Chiacchiera
oggi alle ore 15:51 - 3.442 visualizzazioni
Mi chiamo Gianni, ho 79 anni e, tre mesi fa, ho fatto la follia più bella della mia vita:
ho venduto casa e mi sono trasferito in un appartamento universitario.
Sì, avete capito bene.
A settantanove anni ho fatto quello che molti ragazzi fanno a vent'anni: ho preso le mie cose, ho cambiato casa e sono andato a vivere con tre studenti universitari.
I miei figli pensavano che stessi scherzando.
Mio figlio mi ha guardato come si guarda uno che ha appena detto di voler attraversare l'Atlantico su un materassino.
Mia nuora, invece, è stata più precisa:
— È la crisi degli ottanta.
Io l'ho guardata e ho risposto:
— No. È la crisi dei silenzi.
Perché dopo la morte di mia moglie, la casa era diventata enorme.
Non era più una casa.
Era uno stadio vuoto.
Ogni stanza aveva qualcosa di lei: una fotografia, una tazza, una sedia spostata di qualche centimetro. E ogni cosa sembrava dirmi che qualcuno era mancato.
La cosa peggiore, però, non erano i ricordi.
Era il silenzio.
Un silenzio così grande che a volte accendevo la televisione non per guardarla, ma semplicemente per sentire una voce.
Così un giorno ho preso una decisione.
Ho messo in vendita la casa.
I miei figli sono quasi svenuti.
— Papà, ma dove andrai?
— A vivere.
— Sì, ma dove?
— In un appartamento.
— Con chi?
— Tre studenti universitari.
A quel punto mio figlio ha smesso di parlare.
Credo stesse già cercando il numero di una clinica.
Il primo giorno nel nuovo appartamento ho conosciuto i miei coinquilini.
Tre ragazzi.
Uno studiava economia, uno ingegneria e il terzo, secondo me, studiava principalmente come evitare di lavare i piatti.
La prima sera mi hanno accolto con una birra.
Uno mi ha chiesto:
— Nonno, ma tu fumi?
Io ho risposto:
— No. Ma se serve per fare gruppo posso pensare al tè deteinato.
Sono scoppiati a ridere.
E lì ho capito che forse avevo fatto bene.
All'inizio ero spaesato.
Musica a palla.
Gente che entrava e usciva.
Telefonini sempre in mano.
Piatti nel lavello che sembravano reperti archeologici.
Una mattina ho trovato una forchetta dentro una tazza.
Ho chiesto:
— Perché?
Uno di loro mi ha risposto:
— Non lo so, Gianni. Era già così quando sono arrivato.
Gli ho detto:
— Tu sei qui da otto mesi.
— Appunto.
Piano piano, però, ho trovato il mio posto.
Ho scoperto che non ero "il vecchio" .
Ero diventato il custode della moka.
Quello che sapeva quando comprare il caffè.
Quello che faceva la pasta quando tornavano affamati.
Quello che alle sette del mattino urlava:
— ESAME!
E dall'altra stanza arrivava:
— Altri cinque minuti!
— Sono le otto!
— L'esame è alle nove!
— Allora hai quattro minuti per vestirti.
E funzionava.
Li ho visti uscire di casa spettinati, con lo zaino in spalla e la faccia di chi aveva appena combattuto una guerra.
Poi tornavano ore dopo.
— Com'è andata?
— Non lo so.
— Come non lo sai?
— Il professore mi ha fatto una domanda.
— E tu?
— Gli ho risposto.
— Cosa?
— Non lo so.
───
In cambio, loro mi hanno insegnato un sacco di cose.
Mi hanno insegnato a usare Spotify.
A fare le videochiamate.
A mandare le emoji senza sembrare un uomo che sta comunicando con un satellite.
E soprattutto mi hanno insegnato a dire "bro" .
La prima volta che ci ho provato ho detto:
— Bro, mi passi il sale?
Sono calati tre secondi di silenzio.
Poi uno ha detto:
— Nonno... non farlo mai più.
Una sera mi hanno portato in un locale universitario.
— Tranquillo — mi hanno detto — è karaoke.
Io adoro il karaoke.
Ho preso il microfono e ho cantato Battisti.
Non benissimo.
Ma con convinzione.
Quando ho finito, i ragazzi mi hanno applaudito come se avessi appena vinto Sanremo.
Mi avevano filmato.
Il giorno dopo mi hanno detto:
— Nonno, sei diventato famoso.
— Dove?
— Instagram.
— E che cos'è?
Mi hanno fatto vedere il telefono.
Novantamila "mi piace".
E sotto il video un commento:
"Il nonno vibes."
Ho chiesto:
— Ma almeno sono intonato?
Uno ha risposto:
— Non esageriamo, bro.
───
Adesso pago l'affitto come tutti.
Partecipo alle pulizie.
E ogni tanto lascio cinquanta euro sul tavolo.
— Per le birre — dico.
Loro li hanno ribattezzati:
"Fondi Erasmus interno".
E io ormai sono diventato parte della casa.
Non perché sono anziano.
Non perché sono quello che cucina.
Ma perché, senza accorgercene, siamo diventati una piccola famiglia.
Una famiglia strana, certo.
Una famiglia dove io ho 79 anni e loro hanno ancora bisogno di Google per capire come si fa un uovo sodo.
Ma pur sempre una famiglia.
Ogni tanto i miei figli mi chiedono:
— Papà, non ti manca la tua vecchia casa?
Ci penso.
E rispondo:
— No.
Perché nella vecchia casa avevo i ricordi.
Qui, invece, ho il rumore della vita.
Ho qualcuno che bussa alla porta.
Qualcuno che mi chiede se c'è ancora la pasta.
Qualcuno che entra in cucina e dice:
— Nonno, hai visto le mie chiavi?
E io rispondo:
— No.
Anche se so perfettamente dove sono.
Perché ormai ho capito una cosa.
A volte pensiamo che una casa sia fatta di muri, mobili e fotografie.
Ma una casa, quella vera, è il posto dove qualcuno si accorge che non ci sei.
E forse non è mai troppo tardi per ricominciare.
Perché gli anni possono dirti quanti compleanni hai avuto.
Ma sono le persone che ti ricordano quanti giorni hai ancora voglia di vivere.
Gianni dal Web
ho venduto casa e mi sono trasferito in un appartamento universitario.
Sì, avete capito bene.
A settantanove anni ho fatto quello che molti ragazzi fanno a vent'anni: ho preso le mie cose, ho cambiato casa e sono andato a vivere con tre studenti universitari.
I miei figli pensavano che stessi scherzando.
Mio figlio mi ha guardato come si guarda uno che ha appena detto di voler attraversare l'Atlantico su un materassino.
Mia nuora, invece, è stata più precisa:
— È la crisi degli ottanta.
Io l'ho guardata e ho risposto:
— No. È la crisi dei silenzi.
Perché dopo la morte di mia moglie, la casa era diventata enorme.
Non era più una casa.
Era uno stadio vuoto.
Ogni stanza aveva qualcosa di lei: una fotografia, una tazza, una sedia spostata di qualche centimetro. E ogni cosa sembrava dirmi che qualcuno era mancato.
La cosa peggiore, però, non erano i ricordi.
Era il silenzio.
Un silenzio così grande che a volte accendevo la televisione non per guardarla, ma semplicemente per sentire una voce.
Così un giorno ho preso una decisione.
Ho messo in vendita la casa.
I miei figli sono quasi svenuti.
— Papà, ma dove andrai?
— A vivere.
— Sì, ma dove?
— In un appartamento.
— Con chi?
— Tre studenti universitari.
A quel punto mio figlio ha smesso di parlare.
Credo stesse già cercando il numero di una clinica.
Il primo giorno nel nuovo appartamento ho conosciuto i miei coinquilini.
Tre ragazzi.
Uno studiava economia, uno ingegneria e il terzo, secondo me, studiava principalmente come evitare di lavare i piatti.
La prima sera mi hanno accolto con una birra.
Uno mi ha chiesto:
— Nonno, ma tu fumi?
Io ho risposto:
— No. Ma se serve per fare gruppo posso pensare al tè deteinato.
Sono scoppiati a ridere.
E lì ho capito che forse avevo fatto bene.
All'inizio ero spaesato.
Musica a palla.
Gente che entrava e usciva.
Telefonini sempre in mano.
Piatti nel lavello che sembravano reperti archeologici.
Una mattina ho trovato una forchetta dentro una tazza.
Ho chiesto:
— Perché?
Uno di loro mi ha risposto:
— Non lo so, Gianni. Era già così quando sono arrivato.
Gli ho detto:
— Tu sei qui da otto mesi.
— Appunto.
Piano piano, però, ho trovato il mio posto.
Ho scoperto che non ero "il vecchio" .
Ero diventato il custode della moka.
Quello che sapeva quando comprare il caffè.
Quello che faceva la pasta quando tornavano affamati.
Quello che alle sette del mattino urlava:
— ESAME!
E dall'altra stanza arrivava:
— Altri cinque minuti!
— Sono le otto!
— L'esame è alle nove!
— Allora hai quattro minuti per vestirti.
E funzionava.
Li ho visti uscire di casa spettinati, con lo zaino in spalla e la faccia di chi aveva appena combattuto una guerra.
Poi tornavano ore dopo.
— Com'è andata?
— Non lo so.
— Come non lo sai?
— Il professore mi ha fatto una domanda.
— E tu?
— Gli ho risposto.
— Cosa?
— Non lo so.
───
In cambio, loro mi hanno insegnato un sacco di cose.
Mi hanno insegnato a usare Spotify.
A fare le videochiamate.
A mandare le emoji senza sembrare un uomo che sta comunicando con un satellite.
E soprattutto mi hanno insegnato a dire "bro" .
La prima volta che ci ho provato ho detto:
— Bro, mi passi il sale?
Sono calati tre secondi di silenzio.
Poi uno ha detto:
— Nonno... non farlo mai più.
Una sera mi hanno portato in un locale universitario.
— Tranquillo — mi hanno detto — è karaoke.
Io adoro il karaoke.
Ho preso il microfono e ho cantato Battisti.
Non benissimo.
Ma con convinzione.
Quando ho finito, i ragazzi mi hanno applaudito come se avessi appena vinto Sanremo.
Mi avevano filmato.
Il giorno dopo mi hanno detto:
— Nonno, sei diventato famoso.
— Dove?
— Instagram.
— E che cos'è?
Mi hanno fatto vedere il telefono.
Novantamila "mi piace".
E sotto il video un commento:
"Il nonno vibes."
Ho chiesto:
— Ma almeno sono intonato?
Uno ha risposto:
— Non esageriamo, bro.
───
Adesso pago l'affitto come tutti.
Partecipo alle pulizie.
E ogni tanto lascio cinquanta euro sul tavolo.
— Per le birre — dico.
Loro li hanno ribattezzati:
"Fondi Erasmus interno".
E io ormai sono diventato parte della casa.
Non perché sono anziano.
Non perché sono quello che cucina.
Ma perché, senza accorgercene, siamo diventati una piccola famiglia.
Una famiglia strana, certo.
Una famiglia dove io ho 79 anni e loro hanno ancora bisogno di Google per capire come si fa un uovo sodo.
Ma pur sempre una famiglia.
Ogni tanto i miei figli mi chiedono:
— Papà, non ti manca la tua vecchia casa?
Ci penso.
E rispondo:
— No.
Perché nella vecchia casa avevo i ricordi.
Qui, invece, ho il rumore della vita.
Ho qualcuno che bussa alla porta.
Qualcuno che mi chiede se c'è ancora la pasta.
Qualcuno che entra in cucina e dice:
— Nonno, hai visto le mie chiavi?
E io rispondo:
— No.
Anche se so perfettamente dove sono.
Perché ormai ho capito una cosa.
A volte pensiamo che una casa sia fatta di muri, mobili e fotografie.
Ma una casa, quella vera, è il posto dove qualcuno si accorge che non ci sei.
E forse non è mai troppo tardi per ricominciare.
Perché gli anni possono dirti quanti compleanni hai avuto.
Ma sono le persone che ti ricordano quanti giorni hai ancora voglia di vivere.
Gianni dal Web
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Avevano già aiutato anni prima i figli ad avere casa propria, ora se la godono!
anche questa è una scelta
ma rimanere vedovi deve essere terribile.
Io spero di andarmene x primo.
Così non soffro la solitudine e frego i debitori 😉