Chiacchiera
ieri alle ore 14:15 - 3.083 visualizzazioni
Gruber a Vannacci: quelle domande sulla fedeltà e sulla figlia non convincono più nessuno.
Ieri sera ho visto l'intervista di Lilli Gruber a Roberto Vannacci su “Otto e mezzo”. Non è stata una di quelle conversazioni in cui si cerca di capire cosa pensa davvero una persona o quali sono i suoi numeri. È andata dritta su un altro piano. Gli ha chiesto se è un marito fedele, poi gli ha detto praticamente “e se scoprissimo che sei gay?” e alla fine ha tirato fuori pure la figlia: “e se tua figlia ti dicesse di essere omosessuale?”.
Detto così, in prima serata, fa un certo effetto. Non perché uno non possa avere idee forti sulla famiglia o su altro, ma perché quelle domande non sembrano nate dal desiderio di informare. Sembrano fatte per mettere l'ospite in difficoltà su un terreno personale, quasi intimo.
La cosa che mi ha colpito di più è il doppio standard. Se quelle stesse domande le avesse fatte a una donna di sinistra, tipo la Schlein, o a Conte, o a un leader sindacale, il giorno dopo sarebbe scoppiato un casino. Titoli, proteste, accuse di mancanza di rispetto, di voler scavare nella vita privata. Invece qui è passato tutto senza grandi reazioni. Perché Vannacci è considerato un bersaglio legittimo, e quando è così si può spingere più in là.
Portare in mezzo la figlia di un ospite in televisione, per me, è un passo che non andrebbe fatto. Non è più un confronto sulle idee. È qualcos'altro. E questo dice tanto su come certi programmi intendono il loro ruolo oggi.
Io non sto qui a difendere Vannacci a prescindere. Ognuno ha le sue posizioni e se ne assume la responsabilità. Quello che mi dà fastidio è che le regole sembrano valere solo quando fa comodo. Se una domanda è legittima, dovrebbe esserlo per chiunque. Se invece la fai solo a chi ti sta antipatico, allora non è più un'intervista. È un altro tipo di esercizio.
E alla fine l'effetto è stato quello che qualcuno aveva già previsto prima della puntata: invece di indebolirlo, l'hanno reso più vicino alla gente. Chi lo ha visto ha avuto l'impressione che si stesse cercando di colpirlo su un terreno personale invece che sui fatti, sui numeri o sulle sue posizioni politiche. Quando succede questo, spesso la gente si schiera dalla parte opposta a quella che ci si aspettava.
Il problema vero è che da un po' di tempo a questa parte tanti programmi di approfondimento non cercano più tanto di spiegare. Cercano di colpire. E quando fai così, rischi di perdere la cosa più importante: la fiducia di chi guarda. Perché il pubblico, anche se non lo dice sempre, queste cose le capisce. Sa distinguere quando stai facendo il tuo lavoro e quando stai solo cercando di demolire qualcuno.
Anche il centrodestra, a essere onesti, non brilla per come si muove. Invece di stare uniti su certe cose e approfittare dei passaggi che gli vengono offerti, continua a litigare tra di sé, a fare distinzioni, a escludere. E così si lasciano scappare occasioni che altri gli mettono in mano senza volerlo.
Alla fine della serata la sensazione che è rimasta è che si sia parlato poco di politica vera e tanto di altro. Il pubblico non è stupido. Quando vede che un'intervista invece di andare sui contenuti finisce nella camera da letto o nella vita familiare, capisce che lo scopo non era informare. E quando capisce questo, perde un altro pezzo di fiducia in chi fa informazione.
La parte interessante, se vogliamo trovarne una, è che questi meccanismi stanno diventando sempre più visibili. La gente li riconosce. E quando li riconosce, l'effetto che chi attacca sperava di ottenere si indebolisce. Chi voleva essere attaccato esce spesso più forte, e chi attaccava si ritrova con un po' meno credibilità.
Non so se cambierà qualcosa nei prossimi mesi. Ma di sicuro continuare su questa strada non fa bene né a chi guarda la televisione né a chi la fa.
Ieri sera ho visto l'intervista di Lilli Gruber a Roberto Vannacci su “Otto e mezzo”. Non è stata una di quelle conversazioni in cui si cerca di capire cosa pensa davvero una persona o quali sono i suoi numeri. È andata dritta su un altro piano. Gli ha chiesto se è un marito fedele, poi gli ha detto praticamente “e se scoprissimo che sei gay?” e alla fine ha tirato fuori pure la figlia: “e se tua figlia ti dicesse di essere omosessuale?”.
Detto così, in prima serata, fa un certo effetto. Non perché uno non possa avere idee forti sulla famiglia o su altro, ma perché quelle domande non sembrano nate dal desiderio di informare. Sembrano fatte per mettere l'ospite in difficoltà su un terreno personale, quasi intimo.
La cosa che mi ha colpito di più è il doppio standard. Se quelle stesse domande le avesse fatte a una donna di sinistra, tipo la Schlein, o a Conte, o a un leader sindacale, il giorno dopo sarebbe scoppiato un casino. Titoli, proteste, accuse di mancanza di rispetto, di voler scavare nella vita privata. Invece qui è passato tutto senza grandi reazioni. Perché Vannacci è considerato un bersaglio legittimo, e quando è così si può spingere più in là.
Portare in mezzo la figlia di un ospite in televisione, per me, è un passo che non andrebbe fatto. Non è più un confronto sulle idee. È qualcos'altro. E questo dice tanto su come certi programmi intendono il loro ruolo oggi.
Io non sto qui a difendere Vannacci a prescindere. Ognuno ha le sue posizioni e se ne assume la responsabilità. Quello che mi dà fastidio è che le regole sembrano valere solo quando fa comodo. Se una domanda è legittima, dovrebbe esserlo per chiunque. Se invece la fai solo a chi ti sta antipatico, allora non è più un'intervista. È un altro tipo di esercizio.
E alla fine l'effetto è stato quello che qualcuno aveva già previsto prima della puntata: invece di indebolirlo, l'hanno reso più vicino alla gente. Chi lo ha visto ha avuto l'impressione che si stesse cercando di colpirlo su un terreno personale invece che sui fatti, sui numeri o sulle sue posizioni politiche. Quando succede questo, spesso la gente si schiera dalla parte opposta a quella che ci si aspettava.
Il problema vero è che da un po' di tempo a questa parte tanti programmi di approfondimento non cercano più tanto di spiegare. Cercano di colpire. E quando fai così, rischi di perdere la cosa più importante: la fiducia di chi guarda. Perché il pubblico, anche se non lo dice sempre, queste cose le capisce. Sa distinguere quando stai facendo il tuo lavoro e quando stai solo cercando di demolire qualcuno.
Anche il centrodestra, a essere onesti, non brilla per come si muove. Invece di stare uniti su certe cose e approfittare dei passaggi che gli vengono offerti, continua a litigare tra di sé, a fare distinzioni, a escludere. E così si lasciano scappare occasioni che altri gli mettono in mano senza volerlo.
Alla fine della serata la sensazione che è rimasta è che si sia parlato poco di politica vera e tanto di altro. Il pubblico non è stupido. Quando vede che un'intervista invece di andare sui contenuti finisce nella camera da letto o nella vita familiare, capisce che lo scopo non era informare. E quando capisce questo, perde un altro pezzo di fiducia in chi fa informazione.
La parte interessante, se vogliamo trovarne una, è che questi meccanismi stanno diventando sempre più visibili. La gente li riconosce. E quando li riconosce, l'effetto che chi attacca sperava di ottenere si indebolisce. Chi voleva essere attaccato esce spesso più forte, e chi attaccava si ritrova con un po' meno credibilità.
Non so se cambierà qualcosa nei prossimi mesi. Ma di sicuro continuare su questa strada non fa bene né a chi guarda la televisione né a chi la fa.
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Guarda, sul fatto che Vannacci sia molto esplicito sulle sue posizioni non ci piove. Non è uno che si nasconde dietro giri di parole: sulla famiglia, sull’immigrazione e su cosa considera “normale” o meno è stato chiaro sia nei libri che nelle interviste. Anche sulla “remigrazione” nell’ultima puntata di Otto e mezzo ha risposto senza troppi giri di parole, arrivando a dire che se per deportazione si intende una “movimentazione coatta” contro la volontà delle persone, allora sì, è quello che intende. Quindi su questo il commento ha ragione: non è un eufemismo per tutti, lui lo dice abbastanza diretto.
Il problema però è un altro.
Il punto del mio articolo non era difendere le idee di Vannacci (ognuno può essere d’accordo o meno, e in molti casi io non lo sono). Il punto era come è stata fatta l’intervista. Se una conduttrice in prima serata può chiedere a un ospite “sei un marito fedele?” e “e se scoprissimo che sei gay?” e “e se tua figlia fosse gay?”, allora queste domande dovrebbero essere legittime per tutti gli ospiti, di destra, centro o sinistra.
Invece sappiamo benissimo che non è così. Se le stesse domande le facesse a Schlein, a Conte o a un altro esponente del campo progressista, sarebbe considerato un attentato alla privacy e alla dignità personale. Ci sarebbero articoli di fuoco, comunicati, accuse di omofobia e sessismo. Qui invece è passato tutto liscio. E questo è il doppio standard che non mi convince.
Sul fatto che abbia già 90-94 mila iscritti e che in alcuni sondaggi sia intorno al 4-4,4%: proprio per questo secondo me meriterebbe un’intervista politica seria. Numeri sull’immigrazione, fattibilità concreta della remigrazione, costi, accordi internazionali, impatto sul mercato del lavoro, coerenza con gli altri partiti di centrodestra… C’era materiale per metterlo in difficoltà su tanti fronti. Invece si è scelto di andare sulla camera da letto e sulla figlia.
Questo non indebolisce Vannacci. Anzi, rafforza la narrazione di chi dice che certi ambienti non lo attaccano sulle idee, ma cercano di delegittimarlo in modo personale. E quando fai così con qualcuno che sta crescendo, spesso ottieni l’effetto opposto.
Poi ognuno è libero di pensare che Vannacci sia un pericolo, una soluzione, o una cosa di mezzo. Ma se vogliamo fare sul serio, le domande andrebbero fatte sui contenuti, non sulla vita privata. Altrimenti è solo spettacolo, e lo spettacolo, alla lunga, premia chi sa stare dentro la tempesta meglio degli altri.
Capisco quello che intendi, e in parte hai ragione su una cosa: Gruber ha effettivamente chiesto anche cose più concrete sulla remigrazione, sui CPR, sugli accordi bilaterali e su come gestire praticamente i rimpatri. Non è stata solo una sequenza di domande sulla camera da letto.
Però resto convinto che ci sia un problema di metodo e di misura.
Il fatto che Vannacci (come altri a destra) metta al centro della sua proposta politica la famiglia tradizionale e una linea dura sull’immigrazione non giustifica automaticamente domande del tipo “sei un marito fedele?”, “e se scoprissimo che sei gay?” o “e se tua figlia fosse gay?”. Queste non sono domande politiche, sono domande sulla vita privata e sulla sfera intima. E tirare in ballo la figlia di un ospite, anche in forma ipotetica, secondo me è un passaggio che va oltre il confronto politico.
Sul discorso “a destra sappiamo già come la pensano, quindi è normale martellarci su quelle tre cose”: questo ragionamento mi convince poco. Se lo applichiamo coerentemente, allora chiunque abbia idee forti su un tema (che sia immigrazione, famiglia, economia o diritti civili) diventerebbe bersaglio di domande personali e intime. Perché allora non vale anche per chi mette al centro l’identità di genere, il multiculturalismo o altre visioni? Oppure vale solo quando l’ospite è sgradito?
Sul parallelismo con fascismo e nazismo e l’ossessione per gli omosessuali: quello è un salto troppo grande. Vannacci non sta proponendo di perseguitare nessuno, sta dicendo che secondo lui l’orientamento sessuale non dovrebbe generare nuovi diritti specifici e che la famiglia naturale resta il modello di riferimento. Si può essere d’accordo o meno, ma equipararlo automaticamente al fascismo storico mi sembra un’esagerazione che serve più a squalificare che a discutere.
Insomma: sì, si possono (e si devono) fare domande dure su come intenderebbe realizzare la remigrazione, quanti CPR vorrebbe fare, come funzionerebbero i Paesi terzi sicuri, eccetera. Su quello il confronto è legittimo. Ma quando si passa a chiedere a un uomo in diretta tv se è fedele alla moglie o cosa farebbe se la figlia fosse gay, secondo me si esce dal terreno del giornalismo politico e si entra in un altro territorio. E quel territorio, se lo apriamo, dovrebbe valere per tutti. Altrimenti è solo selezione del bersaglio.
Detto questo, per me è capitolo chiuso. Non intendo continuare una inutile polemica.
Grazieeeeeee