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oggi alle ore 19:16 - 1.490 visualizzazioni Pensavo di soprassedere, perché provo per Emanuele Pozzolo lo stesso interesse che riesco a provare per l'accoppiamento delle nutrie. Che è un'attività senz'altro importante per la conservazione della specie, ma non esattamente il centro dei miei pensieri.
Però le scuse pelose di Pozzolo mi interessano relativamente. A farmi riflettere sono le dichiarazioni di chi, almeno sulla carta, avrebbe dovuto essere il sobrio della compagnia.
Perché Roberto Vannacci ci spiega che superare il limite di 0,5 non significa essere ubriachi. E qui bisogna intendersi.
Ha ragione? Tecnicamente sì.
Il Codice della strada non contiene una definizione filosofica di ubriachezza. Non stabilisce il momento esatto in cui uno passa da allegro a brillo, da brillo a ciucco, da ciucco a convinto di saper cantare Mina alle tre del mattino.
Fa una cosa molto più semplice: stabilisce un limite oltre il quale non devi guidare.
Fine.
Perché il problema non è se uno sia incapace di intendere e di volere. Quella, semmai, è una condizione estrema. Il problema è che l'alcol altera tempi di reazione, percezione del rischio, attenzione e capacità di giudizio molto prima che uno inizi ad abbracciare i lampioni o a spiegare al tassista come avrebbe risolto il conflitto in Medio Oriente.
Ed è esattamente per questo che il limite esiste.
Perché nessuno pretende che tu sia sdraiato sotto il tavolo a cantare Romagna mia per rappresentare un pericolo al volante.
Altrimenti dovremmo riscrivere metà della normativa italiana sostituendo i limiti con valutazioni folkloristiche.
Non stai correndo a 180 all'ora. Stai semplicemente andando molto veloce.
Non hai evaso il fisco. Hai solo sviluppato una relazione creativa con l'Agenzia delle Entrate.
Non sei corrotto. Sei un estimatore della gratitudine monetizzata.
E soprattutto non sei positivo all'alcoltest. Sei vittima di un limite tecnico particolarmente suscettibile.
La verità è che nessuno sta mandando Pozzolo all'ergastolo. Nessuno gli sta attribuendo responsabilità che non ha. Gli viene contestato esattamente ciò che la legge prevede: essersi messo alla guida con un tasso alcolemico superiore a quello consentito.
E basta.
Poi certo, Vannacci fa anche sapere che non abbandona nessuno, che nessuno resta indietro dopo mille campi di battaglia.
Una frase bellissima.
Solo che qui non eravamo a El Alamein.
Eravamo, molto più banalmente, davanti a un etilometro.
E comunque c'è un altro dettaglio che sfugge in questa commovente operazione di relativizzazione alcolica.
Perché se in una notte di pioggia finisci fuori strada, Emanuele, no, non possiamo limitarci a parlare di aquaplaning come se fossi stato vittima di una congiura meteorologica organizzata dalle nuvole.
L'aquaplaning esiste. Certo che esiste.
Così come esistono le buche, la nebbia, il ghiaccio, i colpi di sonno e gli pneumatici consumati.
Ma se contemporaneamente hai anche un tasso alcolemico superiore a quello consentito dalla legge, è abbastanza naturale che qualcuno si chieda se le due cose abbiano magari deciso di collaborare tra loro.
Perché il punto non è stabilire se fossi ubriaco secondo la definizione poetica di qualche generale in pensione o secondo quella letteraria di un oste di provincia.
Il punto è che eri alla guida di un'auto dopo aver bevuto più di quanto la legge consenta.
E non eri il cugino scemo alla grigliata di Ferragosto.
Eri un parlamentare della Repubblica Italiana.
Uno di quelli che votano le leggi, spiegano ai cittadini come devono comportarsi e che, almeno nelle questioni più elementari, dovrebbero provare a dare l'esempio.
Perché la politica italiana ha molti difetti. Ma trasformare un alcoltest in una disputa semantica sul significato profondo della parola “ubriaco” è una di quelle specialità nazionali che riescono ancora a sorprendermi.
Con una costanza quasi commovente.Leggi tutto...
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