei.
Dentro i nostri racconti, invece, eravamo diventati immortali.