Chiacchiera
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carlettonelivello 14
ieri alle ore 14:59 - 3.329 visualizzazioni
Aveva prenotato un tavolo per dieci per i suoi ottant'anni. E l'unica persona che si avvicinò a lei fu il responsabile di sala… per riprendersi le sedie.

Nel locale era tutto pieno: voci, piatti che sbattevano, musica alta, risate. Un venerdì sera qualunque, di quelli in cui fuori c'è sempre qualcuno che aspetta.

Ma al tavolo 4, in mezzo a tutto quel rumore, c'era un silenzio che faceva male.

Il responsabile si fermò accanto a lei con il blocchetto in mano, stanco, come uno che ne ha viste tante.

«Signora, guardi…» sospirò, tamburellando la penna. «È venerdì sera. C'è gente fuori. Se il suo gruppo non arriva, devo dividere il tavolo. Posso spostarla al bancone, va bene?»

Lei indossava il vestito “buono”, quello delle occasioni, e una fascia luccicante con scritto “80 e favolosa”.
Guardò le sedie vuote.

Guardò i cappellini di carta che aveva sistemato con cura a ogni posto, uno per uno, come se sistemare le cose potesse chiamare le persone.

Guardò il telefono appoggiato vicino al bicchiere. Niente. Nessuna chiamata. Nessun messaggio.

«Forse… forse sono bloccati nel traffico» mormorò, con la voce che le si spezzò. «Ma… ha ragione. Non mi serve tutto questo spazio.»

Allungò una mano tremante verso il centrotavola “Buon compleanno” che si era portata da casa, e cominciò a toglierlo piano, come se fosse diventato improvvisamente imbarazzante.

Io ero seduto poco lontano. E mi si chiuse lo stomaco.

Non ce la facevo a guardare.

Mi alzai, presi il mio piatto e andai dritto da lei.

«Eccoti!» dissi, abbastanza forte perché il responsabile sentisse. «Scusa il ritardo. Parcheggiare qui è un incubo.»

Il responsabile si fermò. La signora alzò lo sguardo verso di me, confusa. Aveva gli occhi lucidi, come chi sta resistendo da un po'.

«Mi scusi?» balbettò.

Tirai fuori la sedia di fronte a lei e mi sedetti, con naturalezza. Poi mi avvicinai appena e abbassai la voce.

«Ho sentito…» sussurrai. «E non volevo lasciarla da sola così. Anche i miei amici mi hanno dato buca stasera. Sono lì da venti minuti a fissare il piatto come uno scemo.»

Sorrisi, cercando di non farla sentire osservata da tutti.

«Io odio mangiare da solo. Mi fa sentire peggio. Le dispiace se… mi imbucavo al suo compleanno?»

Lei esitò. Guardò le mie scarpe da lavoro, la maglietta impolverata, le mani che sanno di officina. Poi tornò a guardare le sedie vuote.

E, lentamente, le si allargò un sorriso caldo, di quelli che ti fanno respirare.

«Va bene» disse, raddrizzando la fascia. «Però la avverto: io parlo tanto.»

«Io ascolto bene» risposi.

Si chiamava Teresa.

E non ci limitammo a mangiare. Ci facemmo un pranzo-cena vero, di quelli che scaldano.

Mi raccontò di suo marito, Paolo, che ogni anno le regalava rose gialle. Sempre gialle. «Perché portano luce» diceva lui.

Mi raccontò dei tre figli che si sono trasferiti “al mare” e adesso hanno sempre qualcosa: lavoro, riunioni, aerei, “ti richiamo dopo”, “la prossima settimana”. E le parole restano lì, appese.

Mi raccontò di quando era piccola, in campagna, con le mani sporche di terra e le domeniche che sapevano di sugo e pane caldo.

Io le raccontai del mio lavoro in officina, delle giornate che finiscono con le dita nere e la schiena a pezzi. Le dissi, ridendo, che in città perfino un appuntamento sembra un colloquio.

Lei rise. E io risi con lei.

A un certo punto mi accorsi che la gente si voltava. Ma non era più lo sguardo di chi prova pietà. Era lo sguardo di chi pensa: “Che bello stare a quel tavolo.”

La cameriera, una ragazza giovane che ci aveva osservati da lontano, capì tutto senza bisogno di parole. Disse qualcosa verso la cucina e sparì un attimo.

Dieci minuti dopo, le luci si abbassarono appena.

Uscì tutto lo staff. Non con una fetta di torta qualunque. Con una coppa gigantesca, panna, cioccolato, e una stellina che scintillava sopra.

E poi, come succede solo certe volte, il locale intero si unì.

«Tanti auguri a te…»

Teresa si portò le mani alla bocca e cominciò a piangere. Ma erano lacrime diverse. Leggere. Buone.

Quando arrivò il conto, lei cercò la borsa. Io fui più veloce.

«Offro io» dissi. «Per avermi salvato da un venerdì sera triste.»

Lei fece per protestare, com'è giusto. Poi mi guardò e annuì, come se avesse capito che non era una questione di soldi. Era una questione di non essere soli.

Uscimmo insieme. Fuori faceva fresco. Le macchine passavano lente, luci gialle sull'asfalto.

Teresa mi abbracciò forte. Un abbraccio da nonna, vero, di quelli che ti aggiustano dentro senza chiedere permesso.

«Sai una cosa?» mi disse guardandomi negli occhi. «Sono entrata qui sentendomi invisibile. E adesso… esco come una regina.»

«Buon compleanno, Teresa» dissi.

Aspettai che salisse in macchina e chiudesse bene la portiera.

Poi rimasi un momento seduto nella mia, con le mani sul volante. Pensai a mia madre. Non la chiamavo da due settimane. Non per cattiveria. Perché la vita corre e ci illudiamo che ci sia sempre tempo.

Presi il telefono e feci partire la chiamata.

«Ciao mamma» dissi. «Volevo solo sentire la tua voce.»

Quella sera Teresa mi ha ricordato una cosa semplice: a volte basta tirare fuori una sedia e sedersi.

E nessuno dovrebbe sentirsi solo nel giorno del suo compleanno.
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Vaccata