Chiacchiera
oggi alle ore 12:18 - 2.594 visualizzazioni
⛏️ VITTI 'NA CROZZA: QUANDO LA SICILIA CANTA I SUOI MORTI E L'ITALIA FA FINTA DI NON SENTIRE
☝️Non è una canzone.
👉È un atto d'accusa.
“Vitti 'na crozza” non nasce per intrattenere. Nasce per disturbare.
E infatti è stata addomesticata, stravolta, svuotata, resa folklore innocuo.
Perché la Sicilia che piange i suoi morti fa paura. La Sicilia che balla, invece, va benissimo.
Questa è forse la canzone più violentata della nostra tradizione.
Le hanno strappato il sangue, le hanno tolto il buio, le hanno rubato il grido.
E poi ce l'hanno restituita come “canto popolare allegro”.
Un insulto. Un'altra profanazione.
Come ricorda con rigore e rabbia Sara Favarò, “Vitti 'na crozza” è la voce dei morti senza nome, dei sepolti vivi nelle zolfare, dei corpi lasciati marcire nelle viscere della terra senza un tocco di campana.
Perché poveri.
Perché zolfatari.
Perché siciliani.
Il “cannuni” non è un'arma di guerra.
È il boccaporto della miniera.
È l'ingresso dell'inferno industriale dove la Sicilia veniva sacrificata per alimentare la modernità altrui.
Altro che guerra: qui si parla di sfruttamento sistematico, benedetto dalla Chiesa e amministrato dallo Stato.
La crozza parla perché nessuno ha parlato per lei.
È un teschio che denuncia l'oscenità di un sistema che ha negato persino la sepoltura cristiana a chi moriva lavorando come una bestia.
Lo zolfo era “diabolico”, il sottosuolo “impuro”.
E allora i morti siciliani potevano restare lì sotto, inermi e dimenticati, mentre sopra si firmavano trattati, debiti e unificazioni.
Già: l'Unità d'Italia.
Pagata con il nostro zolfo.
Con il sudore dei nostri padri.
Con i piroscafi inglesi che caricavano ricchezza siciliana per saldare il debito di guerra di una conquista spacciata per redenzione.
Questa non è storia.
È rapina legalizzata.
Lo sfruttamento delle zolfare è durato fino agli anni '40 del Novecento.
Ottant'anni dopo l'unificazione.
Ottant'anni di morti senza funerale.
Ottant'anni di silenzio complice.
E oggi?
Oggi cantiamo “Vitti 'na crozza” senza sapere cosa stiamo dicendo.
O peggio: sapendolo e fingendo di no.
Murivi senza toccu di campani.
E ancora oggi, Sicilia, muori senza giustizia.
Questa canzone dovrebbe essere insegnata nelle scuole come un processo.
Non come una nenia.
Dovrebbe costringere ogni siciliano a farsi una domanda che brucia:
👉 È stato giusto appartenere a questa Italia?
👉 È giusto continuare a farlo, dopo tutto questo?
Perché una nazione che nasce sulla pelle dei tuoi morti,
che cancella la tua memoria,
che trasforma il tuo dolore in cartolina,
non è una patria.
È un carcere storico.
“Vitti 'na crozza” non chiede applausi.
Chiede coscienza.
E finché la Sicilia non tornerà ad ascoltare i suoi morti,
continuerà a seppellire anche i vivi.
☝️Non è una canzone.
👉È un atto d'accusa.
“Vitti 'na crozza” non nasce per intrattenere. Nasce per disturbare.
E infatti è stata addomesticata, stravolta, svuotata, resa folklore innocuo.
Perché la Sicilia che piange i suoi morti fa paura. La Sicilia che balla, invece, va benissimo.
Questa è forse la canzone più violentata della nostra tradizione.
Le hanno strappato il sangue, le hanno tolto il buio, le hanno rubato il grido.
E poi ce l'hanno restituita come “canto popolare allegro”.
Un insulto. Un'altra profanazione.
Come ricorda con rigore e rabbia Sara Favarò, “Vitti 'na crozza” è la voce dei morti senza nome, dei sepolti vivi nelle zolfare, dei corpi lasciati marcire nelle viscere della terra senza un tocco di campana.
Perché poveri.
Perché zolfatari.
Perché siciliani.
Il “cannuni” non è un'arma di guerra.
È il boccaporto della miniera.
È l'ingresso dell'inferno industriale dove la Sicilia veniva sacrificata per alimentare la modernità altrui.
Altro che guerra: qui si parla di sfruttamento sistematico, benedetto dalla Chiesa e amministrato dallo Stato.
La crozza parla perché nessuno ha parlato per lei.
È un teschio che denuncia l'oscenità di un sistema che ha negato persino la sepoltura cristiana a chi moriva lavorando come una bestia.
Lo zolfo era “diabolico”, il sottosuolo “impuro”.
E allora i morti siciliani potevano restare lì sotto, inermi e dimenticati, mentre sopra si firmavano trattati, debiti e unificazioni.
Già: l'Unità d'Italia.
Pagata con il nostro zolfo.
Con il sudore dei nostri padri.
Con i piroscafi inglesi che caricavano ricchezza siciliana per saldare il debito di guerra di una conquista spacciata per redenzione.
Questa non è storia.
È rapina legalizzata.
Lo sfruttamento delle zolfare è durato fino agli anni '40 del Novecento.
Ottant'anni dopo l'unificazione.
Ottant'anni di morti senza funerale.
Ottant'anni di silenzio complice.
E oggi?
Oggi cantiamo “Vitti 'na crozza” senza sapere cosa stiamo dicendo.
O peggio: sapendolo e fingendo di no.
Murivi senza toccu di campani.
E ancora oggi, Sicilia, muori senza giustizia.
Questa canzone dovrebbe essere insegnata nelle scuole come un processo.
Non come una nenia.
Dovrebbe costringere ogni siciliano a farsi una domanda che brucia:
👉 È stato giusto appartenere a questa Italia?
👉 È giusto continuare a farlo, dopo tutto questo?
Perché una nazione che nasce sulla pelle dei tuoi morti,
che cancella la tua memoria,
che trasforma il tuo dolore in cartolina,
non è una patria.
È un carcere storico.
“Vitti 'na crozza” non chiede applausi.
Chiede coscienza.
E finché la Sicilia non tornerà ad ascoltare i suoi morti,
continuerà a seppellire anche i vivi.
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Vitti 'na crozza
PAOLA63: Buongiorno l'ho ascoltato varie volte ma non sapevo 🤔🤗
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oggi alle ore 12:35 · Ti stimo · Rispondi
KalimerA: Accipicchia, se penso che l'ho imparata al mare, in colonia al Lido di Camaiore, durante le vacanze estive delle scuole elementari ... ma non ero a conoscenza della storia ... 😳
1
oggi alle ore 16:10 · Ti stimo · Rispondi
BIONDINA: Buona serata 🙋♀️
oggi alle ore 19:25 · Ti stimo · Rispondi



