Chiacchiera
oggi alle ore 19:27 - 1.969 visualizzazioni
Quel sabato sera, a casa Cecchettin, la porta della camera di Giulia era rimasta aperta.
Strano. Molto strano. Perché in casa loro quella porta aperta voleva dire una cosa sola: Giulia non era ancora rientrata. Aveva fatto tardi. Molto tardi.
E allora suo padre fa ciò che fanno i padri preoccupati quando la paura sfonda gli argini della realtà: affida le sue ansie alla luce verde di WhatsApp.
Le manda un messaggio.
Si illude, con una spunta grigia, di avere ancora il potere di difendere sua figlia.
Lei però non risponde. Non risponde dopo un minuto. Non risponde dopo un'ora.
Allora lui pensa alla batteria scarica.
Pensa a una festa, dopotutto tra poco si laurea.
Pensa che ha ventidue anni.
Pensa che in fondo è giusto così, che si sta godendo la sua vita. E va a dormire.
Quella spunta, lo sai, resterà grigia.
Quella porta resterà aperta.
Quella notte nessuna chiave ha girato nella serratura di casa Cecchettin.
Le chiavi, già.
Sono la cosa più stupida che ci portiamo in tasca.
Eppure significano così tante cose.
Significano casa, quando stanco ti affacci al portone.
Significano divano, gatto, cane, figli o qualcuno finalmente da amare.
Ma per tante ragazze significano un'altra cosa.
Significano la strada verso casa fatta a passo svelto, col cuore che batte più forte dei passi.
Significano un mazzo che tintinna in mano già all'angolo della via, cento metri prima del portone, perché chi cammina dietro deve sentirlo forte e chiaro: sono quasi arrivata, qui mi conoscono, a casa c'è qualcuno che mi aspetta.
Le chiavi significano rumore.
Ed è per questo che oggi, nelle sale dove proiettano il film su Giulia, quando si accendono le luci le mani dei ragazzi frugano negli zaini, nelle tasche dei giubbotti, e tirano fuori le chiavi. Le scuotono tutti insieme, maschi e femmine, per lei.
Ragazzi, voi l'avete capita una cosa che gli adulti ancora fanno fatica a mettersi in testa: la violenza sulle donne non la combatti con la legge.
La violenza se ne fotte delle norme, dei cavilli, dei giudici.
Le leggi c'erano anche quella sera. C'erano i reati scritti nel codice, c'era il carcere, c'era l'ergastolo che poi è arrivato davvero. Ma nessuna di quelle leggi era in macchina con Giulia, e nessuna è andata a chiudere quella porta rimasta aperta. L'unica cosa che poteva salvarla doveva arrivare anni prima, a un ragazzo di sedici anni seduto in un banco: qualcuno che gli spiegasse che una ragazza che ti lascia non diventa roba tua, che quel no non è un'offesa da vendicare, che l'amore non si tiene stretto come un mazzo di chiavi in tasca.
La violenza la combatti parlandone!
Un film non la riporta a casa, Giulia, lo sappiamo tutti. Però io lo dico: un film visto in classe pesa più di mille leggi.
Quel ragazzo di sedici anni che si siede in sala, quando si accendono le luci e tira fuori le chiavi, non è più quello che era entrato. E magari tra qualche anno una ragazza gli dirà di no, e lui si ricorderà del rumore di quelle chiavi.
Quella sera, nella porta di casa Cecchettin, nessuna chiave ha girato.
Lasciatele a questi ragazzi.
Che è l'unico modo, l'unico, per far tornare a casa tutte le altre.
Strano. Molto strano. Perché in casa loro quella porta aperta voleva dire una cosa sola: Giulia non era ancora rientrata. Aveva fatto tardi. Molto tardi.
E allora suo padre fa ciò che fanno i padri preoccupati quando la paura sfonda gli argini della realtà: affida le sue ansie alla luce verde di WhatsApp.
Le manda un messaggio.
Si illude, con una spunta grigia, di avere ancora il potere di difendere sua figlia.
Lei però non risponde. Non risponde dopo un minuto. Non risponde dopo un'ora.
Allora lui pensa alla batteria scarica.
Pensa a una festa, dopotutto tra poco si laurea.
Pensa che ha ventidue anni.
Pensa che in fondo è giusto così, che si sta godendo la sua vita. E va a dormire.
Quella spunta, lo sai, resterà grigia.
Quella porta resterà aperta.
Quella notte nessuna chiave ha girato nella serratura di casa Cecchettin.
Le chiavi, già.
Sono la cosa più stupida che ci portiamo in tasca.
Eppure significano così tante cose.
Significano casa, quando stanco ti affacci al portone.
Significano divano, gatto, cane, figli o qualcuno finalmente da amare.
Ma per tante ragazze significano un'altra cosa.
Significano la strada verso casa fatta a passo svelto, col cuore che batte più forte dei passi.
Significano un mazzo che tintinna in mano già all'angolo della via, cento metri prima del portone, perché chi cammina dietro deve sentirlo forte e chiaro: sono quasi arrivata, qui mi conoscono, a casa c'è qualcuno che mi aspetta.
Le chiavi significano rumore.
Ed è per questo che oggi, nelle sale dove proiettano il film su Giulia, quando si accendono le luci le mani dei ragazzi frugano negli zaini, nelle tasche dei giubbotti, e tirano fuori le chiavi. Le scuotono tutti insieme, maschi e femmine, per lei.
Ragazzi, voi l'avete capita una cosa che gli adulti ancora fanno fatica a mettersi in testa: la violenza sulle donne non la combatti con la legge.
La violenza se ne fotte delle norme, dei cavilli, dei giudici.
Le leggi c'erano anche quella sera. C'erano i reati scritti nel codice, c'era il carcere, c'era l'ergastolo che poi è arrivato davvero. Ma nessuna di quelle leggi era in macchina con Giulia, e nessuna è andata a chiudere quella porta rimasta aperta. L'unica cosa che poteva salvarla doveva arrivare anni prima, a un ragazzo di sedici anni seduto in un banco: qualcuno che gli spiegasse che una ragazza che ti lascia non diventa roba tua, che quel no non è un'offesa da vendicare, che l'amore non si tiene stretto come un mazzo di chiavi in tasca.
La violenza la combatti parlandone!
Un film non la riporta a casa, Giulia, lo sappiamo tutti. Però io lo dico: un film visto in classe pesa più di mille leggi.
Quel ragazzo di sedici anni che si siede in sala, quando si accendono le luci e tira fuori le chiavi, non è più quello che era entrato. E magari tra qualche anno una ragazza gli dirà di no, e lui si ricorderà del rumore di quelle chiavi.
Quella sera, nella porta di casa Cecchettin, nessuna chiave ha girato.
Lasciatele a questi ragazzi.
Che è l'unico modo, l'unico, per far tornare a casa tutte le altre.
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Laragionedelleregole: Un grande protesta...il messaggio era CHIAVIAMO
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oggi alle ore 19:32 · Ti stimo · Rispondi
Bronsequerte: Laragionedelleregole non ho ben capito
oggi alle ore 19:34 · Ti stimo · Rispondi
Thaimax:
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oggi alle ore 19:43 · Ti stimo · Rispondi
SilvytheBest: 🌹❤️
oggi alle ore 19:50 · Ti stimo · Rispondi
Isabo: Il padre di Giulia è da ammirare, sta portando nelle scuole un messaggio fondamentale per trasformare la tragedia della figlia in un impegno concreto contro la violenza di genere. Posso approfittare del tuo post per condividere e pubblicizzare un'importante iniziativa promossa dai docenti della mia zona?
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oggi alle ore 20:00 · Ti stimo · Rispondi
Barbyturiko: Due cose, la prima che al fidanzato non gli si voleva contestare la premeditazione, nonostante i sacchi neri, il nastro adesivo e il coltello che aveva in auto, e ci sono voluti diversi processi per affermarlo, secondo, che personaggi ancora presenti in questo sito, che dagli dei grann pezzi di merda è incensarli, hanno per settimane accusato il padre di fare i soldi sulla tragedia di suaﹰ figlia, o di volersi candidare per il ﹰPDﹰ, se vi fosse un serio controllo sui post, dovrebbero essere stati cacciati a vita, ma questo è, e sono ancora qui, a postare nefandezze alla qualunque...
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oggi alle ore 20:14 · Ti stimo · Rispondi
ioveramente: Fa male leggere e pensare a quella porta rimasta aperta... Ma vedere quei ragazzi in sala che tirano fuori le chiavi e fanno rumore insieme mi fa sperare che un domani le cose possano davvero cambiare. L'educazione e il rispetto si imparano da piccoli, tra i banchi. Non spegniamo mai questo rumore.
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oggi alle ore 20:18 · Ti stimo · Rispondi
Bronsequerte: Barbyturiko li aspetto
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oggi alle ore 20:44 · Ti stimo · Rispondi
Barbyturiko: ...sono vili, non si faranno vivi, c'è poi chi fa anche dell'umorismo che onestamente...
oggi alle ore 20:59 · Ti stimo · Rispondi



